Un argomento sul quale potrebbe essere utile qualche considerazione, se non proprio una piccola guida o lista di consigli, è quello inerente la pratica ‘da soli’. In una società così intensa e laicizzata come l’attuale, l’occasione di sedersi da soli penso sia destinata ad aumentare: col diffondersi dell’interesse per lo ‘star seduti’, molte persone che desiderano praticare, pur seguendo una scuola o anche un insegnante, hanno poche opportunità di sedersi in modo formale e continuativo. Vuoi per questioni geografiche (ad es. chi non abita in città) o di orari (tra lavoro e famiglia infatti è difficile ritagliarsi lo spazio per ‘andare al dojo’). Nulla vieta naturalmente una pratica solitaria, e tuttavia sedersi da soli non è la stessa cosa che sedersi in compagnia. In cosa consiste questa differenza?

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Forse da un lato in un sapore, in una qualità leggermente differenti: da soli si è più rilassati ed a proprio agio; si è forse più portati a produrre pensieri autocentranti, o meglio centrati su una suggestione di auto-realizzazione; si è più facilmente preda di distrazione o sonnolenza e così via… Dall’altro lato dubbi e fissazioni, naturalmente diverse da un individuo all’altro, possono prendere più facilmente concretezza, mancando la funzione di specchio rappresentata dagli altri o da una guida: i dubbi tipo “che ci faccio io qui e perché” penso siano di solito salutari, altri relativi alla durata della seduta o alla postura un po’ meno; le fissazioni poi sono ancor meno auspicabili, specie se diventano ossessioni o auto-convincimenti che tendono ad incistarsi nel mezzo della pratica. Non credi che l’argomento sia di un qualche interesse? Perché tu, o lettore, o qualche altro autorevole rappresentante della ‘Stella’ non scrivete un commento, un articoletto, un editoriale sull’argomento?

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