Oggi, in Italia, è sufficiente pagare una tassa per avere il diritto di uccidere gli animali del cielo, del bosco, del fiume. Non solo: quella tassa dà anche il diritto di entrare, armati, nei fondi privati, superando le recinzioni (se non sono a “norma anticaccia” e dotate di appositi cartelli), sino alle aie delle case agricole, senza nemmeno dover chiedere “permesso?”.

La quantità di sofferenza gratuita (non è più il tempo in cui si cacciava per necessità alimentare) provocata dai (circa) 600 mila cacciatori italiani è grande: questo 0,9% di italiani (coccolati per i loro voti da molti partiti, nonché dalle fabbriche di armi) uccide ogni anno più di 300 milioni di animali (avete letto bene: 300 milioni), lasciandone feriti quasi altrettanti. Spargendo nei boschi, nei laghi, 1.750 tonnellate annue di piombo sotto forma di pallini. Per non parlare dei cosiddetti “incidenti di caccia” che, ogni anno, provocano morti e feriti tra gli stessi cacciatori e tra gli escursionisti.
Ecco i motivi di questo scritto e del perché ho firmato (on line, con un costo di registrazione di 1€+IVA) la richiesta del referendum volto a limitare o contenere quello che considero un feroce retaggio del passato.
Chissà che Papa Bergoglio, questa volta, non dica una parola chiara sulla posizione della chiesa riguardo al comandamento “non uccidere”. Significa forse “non uccidere gli umani e, per tuo divertimento, fai pure strage degli altri viventi”?

L’ombra della sovranità. Da Hobbes a Canetti e ritorno, di Luigi Alfieri* (Treccani 2021. 141 pp., 15€)
La prima ‘cosa’ che mi ha impressionato del libro del prof. Alfieri, che è un amico di chi scrive, è la precisione: in alcune pagine ho avuto l’impressione di leggere un trattato di geometria. I ragionamenti lucidi, precisi che arrivano a una conclusione limpida e univoca, il lessico perfetto, le incidentali senza sbavature. Tutto questo condito da una leggera, pervasiva forma di umorismo, che solo qui e là affiora esplicitamente e si mostra.

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L’altro elemento che ho notato, nello scorrere degli argomenti, è stata l’autorevolezza. Per paragonare e distinguere la visione di pensatori di tale portata, occorre padroneggiare la materia come un pianista la sua tastiera: bisogna ben sapere il senso di ogni cosa che fu detta, per sapere che cosa si sta dicendo. Per nulla facile, vista l’impalpabilità della materia, che passa dalla politica alla sociologia dalla religione all’antropologia, con una fluidità terribile, e senza mai perdere il punto.
Di tanto in tanto, durante la lettura, mi sono chiesto, però: «Con tutto questo lavorio, fatica, applicazione, dove ci sta portando il prof. Alfieri, dove vuole arrivare?». Parte della risposta l’ho trovata nella penultima pagina: “O la politica è religione, anche solo religione civile, o non è”.
Un’altra conclusione, che mi pare dimostrata ed esplicitata lungo il percorso, provo a riassumerla io, a mio modo: “Aridàtece er puzzone!”.
Che, naturalmente, non riguarda (solo) Mussolini (o i Talebani)**, ma ogni sovranità nata nella/dalla “procedura”.
La pretesa di conquistare il potere con la forza e quindi (ed è proprio su questo ‘quindi’ che casca l’asino) conquistare così anche la sovranità, è la cifra dei nuovi e dei vecchi barbari.
Questo libro andrebbe letto non solo per ciò che dice, sapendo che, però, è molto specialistico (il ché non vuol dire automaticamente ‘difficile’), ma anche per il come: è così che si scrive un libro.

*Dalla quarta di copertina: Luigi Alfieri (Siracusa 1951) è professore ordinario di Filosofia politica nell’Università di Urbino Carlo BO, dove insegna anche Antropologia politica e Antropologia del pluralismo religioso. Sì è occupato di Nietzsche, Hegel, Girard, Canetti. Si interessa particolarmente della dimensione simbolica della politica, della costruzione delle identità collettive, della violenza di massa. Tra le sue ultime pubblicazioni: La stanchezza di Marte. Variazioni sul tema della guerra (Morlacchi, 2012) e, in collaborazione con D. Scalzo e altri, Vivere il tempo che uccide (Argalia, 2020).

**”Il potere della sovranità è lo stesso, chiunque ne sia il depositario”, dice Hobbes a p. 50.

Ora anche luglio ha il suo Bz. Nulla è in ritardo, ogni cosa ha il suo tempo. Il ritardo è per chi aspetta.
Questa volta Bz ci mostra il noi che siamo, mentre pensiamo di essere quel che immaginiamo.
Certo, è facile vedere una zanzara (o un vicino) come un disturbo che ci distoglie. Più difficile vedere le occasioni di pratica dove sono. Altrimenti samsara e nirvana si allontanano, e resta solo samsara.
Poi, sarebbe bello (forse) se il buddismo risolvesse tutti i problemi, anche il dilemma tra vax e no-vax per esempio. Invece esiste solo per risolverne uno, solo uno.
Negli altri casi: RTFM
Il Dhammapada, per es. Oppure l’Ottuplice.

Marzo sta finendo? Nooo, non può finire senza che Bz abbia detto la “sua”.
Ma ora sì che la primavera può finalmente iniziare.

Questa volta, chissà perché, Bz si muove tra ossimoro e … Liguria.
Per chi abbia frequentato le genti di quella regione, non è una novità che esse cerchino di non essere coinvolte nei “fatti altrui”. Bz pare ipotizzare che persino un bodhisattva, se ligure, potrebbe cedere proprio al mood contrario alla proverbiale natura aperta del suo ruolo. L’atmosfera ligure è richiamata non solo dalla parola dal sen fuggita (benché abituale nella “lingua” di quella regione) nel fumetto, ma anche dal titolo del secondo quadro: a l’è i-na bugna, che nella ridente provincia di Savona, e non solo, sta per “è proprio una cretinata”.

Buona Pasqua dalla Stella

Lo scorso ottobre, per commemorare il decimo anniversario della scomparsa di Raimon Panikkar, la Jaca Book ha pubblicato un testo apposito, contenente 13 saggi, collegati l’un l’altro dal medesimo tema: il simbolo.

È un testo impegnativo del quale, qui di seguito, forniamo una breve recensione

Nel frattempo, la Fundació Vivarium Raimon Panikkar, in collaborazione con la Casa Editrice della edizione dell’Opera Omnia nella rispettiva lingua, ha istituito un premio, anche in denaro, per chi redigerà quello che, in ciascuna lingua, sarà ritenuto il miglior saggio originale e inedito sul pensiero e le opere di Raimon Panikkar. Trovate qui il poster che illustra l’iniziativa, con di seguito il bando con la normativa per la partecipazione.

Fago, prolifico autore di Bz, nella solitudine tra i monti dove medita su quel che non si sa, ha prodotto il ‘numero’ di fine/inizio d’anno di Bz.

Per una volta serio, pur nell’ironia: i temi sono quel vuoto che non è nulla e lo zad.

Tutti coloro che fanno zz sanno che sedersi in zz non è come svenire, o come perdersi in braccio a Morfeo. Perciò, quando si parla di vuoto, non si intende ‘nulla’, ma vuoto di quel che c’era. Prima c’era qualche cosa e poi non c’è più. Per questo si dice ‘vuoto’.

Lo zad è figlio dell’era della digitalizzazione di massa; unirsi, tramite l’etere, nel sedersi. Certo, può accadere che, sentita la campana, si approfitti della copertura della distanza per dedicarsi a tutt’altro. Persino all’improbabile ascolto di una vecchia canzone, come La luna è una lampadina, di Iannacci.

Buon anno a tutti dalla Stella

Cari voi, con un poco di anticipo sui tempi canonici, ecco un piccolo regalo della Stella. Un usato-sicuro, che spero sia gradito.
Nell’oramai lontano 2002, usciva per la casa editrice Marietti un libretto intitolato Intelligenza volse a settentrione, umorismo e meditazioni buddiste.
Ingenuo e baldanzoso, insieme.

Il tempo passò, l’autore, invecchiato, persa ingenuità e baldanza non si riconosceva in quello spirito un poco guascone. Così è nata una nuova edizione, interamente rielaborata, pubblicata solamente on line, gratuita, che potete scaricare sia in formato pdf sia in formato ePub, nella pagina Libronline.
Maurizio ha accuratamente lavorato all’edizione del testo, occupandosi poi dell’impaginazione e della copertina, Christian ha prodotto la versione ePub.

C’è un’altra piccola novità: in questa pagina trovate i link per unirvi ad una nuova (per noi) iniziativa: lo zad, zazen a distanza. A causa delle chiusure e delle restrizioni dovute alla pandemia, la maggior parte dei luoghi in cui si pratica zazen è chiusa. Certo possiamo fare zazen a casa, da soli, ma a volte è difficile mantenere costanza e concentrazione. Oppure, carichi di anni e di acciacchi, non siamo più in grado di uscire per unirci agli altri … Ecco allora lo zad: zazen assieme, nello stesso tempo, in luoghi diversi.

Lo zad è un aiuto in un momento particolare, non è la norma. Sedersi regolarmente da soli (o in compagnia) è la cosa migliore.

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