Generali


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Dalla Lettera agli amici, Qîqājôn di Bose: «Guardando ai nostri giorni e, in particolare, all’ultimo anno trascorso, noi vediamo il dilagare dell’odio nei comportamenti e a livello verbale, sui social come nelle conversazioni quotidiane, vediamo un inumano che si fa strada tanto nelle relazioni quotidiane, quanto nelle politiche: stiamo vivendo tempi cattivi, in cui quasi ci sa fa un vanto della cattiveria.
Quasi si rivendica un diritto alla cattiveria. Da politiche di respingimento nei confronti di migranti, a impedimento a soccorrere in mare chi è in difficoltà e rischia la morte, a episodi odiosi di violenza e intolleranza verso stranieri braccianti che lavorano per pochi soldi nelle campagne del nostro Meridione, tanti sono i gesti di cattiveria e inumanità che colorano di tinte tenebrose i nostri giorni e riguardano governi nazionali e singoli cittadini, financo ragazzi e adolescenti che crescono nell’insegnamento del disprezzo verso il povero e lo straniero.
Vediamo aumentare esponenzialmente gli episodi di intolleranza xenofoba e le violenze di chiara impronta fascista e razzista ad opera sì di frange minoritarie, che tuttavia sentono, da un lato, di poter godere della comprensione e del supporto di una fetta consistente della popolazione, dall’altro, di essere legittimati da discorsi e atteggiamenti di responsabili della cosa pubblica. Potremmo dire: da responsabili irresponsabili. Perfino alcuni amministratori pubblici locali hanno attuato disposizioni discriminatorie nei confronti dei non italiani, palesemente in contrasto non solo con l’etica cristiana ma anche con il dettato costituzionale… »

Qui sotto trovate il testo completo

Per alcuni motivi antropologici, storici e testuali, nella scuola zen in generale e in questo blog in particolare, poco o nulla si parla dei precetti, delle regole che per secoli hanno governato la vita dei monasteri buddisti. Lo zen ha contribuito alla nascita del ’68 americano, dove libertà e trasgressione erano concetti paralleli e positivi. In passato, in Cina, la trasmissione delle norme mahayana è avvenuta, anche, attraverso prese di posizioni politiche e poi sovrapponendo varie opere (in particolare il Brahmajāla Sūtra, Sūtra della rete di Brahmā, probabile apocrifo cinese del V secolo) al vinaya dei Dharmaguptaka scelto dall’Impero di Mezzo come unico codice monastico per tutte le Scuole buddiste. Con conseguenti ricadute, quindi, in Corea, Giappone e Vietnam. Watanabe roshi, con una concisione pari alla sua non-simpatia per le regole ufficiali, soleva dire: «Fate nel modo migliore, per piacere». In Cina, in passato, vi fu chi riassunse la questione dicendo: «Non fare alcun male, attentamente praticare ogni atto di bene». In India, la stessa visuale già compare nel Dhammapada (116): «Si deve essere rapidi nel bene, dal male si deve ritrarre la mente. Se qualcuno compie il bene in ritardo, la sua mente si diletta nel male». Certo, i casi particolari sembrano confondere e perciò, su quelle basi, sono nate le centinaia di indicazioni riferite ad ogni singolo caso, per i monaci e per le monache. Vi presentiamo qui due lavori riassuntivi di questa complessa materia. Il primo, ampio e articolato, ad opera di Charlie Korin Pokorny, monaco americano del Soto zen, e il secondo, più riassuntivo, ad opera di Pedro Aigo Seiga Castro, monaco spagnolo del Soto zen.

Immancabili, quasi fatidici, gli auguri di BZ.
Auguri, certo: ci si augura che non succeda nulla che venga a turbare le nostre vite. O forse (siccome prima o poi succederà comunque: è sicuro) ci si augura che la capacità di lasciar svanire il nostro disappunto venga in nostro aiuto ‘non ostante tutto’. Ovvero come dovrebbe essere sempre, o quasi, percorrendo questa via.
Allora: auguriamoci che sia come sempre.
Questa volta c’è un novità piccantina: parafrasando il principe De Curtis potremmo dire che Bz ‘la butta in politica’; nella prima delle due strisce esprime, addirittura, una critica sottile all’Istituzione, alla chiesa, che è, o è stata, madre (forse solo zia?) di molti tra quelli che compongono e leggono queste righe.
È la libertà espressiva dell’artista e come tale va rispettata, anche quando non siamo d’accordo. Non è pensabile, infatti, che tra coloro i quali seguono l’iter formale delle ordinazioni all’interno del Soto shu (e non solo), vi sia chi possa poi pavoneggiarsi, esibendo come un segno di potere l’abito ricevuto durante il rito. Un abito che è il segno del completo lasciare.
Si sa, praticare il buddismo non è una carriera e certe cose non accadono.

Excusatio non petita: da tempo su questo blog, a parte qualche eccezione come la nuova traduzione in spagnolo de Il Cercatore della Via di Uchiyama roshi, il nuovo e-book sul Buddha per i bambini e l’inedito di Uchiyama roshi sullo zazen che ‘non porta a nulla’, non compaiono articoli o altre composizioni: quasi solo Bz. Il motivo lo avevamo già accennato in un commento, ma lo ripetiamo qui per maggior chiarezza: da tempo ci stiamo dedicando ad un’opera impegnativa per dimensioni e difficoltà. Dico ‘stiamo’ perché è un lavoro corale che coinvolge molte persone, impegnate a rendere il risultato più efficace e più facilmente fruibile ai lettori. Tra pochi mesi avremo terminato e, se troveremo anche un editore che ci pubblichi, entro l’anno vedrete, su carta, il risultato di questo lavorìo.
Nel frattempo, sul blog, continuerà a imperversare Bz …
Grazie a Fago per i delicati disegni e a Pierinux per la consueta maestria nel farli apparire sui nostri schermi.

BZ di novembre?! Cari voi, è l’abbondanza, la metrica, il tripudio: un altro Bz a così poca distanza dal precedente. E poi le novità: il logo che di volta in volta cambia, si evolve, il rampicante (il cui fiore è il cosmo) che parte dalla fine e arriva all’inizio (della pagina) … Non dico che tutto ciò faccia addirittura dimenticare il vecchio Bz, per carità: quello è imperituro!, però, il nuovo che avanza … non avanza per niente, anzi, ne vorremmo ancora.

Approfitto dell’occasione per informarvi di qualche novità :
-Annuntio vobis che, nella consueta pagina, trovate un nuovo e-book: Il Buddha dei bambini. Un libretto tratto da uno scritto di Jiso di molto tempo fa, impaginato e impreziosito dalle abili mani di Maurizio, new entry nella redazione della Stella.
Un tentativo di comunicare un poco di visuale buddista ai più piccoli.

-La pagina della Stella sui Testi Buddisti, in assoluto una delle migliori pagine del web per la ricerca di testi in lingua originale o in traduzione, si è arricchita di una nuova pagina sul Lankavatarasutra con testi in inglese, cinese, giapponese, coreano e sanscrito. Questa pagina è il compendio di circa 20 anni di studio sull’argomento da parte del redattore, Carlo.

-L’anno scorso è stato pubblicato sul web un articolo che distingue in modo chiaro tra psicoterapia e zazen; nel caso specifico: tra la mindfullness praticata come terapia e samatha vipassana. La differenza è esposta chiaramente.
Purtroppo il linguaggio dell’articolo è fortemente orientato verso il riconoscimento dell’esistenza di un ‘sé personale’, core self nell’articolo, senza specificare che quel termine non indica nulla di definito o esistente, se non l’idea che quel core self esista.

-Dhr, alias ‘Il Tassista Marino’, amico ed eclettico collaboratore della Stella, ha pubblicato la nuova edizione del suo Dante Fantasy: “Una nuova edizione del saggio sugli “inattesi” lati fantasy della Divina Commedia”.

BZ is back!

Dopo l’esordio capodannico (?) per rispettare la tradizione, ci chiedevamo se il nuovo corso di BZ sarebbe stato un corso o … un vicolo cieco.
Ed ecco la risposta della realtà: un BZ nuovo nuovo, ancor più gradito perché inatteso.
Grazie a Fago per i disegni e a Px per il consueto magistrale montaggio on line.

Sabato 4 maggio, alle ore 16, a Milano presso la Biblioteca Ambrosiana, presentazione del libro “Buddhismo” – volume V dell’Opera Omnia di Raimon Panikkar, edita dalla Jaca Book a cura di Milena Carrara Pavan. Il volume è diviso in due parti: la prima consta di tre articoli: “Vuoto e pienezza nelle tradizioni buddhista, hindū e cristiana”, una comparazione semantica di tre termini, śūnyapūrṇaplērōma, specifici delle nominate tradizioni, evidenziando la relazione fra i concetti di vuoto e di pieno; “Il destino della civiltà tecnologica”, un abbozzo degli esiti della presente civiltà, già adombrati da un’antica leggenda buddista indiana pressoché inedita; “Il sorriso del Buddha”, una disamina della potenzialità espressiva del silenzio, illuminato dal sorriso di fronte al quesito dell’incomunicabilità. La seconda parte riproduce interamente il testo “Il silenzio di Buddha – un a-teismo religioso” già pubblicato come libro autonomo, che può essere considerato la summa del buddismo di Panikkar. A differenza del cristianesimo, della spiritualità hindū e della tradizione filosofica occidentale, materiali in diversa misura costitutivi della formazione originaria dell’Autore, il buddismo è un incontro della maturità, scevro da retaggi identitari e di appartenenza. Panikkar può così andare liberamente in cerca di quel che gli manca, perché non trovato altrove, e di cui riconosce l’utilità per comporre e consolidare la propria visione integrale (cosmoteandrica) dell’Uomo. Trae dal vasto deposito testuale del buddismo indiano alcuni basilari strumenti ermeneutici, privi di quei connotati folkloristici, latori di contenuti culturali indigeni, da cui il buddismo orientale è spesso gravato, e ci restituisce un’esposizione chiara e lineare di quello che lui ha trovato. Il risultato è un libro rigoroso e personale, aderente ai testi antichi doviziosamente e accuratamente citati per l’esposizione dei principali concetti del buddismo indiano e coerente, nella sua specificità, con l’interminata e pluralista ricerca spirituale dell’Autore.

Qui trovate la locandina di presentazione.

Per chi non ha avuto la possibilità di presenziare all’evento ed ascoltare con le proprie orecchie, pubblichiamo qui l’intervento di Jiso Forzani.

Lo scorso anno, a fine ottobre, pubblicammo un post presentando due testi: un audio libro ricavato da un discorso di Uchiyama roshi e L’altra riva, un testo del monaco cristiano-induista Le Saux sulla sua esperienza come sannyāsī, ovvero ‘rinunciante’ secondo la tradizione hindù del sanātana dharma, quello che volgarmente chiamiamo ‘induismo’. Nel commentare questo testo mi ero lasciato andare ad una lamentazione con le parole “viene quasi da rimpiangere che tra i cristiani nessuno, sino ad ora, abbia saputo vivere e soprattutto dire il buddismo in una maniera altrettanto competente e profonda”: un vero e proprio “signora mia, non ci sono più i cristiani di una volta …!”.
Poco tempo dopo ho ricevuto un breve scritto dedicato al Silenzio nel monachesimo buddhista che mi ha fatto ricredere. Matteo, monaco della Comunità di Bose (che nella foto vediamo con l’abate di Sogenji, monastero Rinzai di Okayama, Giappone),

si è cimentato con il difficile tema del silenzio, un classico tra gli ossimori di ogni tempo, con un’accuratezza ed una competenza che “viene quasi da rimpiangere che tra i buddisti …” 🙂
È un’analisi che indaga a partire dalla tradizione testuale sia del buddismo antico che del mahāyāna con un’attenzione e una cura nitide e rispettose. È così che si fa.
L’argomento mi da l’occasione di porre in parallelo un libretto che ho appena pubblicato (anzi: c’è chi lo ha fatto per me …) che tratta dello stesso tema, seppure accentrando l’attenzione non solo sul silenzio ma anche sul sorriso: un segno gentile, questo, come rileva Matteo, che da quasi 1500 anni accompagna l’iconografia buddista. In quell’occasione ho usato ambedue, silenzio e sorriso, come metafore del … della …

Insomma, come sempre: silenzio e sorridere. Perché, come è stato detto, non basta morire in silenzio, occorre essere un bel cadavere.

Qui potete scaricare il testo di fra’ Matteo:

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