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* Considerazioni a proposito del film Milarepa, di Liliana Cavani, 1973.

«Non voltarti, non distrarre la tua mente. E tutto quello che penserai e dirai sia quello che hai conosciuto da te stesso. Non voltarti…»

il film si conclude con queste parole, le ultime dell’amato maestro a un Milarepa oramai emancipato.

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Quelle parole sono la didascalia dell’ultima scena, scena che si ripete due volte. Tutto il film, in modo appena suggerito, è raddoppiato ma solo l’ultima scena lo è in forma completamente esplicita: prima Leo, lo studente, percorre la sua strada, definitivamente solo, mentre un’ambulanza si allontana con il corpo del suo professore e amico. Poi Milarepa percorre scalzo un sentiero, oltrepassa Marpa, rappresentato con il volto livido del pallore della morte, e si allontana, solo, verso un orizzonte di alte montagne. In quel momento la sovrapposizione è completa: il tempo, lo spazio, le differenze culturali sono annullate, la voce di MarpaprofessorBennet risuona nella testa di LeoMilarepa e, unificando le vicende, toglie ogni alibi di estraneità.

Per arrivare visivamente, e logicamente, a questo risultato la regista imposta tutto il suo lavoro usando un piccolo artifizio: gli attori che fanno vivere la vicenda di Leo, sua madre, sua sorella, del professor Bennet e sua moglie sono gli stessi che danno vita alla storia di Milarepa. Con gli stessi volti e gli stessi ruoli reciproci. Cambiano gli abiti e il paesaggio, le abitazioni e i luoghi ma l’egoismo, l’avidità, l’attaccamento alla famiglia, il desiderio di riscatto e di rivalsa, la ricerca di una risposta al dolore percepito nell’intimo e sviluppata nel rapporto docente discente, la speranza di salvezza eterna dal dolore, tutta la sostanza della vita umana mantiene la sua unicità, facendo sì che i due lati scenici del film non siano altro che due aspetti esteriori di un’unica Vita.

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È un tentativo ambizioso e difficile: occorre estrarre l’universalità di Milarepa, con attenzione, da un insieme di forme e di atteggiamenti esotici e complessi. Vi è l’inevitabile appartenenza della storia ad un’antica cultura in cui il sogno premonitore, la magia, il prodigio costituivano, ed in parte costituiscono ancora, il normale tessuto relazionale -«… se siete ricchi fateci dunque la guerra. Se siete poveri lanciateci il malocchio…»[1] così lo zio usurpatore sfida la madre di Milarepa- di un’esistenza intimamente legata a monti inaccessibili e valli senza fine, popolati di pericoli e misteri. Una vita dura, estrema nelle sue manifestazioni normali, dove la quotidianità appare impossibile a noi occidentali inurbati del XXI secolo.

Per quel che riguarda l’aspetto del sortilegio e della magia Liliana Cavani sceglie la strada dell’esplicito, senza sorvolare. Le fasi di addestramento di Milarepa nell’antro del mago sono accurate e affascinanti, quasi suadenti. Stridono improvvise con i risultati che da quel sortilegio scaturiscono: la rovina, i morti, il sangue materialmente esposti con la crudezza impudica di un occhio che osserva e non giudica. Altrettanto reali sono le difficoltà estreme delle prove a cui viene sottoposto quando, in seguito, è accolto nella comunità del lama Marpa: le piaghe sul suo corpo e la malattia, la fame e la miseria, l’atteggiamento spietato di Marpa e la realtà del tempo che passa immemore e trasforma la cara madre in un mucchietto di ossa insepolte, mentre il figlio, altrettanto impassibile e risoluto, segue la propria via nonostante la coscienza della rovina della sua casa.

La scommessa tentata dalla Cavani in un’epoca che oramai appartiene al secolo scorso (il film è stato terminato nel 1973), ossia mostrare con le immagini quello che non si può dire con le parole, in parte riesce. Soprattutto nella scelta dei luoghi che fanno da sfondo e da set al film: la scarna vicenda è fatta rivivere da un piccolo gruppo di attori sui monti dell’Abruzzo, con l’intensità dei fatti nudi e crudi, priva di effetti speciali.

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Il Buddismo è la via che conduce alla liberazione dal dolore, verso la salvezza eterna. Il buddismo di Milarepa è così essenzializzato, spogliato di dottrine e di artifizi da costituire anche all’interno del panorama del buddismo tibetano un esempio particolarissimo di ritorno alla semplicità delle origini, al rapporto tra me e la mia personale esperienza: … -e tutto quello che penserai e dirai sia quello che hai conosciuto da te stesso- senza mediazioni, senza correre dietro a questo o dietro a quello, senza credere in un idolo immaginato da me o propostomi da un abile mago.

La Cavani correttamente sceglie di far vivere il “suo” buddismo attraverso una triade: il maestro, che implica un discepolo, la compassione che tutto abbraccia e, terzo, il morire a noi stessi. Con le parole di Milarepa: «La nozione del nulla genera la pietà. La pietà abolisce la differenza tra sé e gli altri. Il confondere sé con gli altri realizza la causa comune»[2].

Quando ci poniamo alla ricerca di un padre spirituale accade che lo desideriamo incline a riconoscere la nostra eccellenza e a soddisfare le nostre aspettative più che ad insegnarci la Via. È istintivo e legittimo: non vogliamo morire, il nostro io, quella persona che pensiamo di essere, vuole vivere e questo significa che vogliamo che i nostri desideri siano soddisfatti. In modo da poterne formulare altri che a loro volta chiederanno soddisfazione. Invece il buon amico, il lama, se è veramente tale, sta già camminando in un’altra direzione e comincia con lo sbarrarci la strada che porta al dolore, la strada dell’ego-ismo, della catena senza fine dei desideri.

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Ecco che allora Marpa respinge le richieste di Milarepa, ogni volta lo rimanda ad una prova successiva, ogni volta gli rifiuta il suo affetto ed il suo insegnamento perché ogni volta è la pretesa di avere che parla per bocca di Milarepa: «… tu me lo avevi promesso…» dice con arroganza. Sino a che non si manifesta il cuore di chi, sapendo di non avere alcun diritto, pur tuttavia chiede: ecco il vero discepolo. Marpa è inflessibile, al limite del sadismo. Ma poi, dopo che in Mila l’umiltà ha ceduto all’arroganza, spiega: «… non ti potevo aiutare di più…».

L’accesso all’insegnamento è consentito solo a chi, svuotando sé stesso del proprio sapere, apre lo spazio affinché possa essere coltivato, e dentro di noi possa sbocciare la nozione del nulla che genera la pietà. In questo senso la soglia d’accesso all’iniziazione è alta e la porta è stretta al punto che costituisce un filtro, un vaglio severo affinché il vero insegnamento penetri nel terreno adatto e non vada sprecato. In un altro senso i preliminari costituiscono già una fase ineludibile dell’insegnamento medesimo. Al punto che, in una sorta di apparente capovolgimento, ciò che viene presentato come antefatto o preparazione alla vera istruzione, è già la parte finale di quest’ultima, ma accolta in una fase immatura dello spirito che la vive e la fa apparire come fosse una marcia di avvicinamento a quella che ci si aspetta sia la vera dottrina.

Più avanti, quando lo squarcio aperto nel nostro io attraverso la rinuncia permetterà alla luce di passare, allora vi saranno gli insegnamenti articolati e graduali (la gradualità assieme alla velocità sono caratteristiche del buddismo Vajrayāna, volgarmente definito “tibetano”).

Milarepa deve gettare via la sua vita di pretese e di arroganza se vuole trovare l’altra, quella dello spirito, e questa rinascita può avvenire solo con la guida attenta del buon amico. Ecco così che i tre elementi, l’istruttore spirituale, padre della nuova vita, la compassione priva di egoismo e la rinuncia al mondo del desiderio si combinano.

Forse questo è il punto che spaventa e attrae di più nel film della Cavani, la semplicità oggettiva e soggettiva della situazione è tale che ci troviamo sull’orlo dell’abisso, provocati a saltare, senza alcun alibi.

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[1] Cfr. Vita di Milarepa, a c. di J. Bacot, gli Adelphi 20014, p. 20.
[2] Cfr. Vita di Milarepa, a c. di J. Bacot, gli Adelphi 20014, p. 222.

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