Dialogo inter-religioso

Libri di origine diversa ma tutti dall’interno o del cristianesimo o del buddismo oppure dall’interno di entrambi.

* Divo Barsotti, Meditazioni cristiane sulla spiritualità giapponese, EMI, Bologna 1979.
Contiene un’analisi attenta, con intuizioni molto acute per una persona che è stata per poco tempo in Giappone. Per esempio, a p.32, è un’ottima penetrazione nello spirito giapponese affermare che “… più che il buddismo è lo shinto che rappresenta la religione vera del giapponese”. Tuttavia le conclusioni a cui arriva sono, letteralmente, penose: sono le classiche chiusure settarie che hanno caratterizzato, direi inquinato, i rapporti tra cattolicesimo e resto del mondo nei secoli. Padre Barsotti dopo essersi interrogato sul rischio per la chiesa cattolica di avere dei cardinali negri (sic) australiani o polinesiani e sull’affidabilità di chi è cristiano da una sola generazione, conclude (p.124) dicendo “Dal momento che il cattolicesimo è la religione vera, il Giappone realizzerà pienamente sé stesso soltanto quando sarà cattolico ecc. ecc.”.

* Antony Elenjimittam, Esoterismo Monastico cristiano e indo-buddista, Bresci, Torino 1979
È un libro purtroppo introvabile, nel quale l’autore, un domenicano, di nascita e cultura indiana compie un viaggio sottile all’interno dello spirito dell’uomo nella sua fioritura monastica, sia cristiana che indo-buddista. Padre Elenjimittam, fu sacerdote, monaco, giornalista e uomo politico, amico personale di Giovanni XXIII e discepolo del Mahatma Gandhi rifiutò la mitria arcivescovile dal primo per seguire la missione affidatagli dal secondo, ovvero dedicare la sua vita alla mutua comprensione ed accettazione di tutte le religioni. La sua conoscenza del monachesimo cristiano, indù e buddista gli permette una compilazione quasi enciclopedica sull’argomento. Mi auguro che il libro sia reperibile in qualche biblioteca anche se temo che la sua schiettezza possa non essere piaciuta e che quindi la sua scomparsa non sia stata casuale.

* Maria De Giorgi e Carlo Molari, Seimeizan, frammento di un dialogo tra cristiani e buddisti, EMI, Bologna 1989.
E’ un libro moderno, problematico, dove l’autrice e il coautore si interrogano seriamente sul «senso della rappresentazione trinitaria di Dio e dell’unicità salvifica del Cristo in rapporto ad altre realtà religiose» realtà che loro stessi riconoscono autentiche. Le riflessioni che ne nascono sono molto interessanti. Tra l’altro, tutta la parte iniziale del libro è dedicata alla ricostruzione, ben fatta, dei rapporti tra l’Occidente cristiano e il Giappone dal 1542, ovvero 7 anni prima dell’arrivo di Francesco Saverio, sino ai nostri giorni.. A pag. 70 si parla della «profonda convinzione che “solo morendo Cristo risorgerà” anche all’interno del buddismo». Penso che il dialogo inter-religioso non possa prescindere da tali affermazioni. Infatti solo morendo Buddha può rinascere all’interno del cristianesimo. Ed è questo, quella della morte del Buddha affinché il buddismo possa vivere, un aspetto molto importante sul quale il confronto tra le due religioni può avvenire senz’altro sul piano della parità. Nella scrittura cristiana troviamo la parabola del chicco di grano che dà molto frutto solo se muore (Gv 12, 24-25) il buddismo invece, mostra nella storia questa capacità di morire ogni volta che trasmigra da una cultura ad un’altra, per risorge nei panni della cultura ospitante. Proprio l’estrema capacità di inculturazione del buddismo assieme alla capacità del cristianesimo di vedere vita anche dove c’è morte potrebbero essere i pilastri teologici di un incontro oramai indifferibile.

* Hōseki Hisamatsu, Una religione senza dio. Satori e Ateismo, il melangolo, Genova 1996.
Con questo testo passiamo completamente ad un altro punto di vista. Hisamatsu, assiduo frequentatore di Heidegger, è praticante e profondo studioso del buddismo Zen di scuola Rinzai, quindi nella sua visuale acquista particolare importanza l’illuminazione, satori in giapponese, ovvero la realizzazione del superuomo nel senso anche nietzsciano del termine. Il libro è interessante perché riesce a definire la piena e profonda religiosità del buddismo Zen contemporaneamente avocandone l’ateismo. Anche se, in questo caso, a mio parere, il termine benché tecnicamente corretto rischia di essere troppo forte. Preferisco parlare di non teismo, piuttosto che di ateismo. Vi si parla di «fede senza forma», «fede autonoma», «fede che è coscienza della fede» (71). Mi trovo d’accordo con i concetti espressi, anche se la struttura dell’opera, principalmente filosofico-dualistica, impedisce di affrontare il problema «religione» sino in fondo. Coerentemente con la sua impostazione, il reverendo Hisamatsu, benché usi decine di volte il termine «Dio» e quasi altrettante «dio», in realtà non ne parla. Non sono d’accordo, come accennato, sulla scelta linguistica relativa al termine «ateo» riferito al buddismo e «ateismo» o «negazione di Dio» riferito a «vera religione» (60 ss.) anche se concordo con i significati espressi: «Se però il vero Sé viene chiamato “Dio” o “religione” si affaccia il pericolo di confondere questi riferimenti con il Dio o la religione come vengono comunemente intesi. [...] A questo proposito, non sarebbe meglio evitare siffatte parole e dire esplicitamente che si tratta dell’ateismo e della negazione di Dio? Che il buddismo, che si colloca in questa prospettiva, sia proprio questo, l’ho spiegato a sufficienza» (60).
Il mio dissenso è dovuto a due obiezioni, una di carattere culturale ed una di tipo fondamentale, riferita alla sostanza stessa del discorso. Preferisco non usare, in Occidente, i termini «ateo» (così Hisamatsu definisce anche sé stesso) e «ateismo» per la quantità di echi e significati che questi suoni portano con sé. Al punto che «ateo» può essere usato, tout court, col senso aprioristicamente negativo di «uomo senza Dio», «senza religione», «infedele»: da condannare, insomma. Questa percezione, vicina alla paranoia, certamente manca in chi è figlio di una cultura dove il non-teismo è segno di una realizzazione spirituale la più alta, libera dagli idoli e dove il termine «ateo» (mushinronsha) esiste da poco più di un secolo e solo come traduzione del corrispondente occidentale. Il secondo motivo di dissenso è la mia convinzione che non sia opportuno esprimersi in termini rigidamente dualistici (teismo/ateismo) sia perché automaticamente limitanti (la scelta di un termine duale elimina metà del mondo) sia perché la «partita» in gioco merita più attenzione. Di questo si sarebbe potuto far rimprovero al modo espressivo scelto da Hisamatsu sebbene, in un’altra parte di quel testo (cfr. p. 28), ci porga un’apertura verso il mondo del non-duale proponendo un problema «nello stile Zen». Penso che, in questo caso, senza avventurarci sulle tracce dell’idealismo presente nella scuola Zen, una semplice negazione dualistica (a-teismo) sia un grande regresso rispetto, per es., a Nagarjuna per il quale il negare è affinché il Vero (sunya-assoluto senza forma-indeterminatezza assoluta nullezza) sia libero di affermarsi e negarsi. Va dato atto al reverendo Hisamatsu di aver usato altrove (cfr. Carlo Saviani, L’Oriente di Heidegger, Il Melangolo, Genova 1998, 67) una forma espressiva che conduce ad un altro livello, anche se, come accade spesso ai buddisti zen giapponesi, Hisamatsu parla dello zen come si trattasse del “Dao del Mistero”: «Nello Zen l’origine è l’informe, il non ente (nicht-Seiende). Questo “non” non è tuttavia una mera negazione. Questo Niente è privo di qualunque forma, per cui, in quanto totalmente informe, può muoversi del tutto libero». Le parti più interessanti, sono, a mio parere, il rigoroso tentativo di delineare i caratteri di una possibile religione del futuro/presente e l’illuminante discorso -ponendo correttamente in parallelo cristianesimo e scuola Jodo Shin- sul rapporto dinamico tra i significati: «Totalmente-Altro» e «Totalmente-Sé».

* M.Y.Marassi, Intelligenza volse a settentrione. Umorismo e meditazioni buddiste, Marietti 2002. È un altro testo curato da me, quindi un prodotto a cavallo tra due culture e due religioni sia per la mia formazione contemporaneamente cristiana e buddista sia perché la prefazione di quest’opera è di Enzo Bianchi, priore di Bose. In pratica è un tentativo di dire il buddismo ed in particolare lo Zen attraverso l’umorismo e la cultura occidentale. È anche un manifestare l’importanza, sia come spirito sia come meccanismo, dell’umorismo all’interno dello “fatto” religioso. Onestamente occorre rilevare che mi sono fatto prendere la mano dalle note nell’ultimo capitolo: sono in numero e lunghezza esorbitante.

* L.Mazzocchi, J.Forzani, Il Vangelo secondo Luca e lo Zen, EDB 1997.
È uno dei sette volumi pubblicati da padre Mazzocchi sui sinottici collaborando volta per volta con Forzani, con sorella Tallarico, con Panikkar e con Marassi. Sette volumi in cui vengono riletti o riscritti i vangeli accostandoli ad una lettura basata sulla cultura buddista. Tra quelli composti da Mazzocchi e Forzani segnalo questo tra gli altri perché a mio parere è il meglio riuscito della serie.

* L. Mazzocchi, M.Y.Marassi, Il Vangelo secondo Matteo e lo Zen, Meditazioni sui brani non utilizzati nelle feste liturgiche, EDB, Bologna 2006.
È diverso dagli altri sei della stessa serie. Ho tentato di esaminare il Vangelo di Matteo “dimenticando”, per quanto è possibile, l’interpretazione cristiana. Ne è nata una lettura che guarda al Cristo secondo un “umanesimo religioso”. Con il senno di poi (poiché l’ho letto dopo aver lavorato su Matteo) ricorda il tipo di approccio di Siro Angeli in Figlio dell’uomo, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1989, seppure da una diversa angolatura.

* Raimundo Panikkar, Il silenzio di Dio la risposta del Buddha, Borla 1992. pp. 357. Є 25.
Per quanto si tratti, tutto sommato, di un testo abbastanza vecchio (la stesura in catalano è infatti del 1970), lo considero un libro imprescindibile sia per chi affronti il buddismo con occhi cristiani sia per chi si ponga nella posizione speculare, ovvero guardi al cristianesimo a partire dal buddismo. È un testo adatto per lo studioso ma facilmente accessibile per una lettura d’informazione. Soprattutto è l’opera di uno spirito religioso che si muove liberamente nella totalità della cultura mondiale, antica e moderna, in tutte le lingue adatte ad ogni circostanza. Un ottimo impianto di note, il glossario e l’elenco delle citazioni occupano parecchie pagine. Una sorprendente bibliografia completa l’opera. Panikkar è uno dei rari autori di saggistica in grado di rendere piacevole la lettura anche degli argomenti più ostici e complessi. Non è solo questione di stile: la sua partecipazione al soggetto è percepibile, viva, animando di sé ogni angolo del libro. Una recente frase pronunciata da Panikkar (nato a Barcellona, da madre spagnola e padre indiano) per descrivere la lunga permanenza in India in gioventù, rappresenta egregiamente -anche nel paradosso che contiene, visto che Panikkar è, tuttora, sacerdote cattolico- lo spirito che aleggia su questo libro: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto indù, sono tornato buddista». Lo spirito soffia dove vuole… e non ha etichetta. Recentemente ho saputo che Panikkar ha rivisto completamente questo testo facendone una nuova edizione, lo ha ampliato talmente che è diventato un libro completamente nuovo. È in programma (con un idea molto vaga del quando) la sua pubblicazione in italiano con prefazione di Jisō Forzani.

* http://www.cele-jp.com Segnalo anche un sito web che considero particolarmente interessante. Padre Celestino Cavagna è un missionario del Pime che vive da parecchi anni in Giappone dove ultimamente era segretario presso la curia arcivescovile di Tōkyō. Si è laureato presso l’università buddista Komazawa e ha messo on line la sua tesi di laurea più altri scritti. Dal punto di vista della comprensione intellettuale, a mio avviso, è l’occidentale cristiano che ha penetrato più a fondo la visuale Zen particolarmente secondo l’insegnamento Rinzai del kōan. Molto interessante il lavoro da lui svolto di comparazione tra l’insegnamento di San Francesco e l’insegnamento di Dōgen.

* T. Merton, Lo Zen e gli uccelli rapaci, Garzanti, Milano, 1970, 1992, 1999.
Sebbene l’autore sia un monaco cristiano, o forse proprio perché essendolo si esprime a partire dall’esperienza personale, lo ritengo uno dei migliori libri “sullo” zen scritto da un occidentale. Occorre fare un poco di attenzione poiché è un libro relativamente vecchio e risente della difficoltà avute da Merton di attingere alla fonte un reale contatto con lo Zen vivente, ma è lucidissimo sia nel collocare lo Zen storicamente e “teologicamente” (se così si può dire), sia nell’identificare nel cristianesimo quel filone, rivolto unicamente allo spirito, che con molto coraggio Merton definisce Zen cristiano. Soprattutto vi è l’intuizione della collocazione sovrareligiosa dello Zen e della sua natura puramente e unicamente esperienziale.

* Raimon Panikkar, a cura di Milena Carrara Pavan, presentazione di Julien Ries, La pienezza dell’uomo. Una cristofania. Jaca Book, Milano 1999.
La sfida di uno spirito raro.
Nelle pagine di questo libro sono condensati 50 anni di riflessioni e studi.
La lettura non è semplice, richiede impegno; l’autore ci chiede di seguirlo attraverso il percorso spirituale che il testo intraprende. La fatica viene compensata da pagine davvero dense di bellezza.
La grande capacità ermeneutica dell’autore è evidente, e questo è sicuramente uno dei motivi che lo rendono impegnativo.

Il centro della speculazione filosofica è la Cristofania: l’autore ne traccia la storia, la confronta con la Cristologia e infine l’immerge in altre tradizioni religiose.

Panikkar si destreggia con grande scioltezza tra termini greci, latini, sanscriti, utilizzando ciascuno di questi sistemi linguistici come strumenti di confronto e dialogo.

Tuttavia nel testo è sempre preservato il contesto in cui determinati sistemi linguistici si sono sviluppati.

La domanda: “ chi è Cristo? ” è la questione centrale di tutta la sua riflessione. La risposta riesce ad unire la mistica e la storia in una grande armonia.

(A cura di Gennaro Iorio)

* Claire Ly, Ritorno in Cambogia, Paoline, Milano 2008

Il dialogo interreligioso va da Ly a Ly.
Il libro che ha reso celebre Claire Ly è Tornata dall’inferno, racconto della sua vita tra la Cambogia e la Francia, Paese in cui è riuscita a rifugiarsi dopo l’avvento al potere dei Khmer rossi che le hanno ucciso il padre, i fratelli, il marito. In questo nuovo volume l’autrice trova finalmente il coraggio di visitare la sua patria di origine, vincendo l’orrore che le è rimasto inciso nella memoria. Non è solo il punto di incrocio tra due momenti di vita o due culture, ma anche tra due religioni: nel frattempo infatti Claire Ly ha abbracciato il cristianesimo, e si ritrova a fare i conti con la buddista che conserva dentro di sé.
Il dialogo interreligioso “interiore” funziona? Riportiamo alcuni brani, lasciando che sia il lettore a decidere; e magari a offrire un suo contributo di riflessione.

[pag. 171] I primi anni della mia vita in seno alla Chiesa di Francia, per cambiare del mio cambiamento di tradizione adottavo ingenuamente il linguaggio corrente dei convertiti. Ogni convertito pensa che la tradizione che ha scelto sia sempre migliore della sua tradizione d’origine. Argomentavo la mia conversione mettendo in rilievo, nella tradizione cristiana, la generosità dell’impegno, la bellezza della relazione, il senso profondo della vita, il valore della persona. Ero consapevole dello sguardo ironico della buddista nei confronti di questo discorso un po’ vuoto. Ma rifiutavo di aprire la mia sfera cristiana. Dopo il primo contatto con la mia terra natale, ho capito che la mia fede in Gesù Cristo non poteva crescere nell’aria chiusa di una stanza.

[pag. 173] Sul mio cammino spirituale, la buddista è attaccata alla cristiana, e la cattolica è dipendente dalla buddista. Questa complicità piena di attenzione l’una per l’altra permette a ciascuna di decentrarsi per vivere un’ospitalità creativa. Questa ospitalità è fondamentale nella mia vita di donna e spesso esige l’abbandono dei sentieri segnalati.

[pag. 173, più avanti] Il continuo scambio tra la buddista e la cristiana mi ha guarita da una malattia occidentale molto grave per il dialogo fra i popoli, che consiste nella volontà di dare sempre. Il malato che si ignora tale vuole dare tutto: materiale, denaro, consigli, lezioni… Lo fa con grande bontà di cuore perché crede di stare meglio di tutti gli altri… “Illusione!” dice la buddista.

(A cura di Dario Rivarossa)

* Aldo Natale Terrin, L’oriente e noi, Morcelliana, Brescia 2007.

Il testo è un’analisi dei maggiori studi di comparazione tra cultura occidentale e cultura orientale.
E ci pare giusto specificare che con il termine “orientale” ci si vuole riferire, in special modo, agli studi di comparazione tra pensiero indiano e pensiero occidentale.
Ma l’interesse di questo libro non si limita a questo, esso è anche una dettagliata descrizione delle tante difficoltà che s’incontrano in un lavoro di comparazione.
A livello metodologico l’autore si colloca in un filone post-moderno, con chiari riferimenti alla scuola fenomenologica di R. Otto, Van Der Leew, M. Eliade ed è con questi strumenti che egli affronta l’evoluzione storica della scienza delle religioni, al riguardo possiamo leggere:
“Perché le culture e le religioni in passato sono apparse entità cosi lontane le une dalle altre? Perché le religioni non soltanto non hanno mai veramente dialogato tra loro, ma non si sono neppure riconosciute in quanto tali?
Non v’è dubbio: l’Occidente ha esercitato un monopolio culturale a danno dell’Oriente, non riconoscendo il valore dei diversi “mondi simbolici” ritenuti solamente forme di paganesimo e di idolatria. L’Occidente ha reclamato una superiorità culturale assoluta in nome di un’idea di razionalità che ha creduto di suo esclusivo appannaggio. Non sono forse questi i motivi che sono stati di ostacolo a una comprensione reciproca e alla ricerca di forme di convivenza e di mutua interazione, esperienze che presumibilmente avrebbero dato un altro volto al nostro pianeta?
Questa pretesa di «egemonia epistemologica europea» (B. Lincoln) e stata all’origine dei vari progetti coloniali e neo-coloniali e ha trovato, purtroppo, nel cristianesimo una fonte di ispirazione e legittimazione che ha allontanato l’Occidente dal resto del mondo in qualità di unico detentore della verità.”
Comprendiamo in modo diretto e chiaro qual è la posizione di denuncia dell’autore : l’occidente ha preteso per secoli d’interpretare l’Oriente come se fosse una res, per secoli ha visto nel variegato e ricco mondo indiano una cultura sostanzialmente inferiore, politeista, incivile e dai riti barbari.
Terrin non lascia nessun vuoto: ogni sua affermazione è accompagnata da un preciso riferimento bibliografico che facilita eventuali riscontri con le fonti. Terrin non manca di sottolineare che il termine Induismo non ha alcun senso ed è un’invenzione britannica per individuare tutti coloro che non erano né cristiani né mussulmani.
Il lavoro di comparazione, se fatto seriamente, presenta subito una difficoltà: il termine stesso religione è pregno di difficoltà. Cosa s’intende con religione? Questo termine occidentale ha un senso se si sta parlando di Induismo o di Buddismo?
L’autore compie un’escursione storica al riguardo e fa notare come la difficoltà non sia ancora oggi del tutto superata.
In un paradigma occidentale è religione un sistema che prevede un Dio, un testo sacro, magari anche una determinata istituzione di supporto al credo. Se assumiamo un simile paradigma come punto di partenza, come spesso è stato fatto, sarà inevitabile vedere l’altra religione come una non religione, come qualcosa d’inferiore. Oppure ci sarà il rischio dell’orientalismo (quando categorie orientali vengono interpretate con categorie e con termini occidentali).
Terrin analizza, tra gli altri, il lavoro del Palestinese Said, Orientalismo. In quest’opera importantissima l’autore denuncia proprio questo egocentrismo che ha guidato gli studi di comparazione tra Occidente ed Oriente.
L’autore vede nella posizione post-moderna un buon punto di partenza per iniziare uno studio scevro di pregiudizi nei confronti dell’Oriente. Bisogna, per Terrin, uscire da ogni tentazione di ridurre la comparazione tra oriente ed occidente ad un gioco dialettico. L’Oriente come l’anima irrazionale, l’Occidente come l’anima razionale, l’Oriente come l’elemento femminile, l’Occidente come l’elemento maschile, ecc. Bisogna studiare l’altro come altro, bisogna prendere in considerazione che non esiste solo un concetto di razionalità. La conoscenza di un pensiero altro ci racconterà come il nostro metodo scientifico è un metodo, ma non il metodo.
L’ultima parte del testo è dedicata proprio a questo problema, si fanno delle brevi escursioni nelle varie scuole indiane e si accenna alla grande attenzione che vi è in quella religione verso la matematica, la logica, ecc.
In finale la lettura è impegnativa, ma piacevole. Lo riteniamo un buona guida per chi vuole interessarsi alla comparazione religiosa ed alle molteplici difficoltà che da questa scienza nascono.

(A cura di Gennaro Iorio)

* Paul Knitter, Senza Buddha non potrei essere cristiano, Fazi, Roma, 2011.

Un libro importante anche se, tutto sommato, modesto. La modestia del libro dipende dalla modesta capacità di penetrazione dell’autore sia in campo cristiano che buddista. Oppure, ed ai fini di questa critica è lo stesso, dal non eccelso livello al quale l’autore prende in considerazione le due religioni. Il valore perciò non sta nell’apporto e fruizione culturale del testo (sul buddismo scrive anche vere e proprie sconsideratezze) ma nello spirito nel quale Knitter si è mosso. A mio parere un buon esempio di dialogo. Non amo pensare al dialogo come “incontro parlato”, tavola rotonda tra persone di appartenenze diverse, che si incontrano per raccontarsi l’un l’altro; lo sento sterile. Per usare una metafora cristiana direi che dialogo esiste nel percorrere un tratto di strada assieme. Questo implica studio, pratica, umiltà. Soprattutto mettersi in gioco sinceramente, essere disposti a rischiare le proprie sicurezze e le proprie credenze. Allora si manifesta la parte più viva del dialogo, tra me e me secondo diverse prospettive di pari dignità. Proprio questo riesce a fare Knitter: sperimentare -almeno in qualche misura- una doppia appartenenza. Ed è questo, l’atteggiamento interiore veramente dialogico, che da valore al suo libro.
Dicevo che, tuttavia, vi sono alcuni gravi abbagli a proposito del buddismo. Direi che i principali sono due: in primis fraintende completamente il senso di śūnya (vuoto). Pensa infatti (almeno così pare) che śūnya sia il nome di “qualcosa”. Non ha colto che śūnya indica la condizione dei fenomeni (o del “mondo”) esistenti pur in assenza proprio di un “qualcosa” che ne costituisca l’anima, il sé o una vita intrinseca indipendente dalle parti che contribuiscono a formare e a far esistere i fenomeni (cfr. per es. p. 18, 22, 23 s.). Perciò il percorso proposto da Knitter per “leggere” Dio con l’aiuto del buddismo, ovvero śūnya->Vacuità->Interessere->Dio porta a concludere che Dio pare ci sia ma in realtà non c’è. Non credo intendesse dire ciò. Il secondo notevole abbaglio nei confronti del buddismo, Knitter lo evidenzia in tutta la parte in cui parla di una fantomatica “dottrina buddista della rinascita” (cfr. per es. p. 106, 112, 113, 116) intendendo proprio “qualchecosa che rinasce dopo la morte”. A me pare sempre strano sentir parlare di “dopo la morte” (cfr. Knitter 103, 106, 108, 117) perché chi ne parla non dice mai né che cosa intenda per “morte” né quanto duri la morte di cui parla, durata necessariamente limitata in modo da permettere un dopo. Comunque, non esistendo alcuna “dottrina buddista della rinascita/reincarnazione” bisognerebbe piuttosto far capo ad antiche credenze indiane -e dal XII sec. anche tibetane- che si sono “agganciate” ad alcune scuole buddiste. In ultimo notiamo che la sua possibilità di passare davvero attraverso la porta senza porta del buddismo si arena di fronte ad una irriducibile e -almeno in senso religioso- del tutto superflua fede nell’io (cfr. p. 117) che pare derivare più da un legame culturale che da un lascito cristiano. Il libro è corredato da una pre-prefazione di p. Luciano che, purtroppo, non è adeguata al testo: incomprensibilmente si limita ad enumerare luoghi comuni del buddismo meno edificante senza entrare per nulla nel merito di un’esperienza di vita che appare autentica e stimolante.
Ho avuto occasione di discorrere di questo libro con un amico, monaco di Bose, che mi ha cortesemente permesso di pubblicare qui di seguito le sue parole.

Caro Yushin,
Nei giorni stessi in cui tu, attraverso il tuo primo email, mi segnalavi l’uscita del libro, lo avevo fatto comprare e l’avevo già sul tavolo. Mi necessitava solo un po’ di tempo per la lettura (300 pagine non sono poche, per quanto gradevoli e scorrevoli!), e questo tempo l’ho avuto solo (e finalmente) nei giorni scorsi. Oggi, dunque, l’ho terminato, e posso dirti brevemente qualcosa a caldo. Sono solo considerazioni in forma di appunti, non una vera recensione del libro.
Tralascio di commentare la pre-prefazione di p. Luciano. Poteva essere l’occasione, come dici anche tu, di presentare una riflessione più seria e strutturata della questione dell’ibridazione interreligiosa e della cosiddetta “doppia appartenenza”.
La prima osservazione riguarda la generale sensazione gradevole che ho tratto dal testo. Le pagine si presentano come il racconto, di semplice lettura e comprensione anche ai non addetti ai lavori, di un’avventura spirituale personale, bella e unica. Personalissima eppure portatrice di significato anche per altri, credo. Si percepisce che chi scrive non è uno sprovveduto, così come si percepisce che l’autore scrive queste pagine come la sintesi di un percorso di una vita. Lo fa senza toni polemici (e questo è già un così bel risultato in questo campo), ma con lo stile pacificato di chi ha maturato con sapienza un suo equilibrio, e questo lo cerca anche nell’esposizione: per questo credo che descriva un itinerario spirituale autentico. Incoraggia i cristiani a non temere l’esposizione all’alterità religiosa, ma ad amarla e arrivare a considerarla fonte e via per un approfondimento della propria esperienza spirituale.
Fa questo attraverso un percorso esistenziale, esperienziale personalissimo, e questo è il pregio e il limite insieme del volume, io credo. Non è un libro di teologia del dialogo interreligioso, e per i miei gusti è un po’ troppo debole dal punto di vista delle fonti (almeno esplicitamente citate). Per questo motivo temo che finirà per essere considerato il racconto di un eccentrico borderline…
Un’altra ristrettezza che percepisco in alcune pagine riguarda l’immagine del cristianesimo che ne viene veicolata. Un cristianesimo ottuso, oscuro e oscurantista, fatto soprattutto di dogmi assurdi e di un linguaggio ormai incomprensibile per l’uomo di oggi. Forse ha ragione, questo è ciò che emerge da molte parti. Ma esiste ancor oggi (grazie a Dio) un “altro” cristianesimo, con altri linguaggi e altre voci: un cristianesimo “diverso” da quello descritto da Knitter. E, lo dico senza orgoglio né presunzione, diverse “conquiste” spirituali che Knitter dice di aver raggiunto grazie all’“attraversamento della frontiera” fra cristianesimo e buddhismo, qui a Bose -come in diversi altri luoghi- lo viviamo attingendo alle stesse fonti cristiane: la Bibbia, innanzi tutto, ma poi la tradizione patristica e monastica, e l’esegesi che ne facciamo in comunità, insieme agli scritti di teologi e uomini spirituali contemporanei. Sì, questo voglio dire: il cristianesimo ha tante risorse “nascoste” che, qualora recuperate, nutrirebbero la vita spirituale cristiana con cibo assai solido e nutriente. Che il detour attraverso il buddhismo aiuti il cristianesimo a recuperare il suo vero nucleo, la sua preziosa ricchezza spirituale è una conferma del valore del dialogo interreligioso. Dico questo senza negare che l’apporto del buddhismo in alcuni ambiti spinga invece il cristianesimo ad andare addirittura più in là, a superarsi in qualche modo (penso alla meditazione, ad esempio…). I cristiani, come tutti gli altri uomini non sono perfetti, e per questo non possono chiudersi nell’autoreferenzialità. Non possono chiudersi in essa, inoltre, perché il cristianesimo è ontologicamente relazionale. Cioè credo davvero, come dice Knitter con una bella immagine, che “senza le dita dei buddhisti vi sono parti della luna che i cristiani non vedrebbero mai, e lo stesso è vero delle dita dei cristiani per i buddhisti” (pp. 95-96).
Il volume contiene alcune intuizioni che non voglio lasciar cadere. Nell’insieme, spero sia un punto di partenza per una riflessione (tutta da imbastire e da articolare con sapienza) più seria, documentata e specifica, sulla teologia del dialogo cristiano-buddhista e, più in generale, interreligioso.
Ciao,
Matteo
[Fratel Matteo Nicolini-Zani è coodinatore della commissione italiana del DIM, Dialogo Interreligioso Monastico]

* Tiziano Tosolini,, Controstorie dal Giappone, Asian Study Centre, Izumi Sano (Ōsaka) 2006 (Asian Study Centre Series), pp. II + 146.
Edito in Italia come:
Tiziano Tosolini, Interno giapponese. Tracce di dialogo tra Oriente e Occidente EMI, Bologna, 2009.

Nel lontano 1551 padre Cosma de Torres, missionario gesuita, raccomandava ai suoi confratelli in Giappone non soltanto di essere pazienti, saggi, prudenti e umili, ma soprattutto di «essere esercitati nel meditare, perché i più fra questi padri e laici [buddhisti] dedicano quasi tutta la loro vita a quest’esercizio». Mi è ritornato alla mente questo antico scritto mentre assaporavo le pagine di padre Tiziano Tosolini, missionario saveriano in Giappone, percependo come dietro le sue riflessioni, nate come occasionali e poi raccolte nel libro che presentiamo, vi fosse un quotidiano esercizio nel meditare, un’assidua fedeltà al pensare. Padre Tiziano Tosolini vive a Ōsaka ed è attualmente ricercatore presso il prestigioso Nanzan Institute for Religion and Culture di Nagoya. Tra le sue opere più recenti vi sono: Dire Dio al tramonto. Per una teologia della missione nel postmoderno (EMI, Bologna 1999), la traduzione di Nishida Kitarō, La logica del luogo e la visione religiosa del mondo (L’Epos, Palermo 2005) e la collaborazione alla traduzione di James Heisig, Filosofi del nulla, un saggio sulla scuola di Kyōto (L’Epos, Palermo 2007).
Come è detto nell’introduzione al volume e sintetizzato nella quarta di copertina, questo libro è composto da una raccolta di brevi saggi scritti dall’Autore per la rivista Ashiato e per il Centro Studi Asiatico tra il 2000 e il 2005, e tratta di alcuni aspetti culturali e religiosi del Giappone odierno. Ogni tematica presentata è sorta come risposta a situazioni e interrogativi del momento, a problematiche concrete che nascevano dal continuo contatto dell’Autore con un modo di pensare e di vivere diverso, dalla curiosità di capire la misteriosità del loro significato e, infine, dal desiderio di scoprire come il messaggio cristiano possa entrare in dialogo con queste manifestazioni.
I testi raccolti possono essere dunque paragonati a una serie di piccoli tasselli che, se presi individualmente, rivelano solo un aspetto parziale e incompleto della realtà trattata, ma se sapientemente incastonati in un insieme possono offrire una visione più ampia, rispettosa e omogenea, del complesso e affascinante fenomeno religioso e sociale giapponese. In questo senso il lettore è invitato a raccogliere e a continuare quella sfida del pensare, del leggere la realtà – qualsiasi realtà, ma tanto più una realtà tanto «altra» quale è per noi quella giapponese – posta dall’Autore stesso.
Il carattere non sistematico del volume è in questo senso da cogliere non come una limitante e negativa frammentarietà, ma piuttosto come l’eco di un modo di procedere del pensiero e del discorso tutto orientale: per frammenti appunto, per fugaci istantanee, per effimeri panorami che si aprono improvvisamente alla vista e al pensiero per poi richiudersi altrettanto improvvisamente… Come nazuma, piccole piante dal fiore modesto che si «impongono» con la loro fragilità, direbbe il grande poeta di haiku Bashō (1644-1694): «Quando meno te lo aspetti / scopri un nazuma in fiore / sotto la siepe».
Per la sua stessa natura, è pertanto evidente che sarebbe insensato tentare di fare una sintesi di tale volume, di cui ci limitiamo a scorrere le pagine. Vi troviamo quaranta «controstorie» di tre-quattro pagine ciascuna, riguardo ai temi più vari, che ruotano intorno alle aree della filosofia, della religione, dell’educazione, della famiglia, della politica, dell’etica, dell’estetica giapponesi. Le riflessioni di padre Tiziano Tosolini sul senso dell’essere e quello del nulla, della forma e della vacuità, sul tempo e sull’amore, sull’alterità e sul dialogo, sulla povertà e sul dono, sul senso della vita e quello della morte, sul rapporto tra identità personale e collettiva, della psiche e del corpo, sul ruolo della donna e sulla percezione della natura, sono tutte condotte sul grande sfondo delle tre dinamiche culturali portanti della cultura giapponese: la matrice ancestrale shintō, l’elaborazione filosofica ed estetica buddhista (Zen soprattutto) e il codice etico confuciano.
In tutte le pagine emerge il desiderio profondo di padre Tiziano di conoscere i giapponesi, di «ascoltare e decifrare le loro interpretazioni del mondo», di lasciarsi «avvolgere dal desiderio di riflettere sui consueti e normali aspetti della loro esistenza interagendo e dialogando con essa», nonché di incontrare concretamente l’altro, in un incontro evangelicamente fecondo, come esplicita l’Autore nella sua conclusione al libro: «È da questo incontro concreto con l’altro che la profondità e la grandezza di una cultura diversa può essere avvicinata e investigata con rispetto. Ed è qui che il messaggio evangelico può incarnarsi in una parola che possa essere compresa … trasmettendo la dolcezza e l’amore di un Dio che accoglie e ricrea qualsiasi cultura».
Consigliato a chi voglia lasciarsi guidare, attraverso la sapienza e l’esperienza dell’Autore, ad avvicinarsi al mondo giapponese con curiosità ma in punta di piedi, con la stessa delicatezza e rispetto per il suo mistero che ogni vero incontro con l’alterità – e forse l’alterità giapponese ancor di più – richiede, e che l’approccio dell’Autore ben testimonia. Non a caso molti dei saggi terminano non asserendo delle inossidabili conclusioni, ma ponendo delle domande o lasciando frasi in sospeso: sono cioè aperti a un Senso ulteriore, a una Verità che sempre ci trascende e non si è mai terminato di ricercare.
Il volume è corredato da due utili indici (dei temi e dei nomi), ed è impreziosito dall’inserzione dei caratteri sino-giapponesi per i nomi e le citazioni giapponesi, che non solo fanno la gioia dell’orientalista, ma aiutano a entrare anche visivamente nel pensiero di un mondo che attraverso quei segni dice se stesso.

Matteo Nicolini-Zani

[Pubblicata in Ad Gentes XII:1 (2008), pp. 112-113.]

One Response to “Dialogo inter-religioso”

  1. Anonimo Says:

    [...] da molti l'ultimo mistico della Chiesa Cattolica. In lui, e nei suoi innumerevoli richiami alle filosofie orientali, credo di aver trovato una sintesi interessante. Non ho mai affrontato questi temi con codino e [...]

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