L’arte del buddismo (seconda parte)

I Jātaka, [Storie della] Nascita [del Bodhisattva], hanno avuto una redazione in chiave buddista che risale almeno al terzo secolo a.C. e constano di cinquecento quarantasette racconti popolari, dedicati alle manifestazioni, in tempi e luoghi i più remoti, del Bodhisattva (1) sotto forma umana: un re, una donna, un mercante o un fuori casta. Oppure un animale: un elefante, una gazzella. Più della metà di queste storie è di origine non buddista, nasce nella poetica legata agli asceti hindu, ma tutte sono state rimodellate per contenere i significati trasmessi dal Buddha, il bodhisattva per antonomasia. A dimostrazione della loro grande vitalità, se ne trova traccia nelle epoche e nelle raccolte più diverse: erano note ad Erodoto, contengono una versione del Giudizio di Salomone (Jātaka 546), si ritrovano nelle favole di Esopo, nelle Fables di La Fontaine, nei Canterbury Tales di Chaucer. E poi molte delle storie contenute nelle Jātaka le ritroviamo nel Mahābhārata, nel Panchatantra, nel Rāmāyana. Nel Sutra del Loto, opera fondamentale del buddismo la cui redazione iniziale risale al I secolo a.C., è detto esplicitamente che uno dei modi d’insegnare del Buddha sono proprio le Jātaka.
Perché tanta importanza ad una raccolta sconosciuta ai più? Perché queste opere, basate su un metodo didattico che usava la fantasia, la favola e la parabola come base costante del proprio procedere, sono l’inizio dell’ispirazione delle arti figurative buddiste. La partecipazione del Buddha ad ogni forma di vita durante le sue varie manifestazioni, fu la prima rappresentazione plastica dell’ideale della Comunità Universale da lui predicata. Ben prima che la sua figura comparisse in forma umana, fu la Comunità o Comunione a costituire il soggetto idealizzato e riprodotto nella dovizia delle forme di vita offerte dalla esuberante natura indiana, formata dal mondo vegetale, animale, umano e sovrumano.
Sebbene le prime sculture siano state i monumenti funerari dedicati al Beato, potente memento della sua venuta, presto seguirono le rappresentazioni scolpite nella pietra di decine di forme viventi, quasi brulicanti: elefanti e pavoni e tigri, scimmie, divinità e re accompagnati dal loro seguito, al centro delle quali vi era un posto vuoto, o un segno, a ribadire l’impossibilità di rappresentare esplicitamente il senza forma.
Il processo di idealizzazione della Comunità Universale in cui consta l’intero universo e la presenza invisibile dello spirito del Buddha in ogni vita, reale e immaginaria, e che costituisce l’unico veicolo o unico cammino nel destino di salvezza per tutti, sono la fonte profonda, la sorgente significativa di ispirazione dell’arte buddista indiana.
Nel nord e nel nord ovest la costruzione dei primi chiostri in muratura fornì le superfici per i primi dipinti, il contributo del genio estetico ellenico (2) si manifestò e il Buddha, “la Luce del mondo che disperde le tenebre dell’illusione” comparve, scolpito in mezzo all’assemblea con vesti indiane e fattezze apollinee. In quel tempo -siamo tra il secondo ed il terzo secolo a.C.- si era già determinata la spersonalizzazione della fisicità del Buddha: quelle statue non erano il ritratto del signor Śākyamuni Gautama, rappresentavano il principio cosmico. Oppure, nei termini della cultura buddista, ritraevano il Dharma manifesto nell’umano. Perciò non sono statue (o dipinti) come le altre ma nelle loro proporzioni, nell’espressione, nelle fattezze nella sensazione che emanano esse esprimono quella trascendenza che le aveva ispirate. Di fatto inizia la sovrapposizione tra artista e pio religioso, tra arte e religione.

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Note:

1) Il senso della parola, letteralmente “essere di risveglio”, in questi antichi componimenti è specificamente un epiteto del Buddha durante il suo sviluppo spirituale. Sebbene parlare di reincarnazione in ambito buddista non sia corretto dal momento che ciò presuppone (contrariamente all’insegnamento del Buddha) l’esistenza di un’anima permanente che “indossa” un corpo dopo l’altro, tuttavia per loro origine popolare o in ambiente hindu, i Jātaka narrano l’avvicendarsi delle vite compassionevoli del futuro Buddha sul cammino della liberazione. Questa ora detta è l’accezione in cui nei Jātaka è usato il termine bodhisattva. In seguito, a questo e a quello letterale si aggiungerà anche il significato di “colui che vede la propria salvezza in quella di tutti gli esseri”.
2) Alessandro Magno conquistò la Battriana (Uzbekistan e Afghanistan settentrionale), la Sogdiana (Afghanistan meridionale e Pakistan sud occidentale) e l’India nord occidentale nel 326 a.C. lasciando dietro di sé un regno di cultura mista. Sebbene sia spesso affermato che le prime rappresentazioni antropomorfiche del Buddha siano solamente di origine ellenica, tuttavia la differente fattura delle statue trovate nel sud dell’India, che per loro parte influenzarono anch’esse l’arte tailandese, birmana, cinese, coreana e giapponese, suggeriscono l’esistenza di due differenti scuole della scultura religiosa buddista. Cfr. M. Anesaki, Buddhist art in its relation to buddhist ideals, Houghton Mifflin C., Boston and New York 1915, p.12.

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