Piero, amico e compagno di strada, mi invia la lettera ricevuta dalla madre Claudia che, assieme al marito Mario, gestisce l’ospedale di Angal, in Uganda. È un diario di ordinaria tragedia, scritto con misura e attenzione umana. Ve lo offriamo senza commento.

Caro Piero,
anche questo periodo di nostra presenza ad Angal sta volgendo al termine. Abbiamo già fatto a te e agli Amici di Angal una breve relazione sulle attività dell’Ospedale, ora vorrei rendervi

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partecipi di altri avvenimenti, che riguardano più da vicino le persone, la vita del villaggio, la mentalità degli Alùr, il nostro rapporto con loro. Sono successe alcune cose che ci hanno profondamente turbati e che hanno reso questo periodo uno dei più pesanti per noi.

A due passi dall’Ospedale, una notte, un gruppo di persone armate di bastoni ha ammazzato a legnate un giovane ladro, che da tempo disturbava il villaggio ed era diventato la vergogna dei propri famigliari. Attorno a questo fatto si é innalzato un muro di omertà, che non ha lasciato nessuno spazio per far luce su questo atroce regolamento di conti. Nessuno ha visto e invece molti hanno visto, nessuno sa e tutti sanno. Questa é la legge che deve essere amministrata all’interno del clan. Ogni volta che qualcuno mi porge la mano per le vie di Angal, mi chiedo se quella mano, poche sere fa, abbia brandito un bastone. Il giorno dopo la vita ha ripreso come nulla fosse accaduto e invece… sono accadute ancora altre cose. Abbandonato sul pavimento di cemento delle cucinette dietro alla maternità, una mattina é stato trovato un bambino appena nato, col cordone ombelicale strappato. Si sa che la madre é Oroci, una povera demente che vive in giro, non ha casa, non accetta aiuti ed era stata vista aggirarsi nei pressi dell’ospedale. Solo l’ostetrica Selsa ha preso a cuore questo bambino e l’ha sistemato in un angolo della sala parto (qui non esiste una nursery), dove io e Francesca ci siamo alternate a dargli il biberon e a coccolarlo. E’ vissuto 10 giorni. Fra bambini che nascevano uno dietro l’altro, uno che, attaccato all’ossigeno, tentava disperatamente di vivere, due di quattro gemelli che morivano, in un reparto che ha estremo bisogno di essere ristrutturato e dotato di nuovi letti… un incubo! Avevamo deciso di battezzarlo il pomeriggio del giorno 15… l’avremmo chiamato Luca, come il protettore dell’ospedale e invece… alle due sono entrata in sala parto con l’ennesimo biberon e la nurse di turno con estrema noncuranza mi ha detto: ”Ethò – (é morto!!) – Non me ne sono accorta perché ero molto occupata.” E così nessuno l’ha visto morire, nessuno l’aveva visto nascere, questo bambino senza nome, forse figlio di Oroci, la pazza del villaggio. Vissuto 10 giorni fra l’indifferenza di tutti, é stato accompagnato al cimitero da una folla di mamme, di lavoratori dell’ospedale, di infermiere alla quale si aggiungeva man mano che si snodava il corteo, la gente del villaggio. Mi sarei messa a urlare o a ridere. Era mezzogiorno, il sole picchiava forte , gli operai che avevano scavato la fossa grondavano sudore, i bambini usciti dalla scuola buttavano fiori di buganvillea… per un bambino che prima non aveva suscitato la pietà di nessuno. Ma mi aspettava ancora la morte di Kevina, consumata dall’aids e quella di Kolbert, il peggiore kwashorkor che abbia mai visto, gonfio come un palloncino, con la pelle screpolata e piagata, e quella di Nema, 10 anni, distrutta da una setticemia partita dai tagli (tea-tea) fatti dallo stregone lungo le braccia e le gambe. Per fortuna c’é Consolate, ( si chiama proprio così!), che dal kwashorkor sta uscendo, sta ricominciando a mangiare e a giocare, segno inequivocabile di ripresa. E c’é Ali, un concentrato di disgrazie, compreso un caratteraccio che lo rende inviso a tutti, al quale abbiamo potuto procurare una capanna, assicurare il cibo e anche una badante; un bel cambiamento di vita da quando viveva trascurato e mal sopportato dal suo clan. E c’é Celestino, il vecchio barbone, che viveva sotto la tettoia ora dell’ospedale, ora di qualche capanna e veniva a mangiare in nutrition unit. Gli abbiamo fatto costruire una piccola capanna in un posto bellissimo, sulla collina dietro all’ospedale, da dove si ammira la savana sterminata e si scorge, molto lontano, il Nilo. Da li’ il suo spirito indipendente può spaziare. Sono andata fin lassù e ho avuto una bella sorpresa; ha un vicino, povero come lui e altrettanto malandato, che lo aiuta e gli fa da mangiare quando sta male. E’ tra i più poveri che si scopre la più autentica solidarietà. E’ per loro che, nonostante tutto, continueremo a tornare. Mamma