There is a new kid in town… recita una vecchia canzone di Bruce Springsteen, riprendendo un modo di dire popolare che annuncia una novità.
Il nuovo in questione è un argomento -che abbiamo cominciato a trattare qui– di carattere particolarmente interessante per chi pratichi zazen e non viva all’interno di un monastero o di un luogo adibito anche, o solo, a quello scopo. E’ lecito sedersi da soli? E’ produttivo -almeno per la propria vita interiore-? E’ un’espressione di autentica religiosità -una volta imparato a sedersi in un luogo fondato e curato necessariamente da altri- ritirarsi a pratica privata facendosi vivi con il gruppo quando aggrada o solo per i sesshin, i ritiri, senza collaborare alla sopravvivenza dei luoghi che ci hanno “partoriti”? Sino a che punto le difficoltà contingenti possono fare da schermo, da giustificazione al disimpegno pubblico?

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Ha ancora senso il dettato del Sutra di Vimalakirti che parla del “sacrificio del dono della legge” specificando che è “quello grazie al quale gli esseri maturano senza principio né fine”? Prendendo alla lettera questo sutra, non vi è buddismo senza servizio, la vita religiosa senza l’offerta della pratica non è completa, non si può realizzare. E poi, la delega a “loro che tanto lo fanno volentieri/di mestiere/per ruolo” non è una fabbrica di prelati, e magari della specie meno auspicabile? Vogliamo che i luoghi della pratica vengano gestiti solo dai professionisti della religione?
D’altronde non c’è dubbio che, specie in Cina, in Giappone, l’esortazione a lasciare tutto, a isolarsi e dedicarsi solo alla pratica è presente in molti testi. Ma è di questo che stiamo parlando? Sedersi da soli e non aggregarsi/non aggregare, sono sinonimi?
Ai due articoli iniziali, hanno cominciato ad aggiungersi commenti.