Una nuova scheda della Bibliografia commentata:

Gianfranco Ravasi, Le porte del peccato, Mondadori, 2007, p. 243, € 17,5..

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Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Monsignor Ravasi affronta in questo testo un argomento di grande interesse religioso ed antropologico: i sette peccati capitali. Il libro è scritto con uno stile piacevole e ricco di citazioni. Esso affronta la storia dei sette peccati capitali attraverso la storia, la teologia, la filosofia, la letteratura, l’arte,

il cinema. Ci sono degli autori con cui Ravasi si misura e dai quali attinge a piene mani come: Dante, Shakespeare, S. Tommaso, Gregorio Magno e il filosofo contemporaneo Galimberti. I sette peccati come espressione e manifestazione dei sette vizi. L’autore è particolarmente bravo a liberare l’argomento, nei limiti del possibile, da uno contesto strettamente religioso. I sette peccati vengono analizzati ad uno ad uno, seguendo quella che è la classificazione canonica, ovvero, superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, pigrizia. Per ogni peccato si vede prima l’aspetto semantico, da un punto vista filologico ma non solo, si tracciano anche i derivanti aggettivi e i loro significati. Possiamo pensare all’ira e come ad essa si colleghino altri atteggiamenti e quindi altri aggettivi come collerico, rabbioso, irrascibile. Successivamente il peccato viene analizzato nel suo essere vizio. Qui il testo è particolarmente interessante e, ci sentiamo d’aggiungere, poco teologico e molto filosofico, infatti, il vizio non viene visto come fenomeno a sé, ma si sottolinea come esso non abbia dei confini delineati. Il sapere riposarsi, il fermarsi è una virtù, ma se questo fermarsi diventa un vizio ecco che ci troviamo nella pigrizia. La cosa che fa riflettere molto è la catena di cause che due diversi atteggiamenti dai confini sfumati possono dare origine. Non vengono proposte vie per la virtù, il libro non vuole essere un manuale di morale. Il vizio è radicato nell’uomo e non c’è alcuna via di fuga. Se il testo attinge ad altre discipline oltre alla teologia, non mancano riferimenti ad essa: nel trattare l’ira, per esempio, Monsignor Ravasi analizza il problema dell’ira di Dio che ricorre spesso nella Bibbia. L’autore, che è anche un esegeta, interpreta la Bibbia in una chiave fortemente allegorica, dunque l’ira diventa giustizia, la giustizia diventa rassicurazione per i più deboli. Ovviamente l’interpretazione è di stampo religioso e purtroppo non ha nessuna intenzione di aprire fronti di discussione al riguardo che potrebbero avere un loro interesse. L’autore ha come suo scopo di liberare l’argomento dei peccati capitali da quella pesantezza teologica, infatti parla più di vizi che di peccati, nello stesso tempo vuole riportare il tema nell’ambito della morale. Però, è consapevole che la morale, come la teologia, potrebbe ricoprire questo tema di pesantezza ed astrattezza ecco perché ogni vizio viene visto nel suo sviluppo linguistico e storico, arrivando ad osservarlo nella società d’oggi. Alla fine di questo percorso i vizi vengono visti come una componente costitutiva dell’uomo, come lo è la virtù, sta all’uomo d’oggi, inserito in questo mondo, decidere.

(A cura di Gennaro Iorio)