Da alcuni anni Jf svolge il ruolo di Sokan, ovvero Direttore dell’ufficio europeo del Soto shu, delegazione off shore del braccio amministrativo del buddismo Soto zen giapponese. In quell’alto soglio ha la possibilità, spesso il dovere, di osservare da vicino come nei vari “centri” zen europei venga coniugata la pratica religiosa col denaro.

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Dopo l’ennesima esperienza, senza citare alcun luogo particolare, ci ha inviato l’articolo che segue, diretto a tutti i luoghi dove si pratica lo zazen. Ma potrebbe altrettanto riguardare tutti i luoghi di pratica, indipendentemente dalla religione di appartenenza.

I costi della spiritualità

In una recente occasione, ho avuto modo di discorrere del tema dei costi di partecipazione ai ritiri spirituali zen (sesshin) e più in genere alle attività dei vari centri di pratica zen esistenti ormai un po’ ovunque in Europa. Ne ho ricavato alcuni spunti per una riflessione che desidero partecipare pubblicamente, perché credo si tratti di un argomento d’importanza cruciale. Nel discorrere, è emersa una questione così posta: ci sono persone che, pur non essendo in particolari ristrettezze economiche, e che non badano a spese se si tratta di acquistare l’ultimo smartphone in commercio, si sentono in dovere di risparmiare sulle spese di partecipazione alla pratica spirituale, per una sorta d’ideologia pauperistica. L’argomento mi ha dato da pensare, e quanto segue è il prodotto della mia riflessione.

(altro…)

Tanto tempo fa, in quel di Monza, Massimo e Giovanna, due baldi e (allora) giovani zazenisti ebbero la splendida idea di tradurre in italiano una piccola opera, dal titolo Lo zen di Dogen come religione, scritta da Kosho Uchiyama, abate di Antaiji sino al 1975, quando il monastero era ancora situato alla periferia di Kyoto.

Erano tempi, quelli della traduzione, in cui il PC era ancora un oggetto quasi misterioso, posseduto solo dai precursori. Così il testo nacque su carta e tale rimase per molto tempo. Sino a quando Marta, nomen omen, lo copiò nel suo PC rendendolo così facilmente accessibile per correzioni e aggiornamenti. Si rendeva necessaria una copertina e, naturalmente, fu il Doc a prestare la sua matita mentre Ahr trasformò il tratto di quella matita in segni digitali, componendo l’insieme della copertina. Intanto Jf correggeva le parole giapponesi aggiungendo gli ideogrammi, Marta rifiniva il testo, controllava e ritraduceva d’accapo le note… e mym, come sempre, rompeva le … Cioè: coordinava il lavoro con grande pignoleria.
Un lavoro che siamo lieti di offrirvi in un agile e-book in formato pdf, in attesa che il nostro immensurabile webmaster, entro la fine del mese di tetlicatepec ce lo trasformi in formato e-pub.
Il testo originale nacque nel 1977, due anni dopo che Uchiyama aveva lasciato a Koho Watanabe la guida di Antaiji, proprio mentre il monastero rinasceva sulle montagne dove si trova tuttora, seppur molto cambiato.
Non ostante siano trascorsi quasi 40anni dalla sua composizione, il testo rimane attuale, evidenziando così la sua valenza religiosa.

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Veni, vidi, locuti sumus!
Inizio con un poco di latinorum, in risonanza con le numerose citazioni in tedesco, in greco, in francese, in aramaico, in spagnolo, in inglese, in latino naturalmente e qualcosina pure in sanscrito, suoni che dopo tre giorni di full immersion ancora mi sfarfallano tra un orecchio e l’altro.
Incontro di grande interesse, sia religioso che antropologico.
Un dotto gesuita, p. Fausto Gianfreda, ha tenuto tre conferenze magistrali di alto  livello.  Raramente,  forse mai,  ho sentito  parlare così bene, e con tanto

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entusiasmo, di concetti così difficili, per di più rimbalzati da un autore all’altro, da un secolo all’altro. Questo ha fatto risaltare, più del solito, la mia scarsa cultura.
La parte più interessante è stata quella finale, il terzo giorno. Il programma era di parlare delle differenze che ciascuno di noi riscontrava nella “compassione” secondo l’accezione della religione dell’altro. Ho iniziato io, ho parlato un quarto d’ora e… è successo di tutto. Ad un certo punto, il moderatore -sacerdote anch’egli e monaco di Camaldoli- si è spogliato del suo ruolo super partes ed è intervenuto con una veemente predica, di parte, di quasi mezz’ora. La cosa curiosa è che la completa assenza di volontà (attitudine?) di considerare un punto di vista (in questo caso: il mio) insolito ed eccentrico rispetto alle consuete visuali teologiche, è stata poi definita “un dialogo molto interessante e onesto”.
Riconosco senza difficoltà che in un convegno in casa dei monaci camaldolesi, dialogando con un erudito padre gesuita, mettere in dubbio, in alcuni episodi della Scrittura, la capacità di esprimere compassione da parte di Gesù e in particolare del Dio di Abramo, non è stato un atto di accorta diplomazia. Mi avevano chiesto di dire quello che pensavo su un argomento preciso, l’ho fatto in modo rispettoso e chiaro.
Purtroppo questa parte, più animata, dell’incontro, non la trovate nel testo scritto del mio intervento (un testo che contiene due novità) perché è stata improvvisata. La trovate nell’ultima parte, la n°7, del CD (a pagamento) che potete richiedere a: foresteria@camaldoli.it
Nella quale però manca più di mezz’ora del confronto (duello? :-) ) finale. In particolare è stata tagliata tutta la “predica” del moderatore, p. Joseph. Peccato: ricordava che al Dio di Abramo, sino a quel tempo -seppur raramente- si offrivano sacrifici umani. Il senso dato infatti da p. Joseph alla storia di Abramo e Isacco era che, fermando la mano di Abramo, Dio volle dire, anche, che lui rifiutava il sacrificio di esseri umani.

La locandina che vedete qui sotto è un invito a versare l’8xmille all’UBI, l’Unione Buddhista Italiana. L’ho trovata sul sito ufficiale  di  quell’Associazione  dove,  sotto  alla  locandina,

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campeggia la scritta: “Per cambiare il mondo puoi iniziare da una firma. La tua“.
Così, in poche righe, sono citati (offerti?) il risveglio, la compassione, la felicità, l’amore e la possibilità di cambiare il mondo, basta apporre una firma che sposta quattrini. Il messaggio che vi leggo è: “risveglio, compassione, felicità, amore a chi versa denaro all’UBI” ovvero, nella testa di molti, “ai buddisti” tout court. Il tutto, per quanto sembri incredibile “nello spirito trasmesso dal Buddha”, come sta scritto in fondo.
La Chiesa Cattolica ci ha abituato ai modi più diversi per raccogliere quattrini, accumulando e gestendo capitali enormi: non occorre vedere Il Padrino III per imparare i traffici dello IOR. Ma ha impiegato 2000 anni per perfezionare a questi livelli spudorati l’attenzione all’incasso.

Già 6 anni sono trascorsi: nel 2008 vi fu un incontro a Camaldoli intitolato Buddha: la via immanente della fede. Fu un’esperienza intensa,

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un buon clima sia da parte dei monaci benedettini che ci ospitavano sia da parte del “pubblico”, formato da persone colte e attente.
A giugno di quest’anno la Stella tornerà a Camaldoli per un incontro intitolato alla compassione.
Camaldoli è in mezzo ad un’antica faggeta e a giugno solitamente è un piccolo paradiso, in quei frangenti chiudersi in una sala per parlare o ascoltare per ore e ore non pare il massimo della bellezza.
Se qualcuno deciderà di trascorrere una parte del tempo in modo diverso sarà comprensibile: il paradiso non può attendere… :-)

Buon anno dalla Stella, con il nuovo Buddazot

2014

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Buddazot il “tremendo”: nella ruota del criceto

(Cliccare per scaricare in PDF)

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Ma checcos’è il Natale?
Eppoi, esiste un Natale buddista?
O, mamma mia!, un Natale zen?
Quando ci fermiamo, anche poco, vedendo dentro di noi, ed è chiaro che tutto quel che pensiamo e percepiamo è qualche cosa che la mente costruisce, allora …

Simone Weil, raro esempio di profondità religiosa al femminile, temo non avesse mai visto ciò. Tuttavia, con intelligenza, aveva intuito. Scriveva infatti: “Ciò che è sacro, ben lungi dall’essere la persona, è ciò che, in un essere umano, è impersonale”.

Buon Natale da Bz
e da tutta la Stella

Grazie a Doc per la tavola natalizia

Nelle commemorazioni dei defunti praticate in Giappone ad opera delle varie congregazioni buddiste, vi è una ricorrenza particolarmente importante: il sankaiki, 三回忌 (letteralmente: la terza spiacevole volta).

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Però siccome i giapponesi contano come già i romani all’epoca loro, ovvero considerano uno lo zero, il sankaiki -per loro- cade alla fine del secondo anno: la prima spiacevole volta è alla defunzione -quella che per noi è lo zero- la seconda al compimento del primo anno e la terza alla fine del secondo anno; che però -occorre riconoscere- è anche l’inizio del terzo, ammesso che c’entri qualcosa.
Insomma, oggi è il sankaiki di Daido se lo contiamo a modo nostro, non lo è contando alla giapponese.
Com’è come non è, son passati tre anni.

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