La notizia è confermata anche da fonte vaticana: Benedetto XVI non incontrerà Tenzin Gyatso, noto come XIV Dalai Lama.

 
Benedetto XVI
Tenzin Gyatso

Ovvero colui che, “per diritto ereditario” e vita natural durante, sarebbe il capo politico monocratico di quel vastissimo altipiano che la Cina, dal 1965, considera una sua provincia, chiamata Xizang, mentre molti continuano a considerarlo e chiamarlo Tibet, un nome occidentale nato dall’errata pronuncia di Tō-bod, o Tō-pōt, “alto Bod”, dove Bod è il nome locale dell’intera regione. Tenzin Gyatso è monaco eminente della scuola di buddismo vajrayāna chiamata Gelug, in Occidente spesso erroneamente creduto essere “papa dei buddisti”. I quali in 2500 anni non hanno mai avuto papi né, ad oggi, ne hanno sentito bisogno.

Jisō Forzani ci offre un commento su questo mancato incontro

Dialogo e scarafoni

“Ogni scarafone è bello a mamma sua”
dice un proverbio dialettale italianizzato.

Il senso immediato è che, per la sua mamma, ogni figlio è bello, per brutto che sia: scarafone infatti è lo scarafaggio, per antonomasia un po’ repellente, ma gradevole e gradito al cuore e all’occhio di mamma. In senso lato l’aforisma ci informa che ogni mamma stravede per ogni suo figlio e antepone il suo affetto a qualsivoglia giudizio critico, per lampante che appaia. Il proverbio mi è venuto in mente leggendo nel giornale la notizia che il papa non riceverà il dalai lama durante la prossima visita in Italia di quest’ultimo, nonostante l’incontro fosse, a quanto si dice, praticamente deciso e concordato. A far cambiare idea al pontefice cattolico romano, sconsigliandolo dal ricevere nel suo palazzo il leader buddista tibetano in esilio, è stata certamente la preoccupazione di nuocere ai cattolici cinesi in Cina: le autorità politiche cinesi si innervosiscono tutte le volte che un capo di stato riceve il dalai lama e minacciano ritorsioni: in questo caso non si tratterebbe di ritorsioni economiche, non avendo lo stato del Vaticano rapporti di tal genere con la Cina, ma di possibili vessazioni contro i cattolici cinesi, la cui situazione è assai delicata: uno sgarbo da parte del papa potrebbe dar adito a persecuzioni vere e proprie. Comprendo e giustifico il comportamento del papa: la salvaguardia dei propri figli (quale che sia il titolo di paternità) viene prima della buona educazione. Mi interessano alcune considerazioni che fanno da corollario a questa piccola vicenda. Prima di tutto, così si smaschera l’ipocrisia del cosiddetto dialogo interreligioso. Se l’incontro fra il papa e il dalai lama fosse veramente una questione religiosa, non si porrebbe il problema di soppesare i pro e i contro: una cosa è religiosa anche perché non soggetta al mondo del calcolo. Se s’ha da fare, si fa e basta. Se invece un calcolo (anche a fin di bene) sconsiglia di fare una determinata cosa, allora siamo nel mondo del calcolo, nel quale è evidente che occuparsi dei propri fedeli è più importante che ricevere un collega di un’altra parrocchia. Il previsto incontro non era dunque a livello religioso: era diplomazia formale. Ben venga dunque la decisione vaticana che aiuta a fare chiarezza sulla favola del dialogo interreligioso istituzionalizzato. Il dialogo di carattere religioso non può avvenire a livello istituzionale. L’istituzione sarà disposta a dialogare fino al punto in cui non sono messi in gioco i propri interessi: un’istituzione disposta a derogare dai propri interessi non persegue i propri fini, fra i quali è primario quello di proteggere i suoi membri: è dunque una cattiva istituzione quella che per amore del dialogo rischia di compromettere i propri aderenti. Ma un dialogo in cui non si mettano in gioco i propri interessi, non è, in senso religioso, un vero dialogo: che, per essere religioso, deve essere totale, aperto a qualunque esito, non sottoposto alla legge del calcolo. Un dialogo siffatto è possibile, se e quando lo è, solo a livello interpersonale, fra persona e persona: mentre il dialogo istituzionalizzato tende a portare sotto il proprio controllo il dialogo interpersonale e quindi lo menoma e lo blocca. La saggia decisione vaticana è un buon esempio di come il dialogo interreligioso istituzionale impedisca di fatto il dialogo religioso personale. Infine cade qui anche la pretesa di intendere il termine cattolico secondo etimologia, cioè come sinonimo di universale, un giochino di parole che spesso si sente fare: cattolico vuol dire universale, e quindi universale significa cattolico. Ma qui il papa cattolico mostra di aver a cuore i cinesi cattolici più dei tibetani buddisti: preferisce non rischiare di danneggiare i suoi piuttosto che dare un aiuto morale agli altri: questo non sembra un atteggiamento universale ma di parte – i suoi scarafoni son più belli di quelli del dalai lama, per dirla secondo il nostro proverbio. Cattolico dunque è un aggettivo determinativo, la cui universalità è inscritta nella determinazione di appartenenza. Anche di questo implicito chiarimento sono grato a papa Benedetto e al suo staff.

Giuseppe Jisō Forzani