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«Dalai Lama eletto per sfidare la Cina»

(a seguito delle recenti dichiarazioni del Dalai Lama apparse su La Stampa del 8/8/2006, fa seguito questo articolo, sempre su La Stampa, il giorno dopo)

Da La Stampa del 9/8/2006

(di Marco Neirotti)

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La nuvola italiana del Buddhismo è vaga, indistinta. E’ un gioco o una convinzione. Di certo è lontana dalle scelte misurate, politiche, spirituali, abili del quattordicesimo Dalai Lama, Tenzin Gyatso, 71 anni, una confidenza con la spiritualità e con la realtà occidentale che ne hanno fatto un leader religioso e terreno insieme. Viso da buon nonno e occhiali da buon intellettuale. Ha decretato che non è più tempo di indagare bimbi per vedere in loro un reincarnazione.Dandosi del «semi-pensionato», ha deciso che i tempi sono cambiati. Ma, come ha scritto Claudio Gallo sulla «Stampa» di ieri, ha dichiarato chiaro e tondo di avere traghettato «il popolo fuori dal nostro Paese per riavere la madre patria». E la stoccata: gli anziani nominino il nuovo.

E’ il crollo della reincarnazione, del bimbo in cui riconoscere il domani. Addio premonizioni, famiglie che anelano a vedere un piccolo designato. Tenzin Gyatso sta stravolgendo un pezzo, una roccia, un monumento di storia. Perché? Perché è uomo di cultura, è uomo dei suoi tempi, è uomo – lui premio Nobel – che guarda a questa storia politica in divenire.

Sono tanti i Buddhisti italiani – i rotocalchi raccontano Ornella Muti oppure il calciatore Roberto Baggio, il cui manager Petrone non può nemmeno permettersi un auricolare per rispondere in auto – e sono tanti gli pseudoadepti (Gabriele Salvatores ha fatto un po’ di yoga e, dicono gli amici, quasi se lo mangiano). Quelli veri sono più di 50 mila. Essere obiettivi, anche di fronte a un’apertura simile, non è facile.

Ha le idee chiare Claudio Cardelli, vicepresidente dell’Associazione Italia-Tibet: «Siamo realistici su tutti gli aspetti. Il Dalai Lama, che conosco da anni, affronta un aspetto spirituale e uno terreno, concreto, anche politico». Si riferisce senza nascondere nulla all’offensiva cinese, alle schermaglie politiche, anche ai sequestri di persona nei confronti di alti esponenti di questo pensiero religioso.

Allora stiamo parlando di una sorta di tregua? di un punto di incontro, disperato oppure diplomatico? «Stiamo parlando di chi si guarda intorno e intanto guarda avanti. Il Dalai Lama sta disperatamente, nel senso più limpido e fiducioso del termine, cercando di trovare la via di mezzo, tra persecuzioni e resistenza, tra scontri frontali e provocazioni».

Il Buddhismo apre a una via politica, Cardelli? «Sì, è una sfida alla Cina, tra religione e filosofia. Cercare il successore con un’elezione significa legittimarlo come rappresentante di un popolo oppresso. Il significato politico è forte. E’ una volontà di dialogo. Ma alla pari».

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Quello che accade fa pensare alle ferrovie che tagliavano l’America quando Custer e Chivington aprivano la strada ai binari. Si sta colonizzando tutto. Miniere di rame, di oro, una ferrovia per un turismo interno che muove 40 milioni di persone in pochi anni. Eccolo il nuovo Dalai Lama, ecco la sua eredità: è politica. Eccola l’elezione anziché il bimbo da coltivare. E’ la presa di coscienza politica. «Siamo di fronte al leader del dissenso», dice Cardelli.
La storia del Tibet, quella del Sikkim, quella cinese, quella dei monaci, quella dei cani malandati che piangono in attesa che buttino fuori dai monasteri i resti della puja, quella della gente dei monti, è per gli italiani che guardano al Dalai Lama una sorpresa «già in cantiere». Dieci anni fa, a Mosca, lui distinse fra «compassione», «condivisione», «bisogno». Oggi fra questi 50 mila d’Italia, che da quella filosofia aspettavano un mistero come la reincarnazione, c’è nebbia. Un Dalai Lama eletto? Sembra di vedere il sorriso e la spiritualità di Tenzin Gyatso, 71 anni, quattordicesimo Dalai Lama: «Ragazzi, siamo nel 2006. Guardatevi intorno. C’è un mondo politico che ci avvolge».