sab, 6 feb 2010
Porto all’attenzione del dotto pubblico che frequenta questo sito, un breve testo da me composto su un tema non più eludibile. Qualche cosa di così potenzialmente distruttivo per la comunità buddista e così evidente
da aver attirato l’attenzione anche della cultura non buddista: lo scrittore Giampiero Comolli se n’è occupato di recente nell’articolo La crisi della spiritualità orientale, che -al di là delle conclusioni e delle analisi- vi segnalo per l’aver colto dall’esterno quello che non molti dall’interno hanno percepito. Come sempre pacatamente, ma senza risparmiarci nulla, potremmo commentare.
Nella geografia dei buddismi giunti in Occidente, è noto che il buddismo zen proviene dal Giappone, sede di una cultura il cui tessuto sociale è organizzato su basi confuciane. In quel Paese le gerarchie, i ranghi, le cerimonie formatisi nei secoli -soprattutto alla corte imperiale cinese nella casta detta dei mandarini (1)- accompagnano lo zen come il guscio dell’uovo.











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>nessun titolo più grande di nessun titolo
… e Non-Nome più valido di qualsiasi nome !!
Commento di dr — febbraio 6, 2010 @ 7:11 pm
Amen!
Commento di mym — febbraio 6, 2010 @ 7:16 pm
Cheers Maestro!
Ma anche tu ultimamente hai letto l’anticristo di Nietzsche?;)
Scherzi a parte, e me ne scuso, a questo punto non farei che chiudere tutti questi discorsi, per limitarmi alla pubblicazione dei luoghi e giorni in cui sedersi.
Ti chiamo maestro non perchè qualcunque cosa tu dica sia oro colato.. ma perchè che tu voglia o no hai una maestranza maggiore della mia in certe tematiche.
Con affetto,
Rune
Commento di runix — febbraio 7, 2010 @ 3:04 am
L’Anticristo di Nietzsche? No, non sono mai riuscito a leggerlo. Capisco cosa vuoi dire, purtroppo pubblicare solo luoghi e giorni non basterebbe. Siamo animali complicati e anche il mantenere semplici le cose semplici è un affare complicato. Però, soprattutto giocando pulito, è anche abbastanza divertente, no? Ciao, mym
PS: per la tua (e la sua) “salute” ti consiglio di non chiamare nessuno “Maestro”. Tra l’altro, in quest’area, l’ultimo è finito in croce.
Commento di mym — febbraio 7, 2010 @ 11:41 am
L’aspetto interessante di tutta questa faccenda, per quanto mi riguarda, è che; quanto si constata che il re è nudo, tanto tocca imparare a pensare ed agire come un re.
Commento di doc — febbraio 8, 2010 @ 12:56 am
… che poi è il finale di “1984″ di George Orwell.
Il grande Doc con il suo inquietante humour…
Commento di dr — febbraio 8, 2010 @ 12:16 pm
Ho letto col consueto grande interesse la tua pagina e quella di Comolli, senza però riuscire a mettere a fuoco del tutto se tu concordi, e in che misura, con quello che dice lui. In realtà anch’io penso che nei decenni scorsi l’interesse grande per le dottrine orientali sia sorto in gran parte proprio per il loro essere “diverse” rispetto a una cultura cui ci si sentiva vincolati per educazione, tradizione, imposizione, e si voleva rompere con le tradizioni che uno si trovava offerte bell’e pronte e imposte da tutto il “sistema”. Credo che in gran parte, per molti, il fascino dell’esotico prevalesse sulla reale adesione a una dottrina e che, nel Buddismo in particolare, piacesse la mancanza del principio di autorità, dell’essere supremo, di una dottrina particolareggiata che regolasse ogni momento della vita e anche i pensieri. Non per tutti, ovviamente, ma certo per molti il fascino dell’Oriente ha giocato la carta vincente. Questo ora è finito, l’Oriente si è occidentalizzato e la sua voce suona molto simile a quelle che siamo soliti sentire… Cosa ne dici? Ciao. Cristina
Commento di Cristina — febbraio 8, 2010 @ 12:22 pm
Comolli l’ho citato non per i contenuti ma perché se un autore valdese ha sentito l’esigenza di occuparsi del “problema” vuol dire che il cattivo odore si è sparso ben oltre le stagnanti acque buddiste. All’interno delle quali, invece, pare che si preferisca turarsi il naso piuttosto che scoperchiare il verminaio. Il buddismo non è Oriente, almeno non più di quanto il cristianesimo sia -tout court- Occidente, il fascino anarcoide che si percepiva, perché vi è connaturato, nel buddismo zen, non ha nulla a che fare con l’Oriente, tant’è che Cina prima e Giappone poi hanno ingabbiato lo scugnizzo, temendo facesse guai.
Commento di mym — febbraio 8, 2010 @ 12:29 pm
Ciao,
trovo una certa ripetitività nella tessitura di questo ordito.
Tuttavia, penso che quanto ho letto nell’allegato voglia preludere a un linguaggio diverso da quello ordinario.
Sento che c’è un forte desiderio di non aderire a quella forma a quel linguaggio ritenuti appannaggio di altre storie diverse e lontane dalla nostra non solo geograficamente.
Tuttavia, chi usa un linguaggio ordinario non dovrebbe essere criticato nel senso ordinario del termine, penso che ognuno possa essere libero di parlare la lingua che più gli aggrada o gli corrisponde.
Se uno si sente affine a una modalità esistenziale, quella perseguirà e a nulla serviranno le critiche.
Io ho un figlio di 24 anni e per quanto mi sia sforzato di insegnarlgli a rapportarsi in un certo modo con l’esistenza, lui continua a fare, naturalmente, di testa sua con tutti i pro e i contro del caso. Tuttavia, ho potuto verificare che una possibilità di comunicazione e relazione con lui si produce solo con il mio fare, il mio esempio, quello lo elabora, lo considera, può anche farlo suo, e non quello che dico per quanto realistico e razionale possa essere.
Questo per dire che non credo che il dibattito sulle cosidette “pantomime” possa sortire un qualche effetto positivo ai fini dell’approfondimento del Dharma e dello zazen dalle nostre parti. E in definitiva ripeto, ognuno è libero di adottare il linguaggio che a lui è più affine, se altri lo troveranno adottabile procederanno per il loro cammino…che può darsi non giunga in nessun posto…ma ognuno non può che percorrere il suo karma, anche dentro allo zazen. E lo zazen non è contaminabile nè dagli usi cino-giapponesi, nè dagli usi europei. In definitiva, se non si trova propedeutico aderire a una forma, a una esperienza ritenuta troppo connotata, se la si ritiene un ostacolo sul proprio e altrui cammino realizzativo, l’unica via d’uscita non è provare a cambiare gli altri (impossibile comunque), ma partire sempre da se stessi, vale a dire dare forma ed espressione alla propria modalità religiosa senza curarsi troppo delle pantomime altrui, eterne in ogni modalità vengano a porsi in essere.
Nel Dharma.
Nello Genyo
Commento di Nello — febbraio 8, 2010 @ 12:45 pm
Sono d’accordo due volte: è un problema esistenziale ben prima che religioso quello che pone di fronte alla scelta se dedicare la propria vita a correr dietro ad una … sottana oppure
qualcuno vuol suggerire un’alternativa?
E poi: senza esempio di vita le parole diventato chiacchiere.
Commento di mym — febbraio 8, 2010 @ 12:50 pm
Vedo che doc (5) sostiene che la nudità del re lo fa più re ancora: interessante. Sarà perché per nudi che si sia non lo si è mai abbastanza,
stante che anche il corpo è, in fin dei conti, un abito?
Commento di nudelook — febbraio 8, 2010 @ 2:59 pm
Ciao Nudelook, benvenuto. Conosco doc per cui azzardo: il re che è nudo era re per l’abito (le pinzillacchere). Il pensare ed agire come un re è il… uuuh, come si dice, la … il coso lì, l’uomo interiore insomma, che -liberato dagli alibi- finalmente sboccia, libero e solo come un rinoceronte. O come un re.
Commento di mym — febbraio 8, 2010 @ 7:32 pm
Grazie mym. Però anche vederla come Nudelook – che la nudità del re lo fa più re ancora – è molto intrigante e a suo modo poetico. Solo che cambia un po’ il discorso.
Commento di doc — febbraio 9, 2010 @ 2:31 am