Passò del tempo, chissà quanto tempo, ma Siddhārtha non si preoccupava più del tempo che passava: ascoltava, era assorbito dall’ascolto, ascoltava lo stormire delle fronde, il rumore della città in lontananza, il cinguettio degli uccelli, la pioggia che cadeva e il tepore del sole, ascoltava i suoi pensieri, tristi e sereni, stupidi e intelligenti, soprattutto ascoltava il silenzio del suo corpo nel tacere della mente. Ascoltava e sentiva: sentiva che quel brusio interiore ed esteriore, tutti quei rumori non erano che piccole onde in quel silenzio dentro di sé, giù giù fino nel profondo della sua anima, là dove non c’era fondo per quanto a fondo andasse, e fuori di sé, fino all’orizzonte e oltre, su su fino alla volta del cielo, là dove non c’era cima per quanto in alto andasse.

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Allora chiese aiuto alla Terra e al Cielo: posò una mano sulla terra, per sentire la solidità su cui era seduto, guardò il cielo, albeggiava, per vedere l’infinito che lo avvolgeva. Sentì la terra vibrare di vita sotto la sua mano, vide la stella del mattino sbocciare nel cielo che schiariva: e in quel momento vide e sentì, davvero, per la prima volta. “Ecco, disse, in questo momento tutti gli esseri viventi, quelli animati e quelli inanimati, gli alberi e i fili d’erba, i fiumi e le montagne, tutto si risveglia alla vita insieme a me.” Nella sua lingua “risvegliato alla vita” si dice “Buddha” e così da quel momento Siddhārtha si chiamò il Buddha, il Risvegliato. Aveva ascoltato e aveva sentito quel che la vita diceva alla vita, alla sua vita. Ora sapeva com’è la vera natura di ogni cosa, qual è la realtà del dolore, la sua origine, la sua dissoluzione e soprattutto conosceva, percorrendola lui stesso, la via che conduce alla soluzione di ogni dolore.

Dobbiamo però capire che la vita non parla come facciamo noi. La risposta della vita non è come le nostre risposte, che se ci chiedono che ore sono rispondiamo “le quattro” e tutto finisce lì. La risposta della vita non è una frase, una definizione, una soluzione che annulla la domanda. Il Buddha ascoltava la risposta della vita, e quello che sentiva era il canto della vita, nel suo complesso e nelle sue singole voci: se proprio dobbiamo provare a dirlo con parole nostre, sentiva che ogni cosa canta la verità senza aggiungere nulla. Insomma, la risposta della vita era nella vita stessa, e la soluzione del problema non era come la soluzione di un problema di matematica, ma era nel modo di vivere la vita di tutti i giorni: la soluzione è un inizio e non una fine.

Quindi il Buddha si rese conto che proprio mentre ascoltava la risposta della vita, non avrebbe potuto ridirla a parole senza guastarla: perché quella risposta non era una formula, uno slogan, non si può dire con le parole. Ma è un modo di vivere, un modo di essere in noi stessi e poi con le cose, con le persone. Pensò allora di non dire nulla a nessuno, per paura di non essere capito. Ma poi si rese conto che ciò che aveva scoperto era una cosa molto semplice ma molto importante, e doveva trovare il modo di comunicarla a tutti. Tutti gli esseri viventi hanno lo stesso problema, proprio perché tutti sono egualmente vivi, e per ognuno trovare il modo giusto di vivere è la cosa più importante.

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