L’arte del Buddismo

Nel panorama culturale occidentale è abbastanza raro incontrare persone che abbiano una conoscenza diretta del buddismo ed insieme una preparazione artistica adatta a descrivere e trasmettere il senso dicibile dell’arte connessa a questa religione, nel suo complesso e nella sua peculiarità. Anche questa volta non vi imbattete nella persona “giusta”: da molti anni pratico e studio il buddismo ma sino a tempi recentissimi ho sempre evitato di approfondire la comprensione delle sue modalità espressive secondo l’arte. Certamente ha influito, su quella che è una carenza culturale, il timore di affrontare un patrimonio di conoscenza enorme, che abbraccia venticinque secoli di storia e decine di culture in un’area estesa tra l’Afghanistan e il Giappone.
Invece, l’anno scorso, padre Carlo De Filippi, fratello sulla via di salvezza senza etichette e senza esclusi, mi ha chiesto di scriverne ed incautamente ho accettato. Ora è quel tempo.
Concludo la mia excusatio confessando la mia persistente ignoranza per l’arte religiosa non buddista di ogni genere, così che non so se ciò che dirò è inusitato o all’inverso banale per chi “se ne intende”, e legge gli affreschi del Beato Angelico come messaggi privi di segreti.
Dipingere scolpire scrivere poetare è un atto diretto nel suo compiersi e tuttavia, poi, un medium, il tramite di un senso. Anche, seppure in modo un po’ speciale, quando l’argomento è “il sacro” o addirittura “il trascendente”. Si canta l’ideale e poco importa se questo non è e non sarà mai cosa del mondo perché l’arte parla allo spirito e lo spirito si nutre di “cose mai viste”.
Il ponte tra l’invisibile e lo spirito, tra l’impensabile e la comprensione può essere intessuto d’arte: è la scoperta che ha reso lieta riscoperta lo studio dietro queste righe. Scriverne, essendo fissare una forma, arricchisce il mondo di qualche cosa che non c’era e, contemporaneamente, in qualche modo oscura tutto quello che è omesso.
Se un giorno se ne presenterà l’occasione, prestate attenzione alla “distruzione del maņdala”, quella particolare pratica religiosa che solitamente accompagna un’iniziazione nel buddismo di scuola vajrayāna. Essa prevede la creazione di un’opera d’arte minuziosamente complessa formata da figure composte da sabbie di colori diversi, faticosa e lunga a realizzare, che appena terminata viene distrutta mischiando assieme le sabbie che a quel punto sono un’unica sabbia. Nulla resta fissato, ciò che nasce muore, afferrare la bellezza per trattenerla avvelena la vita: è la via della sofferenza. Aprire le mani dello spirito affinché non cerchino di trattenere o possedere è la via stretta, la liberazione.

La forma religiosa detta buddismo delle origini è quella più povera di idealismo, addirittura si automutila impedendosi di ritrarre il Buddha con fattezze umane. Ma artista è il Buddha stesso che “dipinge” il significato del suo insegnamento nella mente e nello spirito dei discepoli. La prima forma d’arte è il racconto, tramandato e ripetuto oralmente e perciò vivo sia della scintilla inventiva che lo generò sia della voce e dell’emozione di chi lo racconta, che suscita echi vivi nell’animo di chi ascolta. Lo sappiamo bene nella nostra cultura: ogni volta in cui sentiamo parlare dei gigli del campo e degli uccelli del cielo possiamo percepire, oltre al senso recondito, il tocco dell’artista che in pochi tratti ci mostra lo splendore irripetibile e gratuito che emana dalla vita.

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