Anche respirando inquiniamo perché aumentiamo l’anidride carbonica e la diffusione di batteri nell’ambiente. Ma così come non penso di smettere di respirare, così pure, qualche volta accade che anch’io mangi una bistecca, pur sapendo che per procurarmela è stato ucciso un vitello.

Questo per dire che intendo muovermi su un piano in cui l’etica è la direzione, non un aut aut di tipo assoluto, inderogabile.

Tuttavia occorre porre delle linee di demarcazione affinché non si finisca nel piano opposto: ovvero non si finisca per pensare che visto che comunque, vivendo, è inevitabile uccidere e inquinare, beh, allora non c’è alcun male nel versare il mercurio in mare perché si tratta solo di fare, un po’ più in grande, quello che già facciamo.

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Dicevo prima della componente idolatrica del processo che porta noi uomini a non rispettare l’ambiente. Ogni volta che noi abbiamo come faro, come direzione base del nostro cuore un obiettivo terreno, in quel momento seguiamo un idolo.Quando inquiniamo, o non ci curiamo delle conseguenze dei nostri gesti seguiamo il dio dell’interesse economico, oppure quel piccolo dio che si chiama ego.

Gli esempi possibili sono innumerevoli.
Uno solo per tutti:

Da alcune settimane è iniziato un dibattito, sui principali quotidiani, riguardo al fatto se il capitalismo, personificato in coloro che dirigono l’impresa, debba o meno porsi dei limiti etici.

Alcuni autorevoli commentatori sostengono la tesi dell’impossibilità di un etica d’impresa, a meno che non sia l’etica del profitto, ovvero l’anti etica per eccellenza.
Perché in essa l’uomo, la sua vita, sono mezzi secondari, subordinati ad un fine materiale e privato. Quindi legato al desiderio egoistico che, assecondato, annulla qualsiasi etica.

Il fatto di porsi la domanda se sia giusto o sbagliato che qualcosa o qualcuno non sia sottoposto a un’etica certamente è un buona cosa, ma rivela esplicitamente il processo di assolutizzazione del profitto, ovvero dell’accumulazione di denaro, ovvero della forma più comune di idolatria, sin dall’antichità, quando fu simboleggiata dal vitello d’oro che Mosé fece distruggere.

Infatti se vi è il dubbio che qualcosa, e il qualcuno che l’amministra, possa essere al di là dell’etica, ovvero al di là di ogni limite, vuol dire che abbiamo già elevato quel qualcosa al di sopra di tutto, e questo, tecnicamente, si chiama idolatria.

Dicevo prima che l’etica buddista prende il suo avvio dal passo minimo espresso dalle parole non nuocere, un primo passo comune con tutte le grandi religione orientali.
Il passo successivo è “sii benevolente”, ovvero applicati nel bene

In altre parole, più generiche, i due comandamenti base del buddismo, di ogni buddismo, sono:

Rifuggi dal compiere il male
Sii lesto, veloce nel fare il bene.

Come dicevo prima, il buddismo non è una religione normativa fatta di regole e di leggi.
Nel buddismo non si viene salvati secondo la legge, per usare un’espressione paolina.
È una religione il cui fine è la liberazione dal male perciò quelle indicazioni vanno lette non in chiave normativa, ma efficiente.

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Allora, poiché si parla di efficienza, mi devo chiedere qual è il mio vantaggio, in chiave di bene e male per me, legato a quelle indicazioni.
Ovvero dov’è il mio interesse, nel rifuggire dal compiere il male, ossia dal nuocere, e nel compiere il bene, cioè nell’essere benevolente.Nel buddismo con il termine “vita” non si intende solo la successione di atti biologici, mentali e spirituali che formano il funzionamento di questo essere.

Quando dico “la mia vita” intendo anche voi, che in questo momento siete qui, ovvero siete nella mia vita, siete parte di essa.

Così come è parte della mia vita

-la strada su cui ho camminato venendo qui,
-l’aria che respiro in questo momento,
-l’acqua che bevo
-e tutto ciò che forma quello che di solito chiamiamo l’ambiente in cui viviamo, che nel buddismo si chiama la vita che vivo.

Inoltre, il buddismo, lo abbiamo visto, non è una religione teista, quindi non si pensa ad un dio che tiene conto dei nostri atti e poi tutt’a un tratto emette un verdetto.

Nel buddismo la retribuzione dei nostri atti è pienamente responsabile, non è un premio o una punizione che ci viene dall’esterno.

Se io compio il male, ovvero metto del male nella mia vita la normale, direi banale conseguenza è che la mia vita sarà piena di male, di dolore, il male il dolore che io stesso ho messo nella mia vita.

Viceversa, se io mi adopero per costruire il bene, se il mio comportamento è diretto all’immissione di bene all’interno della mia – che è la nostra – vita allora in questo modo ci manterremo nel bene, almeno nel bene che ci abbiamo messo noi.

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