ovvero:

Il cammino verso l’integrazione dell’identità con l’assoluto

I) I titoli

Il titolo di questa conversazione è mutuato, in parte, dalla traduzione inglese di quello che, a mio parere, è il componimento letterario più importante per lo sviluppo del Mahāyāna dell’Asia Orientale: il Dasheng Qixinlun (1), o Trattato del Risveglio della fede nel Mahāyāna. Nella traduzione (2) del testo è detto che “il processo di realizzazione del risveglio non è altro dal [processo di integrazione de] l’identità con il risveglio originale”. Per coloro che comprendono il giapponese, in questa lingua il testo recita: 始覚 は 即ち 本覚 に 同じき を もって成り. (3)Ho usato questa citazione per portare tra noi quell’antico testo, tuttavia, alla luce della mia esperienza, penso sarebbe meglio parlare di “processo di scioglimento dell’identità nell’assoluto” piuttosto che di “integrazione”, per cui il titolo che ho scelto non è ottimale.

Parlando ancora di titoli, ho molto apprezzato quello di questo convegno: penso che “l’universalità del Buddismo” sia un tema splendido. Com’è noto, “universalità” deriva da “universo” e letteralmente significa “volto ad uno, all’unità” ovvero “senza alternative”. Perciò, mi chiedo: se per universalità intendiamo che è “per sempre, ovunque, per tutti”, può esserci una universalità di pertinenza del solo buddismo? O forse si vuol dire che il buddismo è una particolare forma di universalità, dal momento che non c’è “universale” che non prenda forma particolare?

E ancora: come possiamo cercare l’universalità nel buddismo? Il buddismo non esiste: è una fantasia, un’immaginazione, non vi è qualche cosa che io possa prendere -anche concettualmente- e mettere qui davanti a voi e dire: «Eccolo, questo è il Buddismo, che cosa ne pensate?». Lo stesso si può dire dei buddisti: non siamo una categoria antropologica, né un’etnia o un tipo di persone con un determinato aspetto che si possa studiare con la lente, o mettere in bacheca infilzato con uno spillone.
Come dicevo è un ottimo titolo. Permette di chiederci che cosa sia universalità e in che misura corrisponda a buddismo. Perciò, proprio su queste basi, vediamo attraverso quale processo storico è accaduto che una parte dell’umanità abbia chiamato o chiami l’universalità, l’unico verso dell’assoluto, con i nomi di buddhadharma, fofa (仏法), fodao (仏道), buppō (仏法), nell’ipotesi che buddismo sia uno dei linguaggi in cui parla Universale. Anche se il termine buddismo non è per nulla buddista, creato come fu dagli Inglesi che, conquistata l’India, vollero semplificare, classificare la cultura religiosa indiana e “inventarono” Jainism, Hinduism e Buddhism.

II) Il percorso dell’umanità nel viaggio verso l’assoluto

Occorre fare un balzo nel tempo e nello spazio. I ritrovamenti di Harappā e Mohenjo Daro, nella parte pakistana della Valle dell’Indo, confermano ciò che in passato si poteva solo supporre: certamente in quell’area vi è stata una cultura strutturata precedente all’invasione degli stranieri conquistatori, gli Arii -dalla radice sanscrita aríh “straniero”- e all’interno di quella cultura fu realizzata la capacità di entrare in contatto con l’assoluto (4) tramite il corpo. Sto quindi parlando di un uso religioso del corpo, il quale diviene il luogo o sede di congiunzione tra il

mondano e l’infinito. Qui la nascita della Religione coincise col passaggio dagli sciamani agli asceti, che sviluppano la capacità di entrare in contatto con l’assoluto tramite il corpo grazie a particolari forme verificate come più adatte a istituire quell’identità. E la posizione a gambe incrociate, già da un’epoca sicuramente precedente al 1000 a.C., fu sperimentata come la più favorevole fra tutte nel trasformare il corpo in un tempio divino.

È l’origine, quantomeno nella parte fisica, di quello che solo molti secoli più tardi verrà chiamato yoga, “unione [con l’assoluto]”, e che dopo una altrettanto lunga evoluzione oggi chiamiamo “zazen”.

Quella civiltà è la stessa che in un filone del lungo e geniale processo di raffinazione del culto della Grande Dea, ha dato origine al nucleo embrionale del successivo culto di Śiva (5) che più tardi è entrato prepotentemente anche nel buddismo con la figura di Avalokita Īśvara (6), poi Kwannin e poi Kannon o Kanzeon. Dal nucleo originale del protoyoga e del protoshivaismo nacquero anche quelle pratiche che molti secoli più tardi portarono al tantrismo, al Buddismo Vajrayāna e tibetano, allo Shingon e così via.

Quando Śākyamuni si ritira nella foresta è in un ambiente già da molti secoli popolato di asceti, gli śrāmaņa, “coloro che si sforzano” sulla via di ricerca dell’assoluto tramite il corpo. Ma non solo. Quando colui che sarà il Buddha, il Risvegliato, che svelò a sé stesso il passaggio al nuovo -che consiste nel lasciar svanire il mondo invece di volerlo annullare- iniziò il suo periodo di apprendimento delle Upanishad e del Sāmkhya sotto la guida dei maestri della foresta, la scena si era da tempo arricchita di altri importanti elementi.

A partire dalla graduale affermazione delle comunità stanziali neolitiche, la più antica civiltà organizzata (religione, scrittura, forme complesse di governo ecc.) di cui gli archeologi abbiano trovata traccia è bipolare, con un centro nell’area mesopotamica e l’altro in quella egizia. Questi due poli interagiranno molto a lungo contribuendo a formare le lingue, le scritture, i miti, le religioni che costituiscono l’embrione di molta parte dello sviluppo del mondo attuale (7).

Dopo due millenni di tale bipolarismo, la migrazione ad Occidente di popolazioni accadiche e semitiche verso l’Egitto e l’Europa diede origine, rispettivamente, all’ebraismo, alla civiltà greca e a quella latina dalle quali, in tempi più recenti, nacquero cristianesimo e islam. Qui, dall’inizio, Religione significò soprattutto gnosi e morale. All’epoca di Sargon il Grande, nel 2350 a.C., gli Accadi arrivarono da un lato sino al Mediterraneo, dall’altro quasi alla Valle dell’Indo (8).
In una fase successiva, sulla base della sapienza dell’Avesta nacquero i Veda prima e le Upanishad più tardi (9). Prendendo in considerazione il filone costituito dai Veda e dalle Upanishad vediamo che al suo interno fu intuito l’intimo rapporto dell’uomo con l’assoluto, sino all’impegnativa affermazione “so ham” “io sono quello”. Così nel terreno di coltura religiosa dell’India, alla forma del corpo che ci modella nella forma dell’assoluto si unì la consapevolezza che la natura umana nella sua essenza è una con Dio.

Note:

1) 大乗起信論, più noto nella lettura giapponese di Daijō Kishinron.

2) Hakeda Y.S, The Awakening of faith, Columbia University Press, New York 1967, 37. Traducendo in italiano ho posto “risveglio” laddove Hakeda traduce “enlightenment” per correggere una distorsione frequente in passato.
3) Traslitterato con il sistema Hepburn: “shikaku wa sunawachi honkaku ni onajiki wo motte nari”.
4) Uso il termine “assoluto” nel senso originale, etimo, ovvero: “sciolto, libero da ogni vincolo, da ogni limite”.

5) Cfr. A.C. Bouquet, Breve Storia delle Religioni, Mondadori, Milano 1944, 145 e Renzo Savarino, s.v. “Indo, civiltà dell’”, L’Enciclopedia, UTET, Novara 2003, vol. 10, 723. Inoltre cfr. Heinrich Dumoulin, Zen Buddhism: a history, India and China, Macmillan Publish Company, New York 1994, 13.

6) Cfr. L. De La Vallée Poussin, s.v. “Avalokiteśvara”, in Subodh Kapoor, a c. di, The Buddhists: encyclopaedia of Buddhism, Cosmo Publications, New Delhi 2001, I 122 n.9.

7) Cfr. Giovanni Semerano, Le Origini della Cultura Europea, Olschki Ed., Firenze 20022 e cfr. A.C. Bouquet, Breve Storia delle Religioni, cit., 60 ss.

8) Traccia interessante dell’osmosi culturale dalla Mesopotamia all’India la troviamo nell’etimo di Gotama (o Gautama, più propriamente Gótamah): dall’assiro gadāmu, “tagliar[si] i capelli”; cfr. Giovanni Semerano, L’infinito: un equivoco millenario. Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco, B. Mondadori, Milano 20042, 73 n.142.

9) Cfr. Sarvepalli Radhakrishnan, La filosofia indiana, vol. I, Ed. Āśram Vidyā, Roma 1998, 59 ss. e soprattutto cfr. Giovanni Semerano, Le Origini della Cultura Europea, cit., II XXXVII ss.

Seconda parte

3 Responses to “L’universalità del Buddismo”

  1. filippo.monno Says:

    Concordo pienamente quando dice che il buddismo non esiste: è solo un’altro gioco della mente; personalmente non penso di essere un buddista, perchè ciò equivarrebbe a creare una falsa identificazione di me stesso, sono Filippo e mi sento parte dell’intero universo, perciò ad esso mi sento connesso. Poniamoci questa domanda: Ma Buddha era Buddha o era un buddista? Che cosa significa essere buddista? Cerco solo di vivere il momento presente, il qui e ora, nella meditazione e fuori dalla meditazione, anche se la stessa meditazione può indurre a creare falsi obiettivi.
    In un suo testo (Il fascino del buddismo) Pannikar dice che tempo fa domandò ad un suo amico monaco hindu, buddista therevada come mai in India, la patria del Buddha, non ci fossero buddisti e il monaco lo guardò dicendogli: “Ah sì? Non ci sono buddisti?”. Non ci sono buddisti perchè non c’è gente che non si dichiara buddista, perchè il buddismo come religione in India non esiste. Siamo noi che vogliamo classificare tutto. Loro badano allo spirito più profondo del buddismo e non al fatto di metterci un’etichetta che sia un’ideologia, un partito o una religione.

  2. mym Says:

    Mmm, se lei dice di “essere” Filippo… sostanzialmente non è molto diverso dal dirsi buddisti. Con quell’articolo di Panijkkar ho ampiamente polemizzato qui. mym

  3. filippo.monno Says:

    Si, forse avrei semplicemente dovuto dire “sono” :-). Grazie

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