(Scontro di civiltà o…)

Credo valga la pena di riflettere su questa considerazione abbastanza ovvia, e propongo di prendere in esame un aspetto, cui prima accennavo, che non mi pare venga tenuto nel dovuto conto con la lucidità e il disincanto che meriterebbe: il malessere che il benessere ci procura. Noi, esserti umani, mentre abbiamo nei secoli dimostrato di eccellere nel gestire emergenze, disastri, penurie e tragedie di ogni entità e genere, sia quelle da noi stessi inflitte a noi stessi che quelle elargite da madre natura, sembriamo inetti a gestire la normalità, il benessere, la salute, la pace, che pur diciamo di desiderare sopra ogni cosa. E’ come se fossimo più adatti a trovar senso alla vita quando la vita è a repentaglio che non quando scorre piana e gradita. Ciò sembra valere a vari livelli dell’umana esperienza, individuale, famigliare, sociale. Viviamo dentro a questo paradosso: proprio mentre coltiviamo gli obbiettivi di appianare gli ostacoli, alimentare il senso di sicurezza, ampliare i limiti, siamo poi molto più vivaci e creativi quando il sentiero è irto di ostacoli, quando il limite incombe, quando il pericolo si fa visibile. Perciò, in tempi di pace lunga, di acquisito e assai generalizzato benessere, di aumento della durata della vita e diminuzione delle grandi malattie epidemiche mortali e delle grandi sperequazioni sociali, di generalizzata diffusione dell’istruzione, di partecipazione democratica alla gestione del potere, perlomeno in termini di delega ….. spuntano i mali oscuri, la perdita di senso e di valori, il nichilismo, la chiusura mentale e l’egoismo… Indice evidente di questa situazione è la diminuzione della natalità, diffusa in tutte le terre del benessere: peggiori sono le condizioni di vita e più alto è il tasso di natalità, migliori sono e più è basso, al punto che l’inverso tasso di mortalità infantile non compensa la sperequazione: i derelitti tendono alla crescita, i benestanti all’estinzione.

Sembra esserci insomma una sorta di incapacità a gestire il benessere, non so se per mancanza di allenamento (veniamo comunque da millenni di privazioni e di guerre) o per inettitudine genetica.

Accenno a questa problematica, come considerazione di fondo da verificare e su cui riflettere. Ritengo comunque che non siamo in presenza di uno scontro di civiltà bensì di fronte a un’alternativa fra due opposte direzioni che la civiltà può prendere – una, che dà corpo allo scontro di civiltà e conduce alla guerra preventiva e dunque permanente, l’altra che non crede allo scontro di civiltà ma all’incontro di differenti modi di vivere l’unica realtà umana e civile, e ha come presupposto e come esito la pace preventiva e dunque permanente.

III. Quale concezione di civiltà
La dimostrazione che non c’è in atto nessuno scontro di civiltà sta nella constatazione che un unico orientamento domina, tutto sommato, da occidente a oriente, da nord a sud. C’è, in definitiva, un’uniformità di veduta d’insieme, che si riflette nei discorsi socio-politici riportati dai media: in tutti i paesi del mondo, tanto le forze di governo che quelle di opposizione, sembrano perseguire, magari con metodi diversi fino a essere opposti, un solo obbiettivo: la crescita economica, progressiva, ininterrotta, perenne. “Crescita” è la parola d’ordine, il mantra salvifico: e nessuno si sottrae al suo fascino. Da questo punto di vista, servirebbe davvero uno scontro di civiltà: non certo in senso bellico, intendo, ma un confronto fra diverse concezioni del mondo. Sarebbe auspicabile che qualcuno, fra coloro che prendono poi davvero le decisioni e non solo fra gli intellettuali illuminati che tutti stanno a sentire e nessuno ascolta, si levasse a mettere in dubbio che la crescita perenne sia in sé l’obbiettivo della civiltà mondiale. Non solo chiamando in causa l’insostenibilità della crescita continua, cosa che qualche Cassandra si perita peraltro di fare: ma Cassandra è condannata a non convincere mai nessuno, perché il suo è un discorso solo in negativo. Non basta lo spauracchio di catastrofi più probabili ma non visibili a occhio nudo, per convincere i seguaci del dio profitto e della dea crescita a cambiare fede: alla resa dei conti i detentori del potere sembrano il più delle volte preferire la logica del “après moi le déluge” piuttosto che convertirsi a una lungimiranza che comporta una metanoia, una conversione globale.

Non si tratta, infatti, io credo, di convincersi a invertire la rotta, perché altrimenti l’impatto con l’iceberg sarà inevitabile e devastante. Né di tornare alle età dell’oro che in realtà non hanno mai luccicato come si vuole credere – e poi, indietro non si torna. Né di demonizzare il progresso in quanto tale. Si tratta invece di prendere atto che questo modo di perseguire il benessere è fonte di malessere, perché è un benessere fittizio, precario, sottile come una pellicola di ghiaccio, per restare alla gelida metafora. Un benessere basato sulla moltiplicazione all’infinito del desiderio e sul possesso, che ha in sé i germi dell’insoddisfazione e del conflitto, che ingenera frustrazione e invidia, che si alimenta anche del malessere altrui, che va, in ultima istanza, difeso con le armi. Il vero benessere, al contrario, non può essere disgiunto dalla pace. E una pace che va difesa con la guerra non è vera pace, al massimo è una vittoria provvisoria, un armistizio.

Questo è il punto qualificante, la svolta epocale. Si tratta di passare da una civiltà della guerra a una civiltà della pace. Tutto ciò cui assistiamo oggi e a cui in fondo abbiamo assistito negli ultimi 6000 anni (tutta la cosiddetta storia) non è stato che una dialettica interna alla logica della guerra, alla civiltà della guerra. Anche il pacifismo oggi sbandierato nei cortei, per le sue caratteristiche di contrapposizione, di parzialità, di schieramento è in larga misura un fenomeno interno alla logica del conflitto.

La metanoia che la realtà oggi ci richiede, tanto individualmente che collettivamente, è la conversione dalla guerra alla pace. Come accennavo prima, la pace procede dall’individuo, è innanzitutto atteggiamento e modo di vivere individuale che si comunica da persona a persona, si trasmette come i cerchi nell’acqua. Questo è il motivo per cui si può credere nella pace, contro ogni ragionevolezza.

Ricordo a questo proposito, che quando ero in età di servizio militare, l’obiezione di coscienza era un reato gravissimo, punito con 5 anni di carcere duro in una prigione militare, a Gaeta o a Peschiera. In quegli anni, non poi così lontani (seconda metà anni ’60) gli unici o quasi a obiettare erano i Testimoni di Geova, nell’indifferenza se non nella diffidenza generale, ivi comprese le gerarchie cattoliche. Piuttosto che sostenere un comportamento di pace, che comportava un impegno diretto, personale, inequivocabile, chiunque fosse a praticarlo, si preferiva la logica di appartenenza, l’identità di gruppo rispetto all’identità di scelta: questo è un esempio di ciò che intendo con logica di guerra. Era, in fondo, una mancanza di fede – appariva del tutto irragionevole, una causa persa, sostenere la prassi di qualche sperduto singolo individuo, per di più testimone di una religiosità sospetta e concorrente, di fronte alla mole di interessi politici, culturali, economici, militari a sostegno della coscrizione obbligatoria. Trent’anni dopo, un battito di ciglia del tempo, la figura dell’obiettore era comunemente accettata da tutti, militari compresi – la realtà si è dimostrata ancora una volta non ragionevole – o meglio, l’invisibile (su cui non si può ragionare) si è fatto visibile. Mi piace qui ricordare un’espressione di Raimon Panikkar, uno dei profeti contemporanei della conversione da una cultura di guerra a una cultura di pace: la speranza non sta nel futuro, ma nell’invisibile – non certo inteso come qualcosa di misterioso, esoterico, occulto, ma come la certezza dell’impensabile che si avvera nella nostra relazione con la realtà – se viviamo la pace, c’è la pace.
Qui risiede la funzione della religione e qui poggia il discorso del disarmo.

Prima parte

Terza parte

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