Dom, 15 Apr 2007
Che cosa c’è nelle brume della Lombardia, che incanta lo sguardo e lo rende leggero? Sarà che il sottile velo di nebbia, per antitesi, suggerisce l’idea che la vera nebbia è ciò che chiamiamo “realtà”.
Sarà che la pianura, non interrotta da colline o monti, sembra il simbolo di un universo i cui confini si sperdono chissà dove. Allora l’animo del longobardo, tantopiù se artista, non si sente sopraffatto dalla malinconia, anzi impara a danzare lieve lieve nell’aria frizzante, padrone delle cose perché libero, e tanto più libero quanto più sa sorridere di sé.
Forse è questo il filo tenue che unisce le vite e le opere di autori che apparirebbero così lontani nel tempo o negli interessi. Tutti milanesi per nascita o per adozione, ognuno creatore di un suo segno inconfondibile. Si chiamano Giuseppe Arcimboldo, Achille Campanile, Dino Buzzati.
Arcimboldo è quello che dipingeva teste umane componendole di frutta fiori animali oggetti. È stato ripescato dai surrealisti come antesignano (a nostro avviso, erroneamente) della pittura dell’inconscio. È quindi diventato famoso (ma erroneamente, a nostro avviso) come un tipo bislacco che faceva cose buffe per un decadente senso del divertimento. Eppure ci sarà stato un motivo, a parte scacciare la noia, per cui l’Imperatore lo copriva d’oro.
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