3. Ridestarsi alla vita

Come punto successivo vediamo di descrivere analiticamente, nel modo più dettagliato possibile, l’effettiva esperienza interiore vissuta quando si fa zazen.

zz

Intanto traccio una linea che chiamo Z Z’. Essa indica il mantenere veramente la posizione (fisica e spirituale) di zazen. Quando facciamo zazen, il fare zazen (cioè Z Z’) indica come deve essere ora la realtà della nostra vita. Per cui dobbiamo senz’altro avere cura di mantenere la linea Z Z’. Ma, come già detto, noi esseri umani, anche quando ci sediamo, non siamo pietre, non siamo rigidi e neppure programmabili e involontariamente ci allontaniamo da quella linea. A volte a causa dei pensieri, a volte a causa del sonno. Per esempio, poniamo il caso che ci venga in mente il pensiero a. Se il pensiero a diventa l’appoggio cui fanno seguito i pensieri a’ a’’ e via di seguito, ecco che siamo già nel mondo del pensieri. Se ci viene in mente qualcosa che riguarda il nostro lavoro e poi ne conseguono pensieri circa programmi o soluzioni di quel lavoro, questo, certamente, altro non è che star pensando al proprio lavoro. A quel punto, aperta la mano del mio pensiero, ridesto con tutto il corpo alla posizione Z Z’, di zazen, ritorno alla realtà della vita che sto vivendo. Questo ritornare ridesto è indicato dalla freccia (↓). Dopo un po’ mi sento annebbiato, intontito. Lo indico con b. Se questo b prosegue, si inspessisce in b’, b” eccetera, diventa vero e proprio sonno. Può sembrar strano usare questi simboli progressivi per l’assonnamento, ma di fatto è ciò che succede in zazen. Vale a dire, quando in zazen diventiamo assonnati e un pensiero qualunque ci passa per la mente, in effetti stiamo già dormendo. Quel pensiero che passa vuol già dire che stiamo sognando. In merito allo zazen vero e proprio, pensare oppure dormire non sono cose diverse. Però il problema del sonno è forse più sottile. Infatti, se mentre sono seduto ad occhi aperti, ben sveglio, mi viene un pensiero alla mente e io gli vado dietro, è evidente che sto pensando. Se sono già intontito, appannato, se mi è venuto sonno e una qualunque immagine, un pensiero, mi si presenta in mente e io lo seguo, sto davvero sognando mentre dormo. Ci sono volte in cui mentre pensiamo «ora ho sonno, sono intontito, ma non cedo, continuo a fare zazen come si deve» si tratta invece di un sogno, e stiamo dormendo a tutti gli effetti. Parlo della mia esperienza di zazen e so che succede proprio così. Non mi intendo di ipnosi, ma non posso escludere che sia proprio questo stato di dormiveglia che viene utilizzato nelle cure ipnotiche. Quindi la persona che fa zazen, quando è assonnata, senza lasciarsi intrappolare da nessun pensiero, indirizza la propria energia, con le membra del corpo, vividamente, a far davvero zazen.

Anche questo lo indichiamo con una freccia in su (↑) . In pratica, quando facciamo zazen, è un continuo susseguirsi di ritorni, così (↓) oppure così (↑). A volte, dimentichi persino di ridestarci e ritornare, partiamo per la tangente e abbandoniamo la realtà per finire sulle nuvole, pensando «sto facendo zazen»(c, c’, c”). Ed ecco che mentre siamo lì a pensare di star facendo zazen, ci ritroviamo del tutto fuori, a chiacchierare con la vivida immagine di una fanciulla (c”‘), nel bel mezzo di una relazione sociale. Però se a quel punto ci ridestiamo alla realtà vera e se aprendo le mani del pensiero rendiamo effettiva la posizione di zazen del corpo, quell’immagine c”‘, così nitidamente apparsa, sparisce all’istante: eccoci ritornati alla realtà (Z Z’) di star facendo zazen.
Questo fatto è davvero importante e straordinario. Ci fa chiaramente capire che la forma c”’ presente ai nostri occhi come se fosse lì non è reale, è una menzogna visiva, una visione priva di contenuto. Per cui noi che facciamo zazen, quando ci accorgiamo di trovarci in una fase come quella appena descritta, sia essa c, c’, o c”, oppure c”‘ o qualunque altra condizione, risvegliamo al più presto il nostro zazen, e torniamo al1a linea Z Z’. Questo continuo ridestare, ritornare comunque a Z Z’, proprio questa posizione di risveglio effettivo è ciò che chiamiamo zazen. Proprio così. Ho detto prima che è assolutamente necessario proteggere la linea Z Z’ dato che, quando facciamo zazen, quella linea (che è il fare zazen) deve essere la realtà del1a nostra vita. Ora però devo modificare quanto ho detto. Z Z’ è la realtà effettiva della posizione di zazen. Però la realtà della nostra vita non si limita soltanto a questo. Se fosse solo Z Z’, non si distinguerebbe in nulla dalla vita di una pietra, e non sarebbe vita nei nostri termini. Adesso, proprio mentre stiamo tendendo alla linea Z Z’ che è la vera posizione di zazen, in realtà non possiamo mai immobilizzarci in Z Z’, anzi, deviamo da ogni parte nei modi più svariati; ma allora, risvegliata l’esistenza di Z Z’, proprio la forza vitale che lì ci riporta (↓) è la realtà autentica della nostra vita, di noi che stiamo facendo zazen. Allora, nel momento in cui siamo ridesti, veniamo a sapere che tutti i pensieri che passano altro non sono che visioni senza sostanza che vanno e che vengono e svaniscono in un attimo qualunque; questo venir a sapere è zazen (essere seduti nell’essere come è).

Nello Shodoka (Canto del risveglio alla via) del maestro Yoka Ghengaku (Yung chia 665- 713, uno dei cinque principali discepoli di Hui neng) questo punto è espresso nel modo seguente: «I sensi sono ombre di nuvole vaganti nel cielo e ciò che li avvelena (avidità, ira, ignoranza) false bolle di schiuma che appaiono e scompaiono. Verificata la vera forma, nulla vi è all’infuori.(4) L’effetto dell’inferno all’improvviso è distrutto». In verità, di fronte al risvegliarsi in zazen, tutti i pensieri, le passioni, le illusioni non sono che un falso apparire e scomparire senza sostanza come bolle di schiuma. Lo zazen ci fa fare l’esperienza, come dato di fatto reale, che ogni estensione del pensiero, fosse pure un mondo di dolore in cui restiamo intrappolati a causa del nostro modo di pensare, seppur involontario (il cosiddetto inferno Avici), altro non è che qualcosa che svanisce come niente in un istante. […]
Alla persona che fa zazen è dato di fare con il proprio corpo l’esperienza evidente di come i pensieri altro non siano che un vano apparire e scomparire privo di reale sostanza. Però non va dimenticato che finché non mettiamo in pratica effettivamente il vero zazen, non è possibile questa comprensione basata sull’esperienza. Quando dico che senza fare zazen non è possibile una comprensione basata sull’esperienza, so di dire qualcosa che appare estremamente presuntuoso: ciononostante lo affermo, perché di solito è per noi pressoché impossibile riconoscere davvero che ciò che pensiamo nella nostra testa non è altro che un andirivieni inconsistente. Infatti siamo immersi nei pensieri, viviamo in pianta stabile nel mondo del pensiero. Perciò, nel momento in cui ci viene in mente che qualcosa ci piace e che la desideriamo, quel piacere, quel desiderare che non è che la realtà di un pensiero, l’assumiamo come fosse la realtà autentica e in quanto tale la perseguiamo, sommando così pensiero su pensiero in quella direzione, fino a che si trasforma inequivocabilmente in avidità e possesso. Altrettanto, se pensiamo che qualcosa non ci piace e lo detestiamo, quello che altro non è che un nostro pensiero di non gradimento e di rifiuto lo riteniamo come fosse la realtà vera e propria, che va perseguita in quanto tale, e in tal senso continuiamo a pensare, finché si trasforma evidentemente in odio e ira. Normalmente nelle azioni della nostra vita siamo presi in un circolo vizioso: diamo quasi sempre concretezza al risultato del nostro andar dietro ai pensieri che ci attirano in modo vivido.

Nota del curatore:

4) Letteralmente: «Non vi è né persona né cose»: nel senso che non esiste la contrapposizione fra io ed il resto (ciò che è fuori di me) così come non vi è distinzione possibile fra me e la mia vita, il cammino che percorro.

Attribuendo concretezza, cristallizzando così desideri, pensieri, illusioni, diamo loro peso e importanza, e agiamo esclusivamente in funzione di essi, in balia di quegli stessi desideri, pensieri e illusioni cui abbiamo attribuito il peso dei dati di fatto. O, per dir meglio la nostra condizione ordinaria, neppure ci rendiamo conto che ora siamo in balia in questo modo dei nostri desideri e delle nostre illusioni: per cui è veramente il caso di dire che ne siamo in balia. Come un uomo che beve vino (illusioni) all’inizio si rende conto che si sta ubriacando, ma, a poco a poco, il vino chiama vino, è il vino che beve il vino, finché, continuando a bere, quando arriva allo stadio che il vino (illusioni) beve l’uomo, allora senza neanche rendersi conto di essere ubriaco, finisce per agire sull’onda delle illusioni. Quasi tutta la gente agisce in balia di desideri, passioni, suggestioni che permeano tutta la società. Proprio per questo lo zazen che noi ora facciamo può avere un grande significato. Infatti. nel momento in cui ci ridestiamo in virtù dello zazen, siamo realmente introdotti nell’esperienza effettiva che tutto quanto si sviluppa all’interno del pensiero svanisce nell’attimo stesso. Cosa significa ridestarsi? Noi diamo sempre peso e importanza al contenuto del pensiero, e invece, ridesti alla realtà della vita, poniamo il centro di gravità nella realtà della vita che non è un pensiero. In quel momento veniamo a sapere che i desideri e tutto ciò che si agita all’interno del nostro pensare, in verità non sono altro che qualcosa che appare e scompare senza reale sostanza. Allora, se questa effettiva esperienza di zazen penetra a fondo il nostro essere fisico e spirituale, anche continuando il nostro stile di vita normale, per quanto vadano e vengano i più vividi pensieri, non siamo per questo in loro balia. Ridestando da noi stessi in noi stessi la vita, in virtù di ciò ci è data la possibilità di ripartire da una realtà di vita fondamentalmente nuova. Ma allora, tutti questi pensieri a, b, c, tutti questi desideri ed emozioni sono cose che fondamentalmente non esistono, che devono essere negate? Assolutamente no. Come già dissi, anche i pensieri che danno vita ai desideri e alle passioni sono manifestazione della forza vitale dell’uomo. Però, se trascinati da emozioni e desideri continuiamo a pensare, la vita sì confonde, la vita viene uccisa. Lì è il momento di ridestarsi a Z Z’, ma se guardiamo ai nostri pensieri da quella posizione ridesta, allora possiamo vedere che sono essi pure scene di vita (durante zazen sono scene dello zazen).

Proprio così. Nella negazione della vita non c’è scenario. Solo dove c’è vita c’è scenario. Finché siamo in questo mondo, c’è buona sorte e mala sorte, circostanze favorevoli e circostanze avverse, cose interessanti e cose fastidiose, noiose, tempi felici e tempi infelici, il momento di ridere e quello della sofferenza. Tutto questo, in verità, è la scena della vita. Eppure, di solito, la gente è tuffata dentro queste scene di vita, in balia di esse come burattini, e diventa come folle. Ora, durante lo zazen, anche se affollano la mente pensieri e vivide immagini, grazie al ridestarsi a Z Z’ è possibile vedere queste scene di vita come il semplice scenario della vita. […]
Nello Shoboghenzo Zuimonki Dogen afferma: «Esser seduti (zazen) è l’azione di buddha, esser seduti è non fare. Questa è davvero la vera essenza del sé. Oltre a ciò non vi è altro da ricercare come via di Buddha». (Shobogenzo Zuimonki 2-22).
In altre parole, la cosa più importante riguardo allo zazen non è assottigliare, ridurre desideri, pensieri, emozioni, per poi, infine aderire perfettamente alla linea Z Z’ (naturalmente durante lo zazen vi è anche un momento del genere, ma anche questa è una scena all’interno dello zazen). Piuttosto, bisogna che ci esprimiamo in questi termini: anche mentre tendiamo alla linea di Z Z’ siamo portati ad allontanarcene; e mentre siamo portati ad allontanarci, la posizione, l’atteggiamento di essere desti, rivolti sempre a Z Z’ è lo zazen come fondamento della vita (come l’esser seduta della vita).(5) Questo è il punto importante.

Nota del curatore:

5) L’espressione “esser seduta della vita” indica che non sono tanto io che mi siedo in zazen, quanto la vita stessa che è seduta: non vi è ombra di separazione fra io e zazen, di cui invece si sente traccia nel dire io faccio zazen.

« Aprire le mani del proprio pensiero
La realtà della vita (inizio) »

Se volete, lasciate un commento.

You must be logged in to post a comment.

Archivi