Leggendo il numero 30 (ottobre 2008) della rivista Dharma, ho trovato un articolo particolarmente interessante, del birmano Sayagyi U Ba Khin. Stimolante per più di una ragione. Prima di tutto non è “farina” della famiglia detta del buddismo mahayana a cui -più o meno consapevolmente- aderiscono i frequentatori dei dojo zen italiani.

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Vi si usa un linguaggio molto diverso da quello cui siamo abituati. Sia nel lessico (molti i termini in pāli) sia nel tipo di logica: anche le finalità stesse del buddismo sono presentate da un’angolatura inusuale. Tutto questo, se vogliamo capire il senso profondo, ci costringe a leggere con attenzione, a consultare dizionari per capire il significato delle parole e poi indagare l’origine, il fondamento sul quale poggiano molte delle affermazioni che vi troviamo.

Operazione che non siamo (quasi) più abituati a fare, dando spesso per scontato che i discorsi “sullo zen” siano solo di due tipi: quelli che dicono ciò che già sappiamo -o, meglio: pensiamo- anche noi, e gli altri: quelli sbagliati, scritti da chi “non ha ancora capito”.
Gli argomenti trattati da Sayagyi sono quelli basilari: perché ha senso la pratica buddista e come funzionano gli insegnamenti dentro di noi. Vi propongo alcune affermazioni che -a mio parere- valgono da sole la lettura dell’articolo: “Sīla o vita etica è la base per il samādhi” (p. 9) e poi: “Il samādhi si costruisce sul sīla” (p. 16). “Solo se il samādhi è buono si può sviluppare paññā” e “Per paññā si intende la comprensione di anicca, dukkha e anattā” (p. 9). L’acquisizione che “Il samādhi si costruisce sul sīla” da cui poi discende tutto, è una conquista faticosa che annuncia altre fatiche spirituali e questa fatica, il suo rifiuto, è uno dei motivi -a mio parere, naturalmente- per cui vi sono praticanti zen che girano vanamente in tondo. La differenza tra zz e un exploit di tipo ginnico o un esercizio di igiene mentale, è proprio quella.