Il discorso dell’esempio del serpente

«Una persona ordinaria, o monaci, che non ha ricevuto gli insegnamenti […] concepisce la forma materiale nel modo seguente: “Questa è mia, questa sono io, questa è il mio sé”. […] così la sensazione: “Questa è

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mia, questa sono io, questa è il mio sé”. Così vede la percezione: “Questa è mia, questa sono io, questa è il mio sé”. Così vede le formazioni: “Queste sono mie, queste sono io, queste sono il mio sé”. Essa vede nel modo seguente ciò che è visto, udito, toccato, conosciuto, incontrato, cercato e mentalmente considerato:

“Questo è mio, questo sono io, questo è il mio sé”. E anche il seguente punto di vista: “Questo è il sé. Questo è il mondo; dopo la morte io sarò permanente imperituro, eterno, non soggetto a cambiamento; durerò per l’eternità”, anche questo punto di vista egli considera così: “Questo è mio, questo sono io, questo è il mio sé”. O monaci, un nobile discepolo, che ha ricevuto gli insegnamenti […] percepisce la forma materiale nel modo seguente: “Questa non è mia, questa non sono io, questa non è il mio sé”. Così egli vede la sensazione: “Questa non è mia, questa non sono io, questa non è il mio sé”. Così intende la percezione: “Questa non è mia, questa non sono io, questa non è il mio sé”. Così vede le formazioni: “Queste non sono mie, queste non sono io, queste non sono il mio sé”. Egli concepisce nel modo seguente ciò che è visto, udito, toccato, conosciuto, incontrato, cercato e mentalmente considerato: “Questo non è mio, questo non sono io, questo non è il mio sé”. E anche il seguente punto di vista: “Questo è il sé. Questo è il mondo; dopo la morte io sarò permanente imperituro, eterno, non soggetto a cambiamento; durerò per l’eternità”, anche questo egli considera così: “Questo non è mio, questo non sono io, questo non è il mio sé”. Poiché egli intende così queste cose, non è agitato da ciò che non esiste».
Alagaddupamasutta. Traduzione a c. di Francesco Sferra in La Rivelazione del Buddha, vol. I: I testi antichi, a c. di Raniero Gnoli, 240 s.