BZ is back!

Dopo l’esordio capodannico (?) per rispettare la tradizione, ci chiedevamo se il nuovo corso di BZ sarebbe stato un corso o … un vicolo cieco.
Ed ecco la risposta della realtà: un BZ nuovo nuovo, ancor più gradito perché inatteso.
Grazie a Fago per i disegni e a Px per il consueto magistrale montaggio on line.

Sabato 4 maggio, alle ore 16, a Milano presso la Biblioteca Ambrosiana, presentazione del libro “Buddhismo” – volume V dell’Opera Omnia di Raimon Panikkar, edita dalla Jaca Book a cura di Milena Carrara Pavan. Il volume è diviso in due parti: la prima consta di tre articoli: “Vuoto e pienezza nelle tradizioni buddhista, hindū e cristiana”, una comparazione semantica di tre termini, śūnyapūrṇaplērōma, specifici delle nominate tradizioni, evidenziando la relazione fra i concetti di vuoto e di pieno; “Il destino della civiltà tecnologica”, un abbozzo degli esiti della presente civiltà, già adombrati da un’antica leggenda buddista indiana pressoché inedita; “Il sorriso del Buddha”, una disamina della potenzialità espressiva del silenzio, illuminato dal sorriso di fronte al quesito dell’incomunicabilità. La seconda parte riproduce interamente il testo “Il silenzio di Buddha – un a-teismo religioso” già pubblicato come libro autonomo, che può essere considerato la summa del buddismo di Panikkar. A differenza del cristianesimo, della spiritualità hindū e della tradizione filosofica occidentale, materiali in diversa misura costitutivi della formazione originaria dell’Autore, il buddismo è un incontro della maturità, scevro da retaggi identitari e di appartenenza. Panikkar può così andare liberamente in cerca di quel che gli manca, perché non trovato altrove, e di cui riconosce l’utilità per comporre e consolidare la propria visione integrale (cosmoteandrica) dell’Uomo. Trae dal vasto deposito testuale del buddismo indiano alcuni basilari strumenti ermeneutici, privi di quei connotati folkloristici, latori di contenuti culturali indigeni, da cui il buddismo orientale è spesso gravato, e ci restituisce un’esposizione chiara e lineare di quello che lui ha trovato. Il risultato è un libro rigoroso e personale, aderente ai testi antichi doviziosamente e accuratamente citati per l’esposizione dei principali concetti del buddismo indiano e coerente, nella sua specificità, con l’interminata e pluralista ricerca spirituale dell’Autore.

Qui trovate la locandina di presentazione.

Per chi non ha avuto la possibilità di presenziare all’evento ed ascoltare con le proprie orecchie, pubblichiamo qui l’intervento di Jiso Forzani.

Lo scorso anno, a fine ottobre, pubblicammo un post presentando due testi: un audio libro ricavato da un discorso di Uchiyama roshi e L’altra riva, un testo del monaco cristiano-induista Le Saux sulla sua esperienza come sannyāsī, ovvero ‘rinunciante’ secondo la tradizione hindù del sanātana dharma, quello che volgarmente chiamiamo ‘induismo’. Nel commentare questo testo mi ero lasciato andare ad una lamentazione con le parole “viene quasi da rimpiangere che tra i cristiani nessuno, sino ad ora, abbia saputo vivere e soprattutto dire il buddismo in una maniera altrettanto competente e profonda”: un vero e proprio “signora mia, non ci sono più i cristiani di una volta …!”.
Poco tempo dopo ho ricevuto un breve scritto dedicato al Silenzio nel monachesimo buddhista che mi ha fatto ricredere. Matteo, monaco della Comunità di Bose (che nella foto vediamo con l’abate di Sogenji, monastero Rinzai di Okayama, Giappone),

si è cimentato con il difficile tema del silenzio, un classico tra gli ossimori di ogni tempo, con un’accuratezza ed una competenza che “viene quasi da rimpiangere che tra i buddisti …” 🙂
È un’analisi che indaga a partire dalla tradizione testuale sia del buddismo antico che del mahāyāna con un’attenzione e una cura nitide e rispettose. È così che si fa.
L’argomento mi da l’occasione di porre in parallelo un libretto che ho appena pubblicato (anzi: c’è chi lo ha fatto per me …) che tratta dello stesso tema, seppure accentrando l’attenzione non solo sul silenzio ma anche sul sorriso: un segno gentile, questo, come rileva Matteo, che da quasi 1500 anni accompagna l’iconografia buddista. In quell’occasione ho usato ambedue, silenzio e sorriso, come metafore del … della …

Insomma, come sempre: silenzio e sorridere. Perché, come è stato detto, non basta morire in silenzio, occorre essere un bel cadavere.

Qui potete scaricare il testo di fra’ Matteo:

Non è Capodanno se non c’è BuddaZot!

La grande novità è che abbiamo un nuovo BuddaZot: dopo più di quarantanni di onorato servizio Paolo, noto al nostro pubblico come Doc, ha passato la mano ad un giovane virgulto che risponde al nome di Federico, in arte: Fago. Nel passaggio di mano qualcosa è cambiato, qualche cosa no, ma il brand è lo stesso.
Sperando che anche questa nuova forma sia gradita, ringraziamo Fago per essersi accollato la non facile eredità e gli auguriamo di ‘durare’ almeno quanto il suo predecessore. Che immaginiamo alle Maldive, con una piña colada in mano, mentre si gode il meritato riposo: grazie Doc.
E grazie a Px che ha ‘montato’ la scena in modo che si possa ingrandire con un clic e ha creato (nel mondo virtuale dio è lui) il video con la musica: cliccare per credere.

Buon anno a tutti dalla Stella e la sua troupe

Parliamo oggi di due libri particolari: uno è un libro parlato, un audio libro, l’altro, invece, è di carta. Questo, uscito nel marzo del 2018 edito da Servitium, s’intitola L’altra riva, ed è scritto da Henri Le Saux. Iniziamo parlando proprio di quest’ultimo. È inusuale, su queste pagine, recensire in home un libro che non sia della ‘casa’ almeno nella redazione. Se questa volta facciamo un’eccezione è perché vi abbiamo trovato qualche cosa e vorremmo condividerlo. Il titolo è ambizioso: questa riva è la nostra, nel samsara quotidiano, che tutti -ognuno a suo modo- conosciamo. L’altra raramente è argomento di conversazione, per limiti oggettivi: si trova in un’area, per così dire, inaccessibile alle parole, vissuta -o solo sbirciata- più o meno di frequente, da chi si arrabatta tra l’inizio di uno zazen e la fine di un altro. Frate Henry ci prova e riesce a trasmettere

la sua voglia di paradiso ma, parlandone, usa quasi solo le parole della tradizione delle Upanishad o dei Veda; poco o quasi nulla ci dice del suo nirvana. L’ideale è bello, entusiasma, ma chi pratica vorrebbe anche ascoltare qualche cosa di più … casalingo, se mi concedete il termine.
La vita di Henri Le Saux (1910-1973) è un interessante e profondo esempio di dialogo tra le religioni: monaco benedettino, sacerdote, nel 1948 dalla Francia si trasferisce in India dove entra in contatto con la mistica hindù e, dopo una lunga riflessione interiore, senza rinunciare alla fede cristiana diviene un sannyāsī, “colui che rinuncia”, con il nome di swāmī Abhishiktānanda e si ritira, sino alla fine della sua vita, in un eremo presso le sorgenti del Gange. Il libro non è scevro da difetti (quale libro lo è?) e l’assenza di bibliografia crea non pochi problemi nell’identificare i testi abbreviati in nota, ma al suo interno cristianesimo e induismo o, più correttamente: il vangelo di Gesù e il sanātana dharma, trovano un’accoglienza non solo equilibrata ma così partecipata e profonda che viene quasi da rimpiangere che tra i cristiani nessuno, sino ad ora, abbia saputo vivere e soprattutto dire il buddismo in una maniera altrettanto competente e profonda. A p. 57, citato da le Upanishad, troviamo: “attraverso se stesso, in se stesso, raggiunge se stesso”, che ricorda molto da vicino il detto attribuito a Kodo Sawaki roshi: “il me, in me, fa me”, o: “me, da per me, fa me”.
Ed eccoci all’audio libro: anche questa è una novità per la Stella. S’intitola Il cercatore della Via, discorso d’addio ad Antaiji ed è una nuova versione, tradotta direttamente dal giapponese, dell’ultimo sermone tenuto da Kosho Uchiyama roshi (1912-1998) ad Antaiji nel febbraio del 1975.
Su progetto iniziale di Paolo, vi hanno lavorato Jiso -per la traduzione dal giapponese e la voce narrante- e Carlo che ha curato la registrazione e tutta la parte tecnica. Lo trovate in fondo a questa pagina, con tutte le indicazioni sul testo -già noto ai lettori del blog della Stella- e sulla sua genesi.

Negli anni trascorsi ad Antaiji, un fratello con il quale ho condiviso la stanza (la “cella” si direbbe di un monastero cristiano) per più di due anni, fu Daichi Higashikage, ora responsabile di Ryūgenji, piccolo tempio di montagna nell’isola di Shikoku. Successivamente, assieme a Jisō Forzani e a Daidō Strumia, fui ospite della sua famiglia, nel periodo dedicato alla questua, nella città di Osaka. Infine, alcuni anni fa, sono stato suo ospite al Ryūgenji. Questa frequentazione, oltre al suo buon carattere e al senso dell’umorismo, ha favorito il sorgere tra noi di un legame che continua tutt’ora, quasi

quarantanni dopo il nostro primo incontro. Inizialmente ci scambiavamo i tradizionali auguri di buon anno poi, assieme agli auguri, una frase che riassumeva la nostra vita e il procedere della pratica. Da qualche anno, anche grazie all’uso di internet, ciascuno cerca di esprimere all’altro come viva la propria esperienza nello zazen e siccome i nostri mondi sono differenti, è bello vedere il gioco delle differenze che, da un lato, permangono, dall’altro si stemperano sempre più, a mano a mano che il discorso si fa più profondo. La sua vita, ora, è quella di un prete buddista e la sua cultura religiosa è profondamente immersa in quella giapponese, mentre io sono un laico, italiano, formato nella cultura di questa parte del mondo. Ma quando il discorso si fa più stretto ed è lo zazen in quanto tale ad essere mostrato, i nostri mondi scompaiono e rimane l’esperienza comune.
Ho pensato che potesse essere interessante mostrarvi uno stralcio dei nostri scambi. Penso che -assieme al post Un chiarimento storico sullo zen giapponese– possa contribuire ad inquadrare meglio la quarta parte del testo La Realtà della Vita, di Uchiyama, che abbiamo da poco ripubblicato.


ここに 東影老師 の メール の 日本語の 翻訳が ありますので, どうぞ

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Nella foto -del novembre ’86-, Daichi Higashikage rōshi, in piedi, in primo piano, con la tuta blu

Quando, nella sua prima versione, questo libro fu pubblicato in Italia era l’anno 1976. Sino ad allora i libri “sullo” zen erano stati quelli dei due Suzuki, di Alan Watts, di Humphreys … di cui, onestamente, non avevamo capito molto, anche se davamo ad intendere il contrario. Avevamo saputo che quel libro stava per essere pubblicato, ce lo aveva annunciato Viallet, nostra guida, che lo aveva tradotto dal giapponese in francese e tedesco. Viallet era stato ad Antaiji, diventando discepolo di Uchiyama e ci aveva parlato di quel luogo e della sua storia e… insomma Antaiji era per noi lo zen stesso e Uchiyama l’irraggiungibile maestro di quel luogo leggendario. Caricammo quel libro di così tante aspettative che quando arrivò fu una cocente delusione.

Ci aspettavamo la chiave interpretativa dei koan, del mistero dello zen, insomma: il senso recondito della cosa e, invece, trovammo discorsi sulla vita quotidiana, sulla realtà di questa vita, vi si affermava che il satori, il risveglio, dipende dalle condizioni di temperatura e umidità e poi vi si metteva al centro di tutto lo zazen, da noi poco amato sia per i dolori alle gambe sia perché non ne capivamo davvero la ratio, la motivazione profonda. Che però non trovammo nemmeno in quel libro: pare che il buddismo giapponese abbia scordato che il buddismo tratta della sofferenza ed è per quello che esiste. Inoltre, soprattutto nella quarta parte del libro, vi è una particolarità che in quasi mezzo secolo (l’originale è del 1971) ha perso mordente: un ricorso molto accentuato alla metafora del “sé” relativamente al fondo inesplicabile dell’essere. Sempre ricordando che -come dicono Nagārjuna (MDM KK, XVIII, 3) e Vasubandhu (Trim. 24)- il vero sé è quello che non c’è.
Poco dopo la pubblicazione del libro, Viallet morì lasciandoci “soli”, così in pochi mesi ci organizzammo per andare ad Antaiji e quei contatti diretti ci fecero prendere coscienza di un altro sogno: quel monastero di Kyoto sul quale avevamo tanto fantasticato non esisteva più, addirittura da prima dell’uscita di quel libro in Italia: Uchiyama nel 1975 si era ritirato ed il suo successore, Watanabe, aveva subito demolito il monastero di Kyoto ricostruendone uno nuovo tra le montagne.
Quarantanni dopo questi fatti, ossia tre anni or sono, Marta mi scrisse che, poiché il libro di Uchiyama nella versione della Stella era introvabile, voleva digitalizzarne la traduzione dal giapponese realizzata da Jisō nel 1993 … ed eccoci qui: la nuova versione del libro è pronta, rinnovata dal tetto alle fondamenta, ma è sempre quella: un’opera in cui l’autore tenta di tradurre in concetti occidentali, in buona parte riuscendoci, quello che sino ad allora si era retto su una forma mentale giapponese.
Come gli altri testi da noi pubblicati, potete scaricarlo liberamente in formato digitale (per ora solo in pdf, presto in epub) da questa pagina.
Buona Pasqua

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