Negli anni trascorsi ad Antaiji, un fratello con il quale ho condiviso la stanza (la “cella” si direbbe di un monastero cristiano) per più di due anni, fu Daichi Higashikage, ora responsabile di Ryūgenji, piccolo tempio di montagna nell’isola di Shikoku. Successivamente, assieme a Jisō Forzani e a Daidō Strumia, fui ospite della sua famiglia, nel periodo dedicato alla questua, nella città di Osaka. Infine, alcuni anni fa, sono stato suo ospite al Ryūgenji. Questa frequentazione, oltre al suo buon carattere e al senso dell’umorismo, ha favorito il sorgere tra noi di un legame che continua tutt’ora, quasi

quarantanni dopo il nostro primo incontro. Inizialmente ci scambiavamo i tradizionali auguri di buon anno poi, assieme agli auguri, una frase che riassumeva la nostra vita e il procedere della pratica. Da qualche anno, anche grazie all’uso di internet, ciascuno cerca di esprimere all’altro come viva la propria esperienza nello zazen e siccome i nostri mondi sono differenti, è bello vedere il gioco delle differenze che, da un lato, permangono, dall’altro si stemperano sempre più, a mano a mano che il discorso si fa più profondo. La sua vita, ora, è quella di un prete buddista e la sua cultura religiosa è profondamente immersa in quella giapponese, mentre io sono un laico, italiano, formato nella cultura di questa parte del mondo. Ma quando il discorso si fa più stretto ed è lo zazen in quanto tale ad essere mostrato, i nostri mondi scompaiono e rimane l’esperienza comune.
Ho pensato che potesse essere interessante mostrarvi uno stralcio dei nostri scambi. Penso che -assieme al post Un chiarimento storico sullo zen giapponese– possa contribuire ad inquadrare meglio la quarta parte del testo La Realtà della Vita, di Uchiyama, che abbiamo da poco ripubblicato.


ここに 東影老師 の メール の 日本語の 翻訳が ありますので, どうぞ

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Nella foto -del novembre ’86-, Daichi Higashikage rōshi, in piedi, in primo piano, con la tuta blu

Quando, nella sua prima versione, questo libro fu pubblicato in Italia era l’anno 1976. Sino ad allora i libri “sullo” zen erano stati quelli dei due Suzuki, di Alan Watts, di Humphreys … di cui, onestamente, non avevamo capito molto, anche se davamo ad intendere il contrario. Avevamo saputo che quel libro stava per essere pubblicato, ce lo aveva annunciato Viallet, nostra guida, che lo aveva tradotto dal giapponese in francese e tedesco. Viallet era stato ad Antaiji, diventando discepolo di Uchiyama e ci aveva parlato di quel luogo e della sua storia e… insomma Antaiji era per noi lo zen stesso e Uchiyama l’irraggiungibile maestro di quel luogo leggendario. Caricammo quel libro di così tante aspettative che quando arrivò fu una cocente delusione.

Ci aspettavamo la chiave interpretativa dei koan, del mistero dello zen, insomma: il senso recondito della cosa e, invece, trovammo discorsi sulla vita quotidiana, sulla realtà di questa vita, vi si affermava che il satori, il risveglio, dipende dalle condizioni di temperatura e umidità e poi vi si metteva al centro di tutto lo zazen, da noi poco amato sia per i dolori alle gambe sia perché non ne capivamo davvero la ratio, la motivazione profonda. Che però non trovammo nemmeno in quel libro: pare che il buddismo giapponese abbia scordato che il buddismo tratta della sofferenza ed è per quello che esiste. Inoltre, soprattutto nella quarta parte del libro, vi è una particolarità che in quasi mezzo secolo (l’originale è del 1971) ha perso mordente: un ricorso molto accentuato alla metafora del “sé” relativamente al fondo inesplicabile dell’essere. Sempre ricordando che -come dicono Nagārjuna (MDM KK, XVIII, 3) e Vasubandhu (Trim. 24)- il vero sé è quello che non c’è.
Poco dopo la pubblicazione del libro, Viallet morì lasciandoci “soli”, così in pochi mesi ci organizzammo per andare ad Antaiji e quei contatti diretti ci fecero prendere coscienza di un altro sogno: quel monastero di Kyoto sul quale avevamo tanto fantasticato non esisteva più, addirittura da prima dell’uscita di quel libro in Italia: Uchiyama nel 1975 si era ritirato ed il suo successore, Watanabe, aveva subito demolito il monastero di Kyoto ricostruendone uno nuovo tra le montagne.
Quarantanni dopo questi fatti, ossia tre anni or sono, Marta mi scrisse che, poiché il libro di Uchiyama nella versione della Stella era introvabile, voleva digitalizzarne la traduzione dal giapponese realizzata da Jisō nel 1993 … ed eccoci qui: la nuova versione del libro è pronta, rinnovata dal tetto alle fondamenta, ma è sempre quella: un’opera in cui l’autore tenta di tradurre in concetti occidentali, in buona parte riuscendoci, quello che sino ad allora si era retto su una forma mentale giapponese.
Come gli altri testi da noi pubblicati, potete scaricarlo liberamente in formato digitale (per ora solo in pdf, presto in epub) da questa pagina.
Buona Pasqua

Nei decenni precedenti, molti si sono interrogati sul perché il buddismo zen diffuso in Occidente dai primi anni sessanta, abbia avuto e continui ad avere una forma prettamente e quasi unicamente giapponese e, in qualche caso, cinese. Questo dubbio o quesito nasce dalla consapevolezza che lo zen è la continuazione dell’esperienza buddista delle origini, dove non esiste una forma determinata nella quale debba manifestarsi nel mondo la realizzazione del vero modo di vivere: quello che si sviluppa fuori dalle fantasie e dalle dottrine dogmatiche e realizza passo dopo passo una vita che scioglie ogni tipo

di sofferenza.
Ciascuno di noi, dal momento in cui decide di coinvolgere la propria vita nell’insegnamento buddista, inventa da capo il proprio modo di vivere. Il buddismo nasce con la nostra pratica e in essa si manifesta: non c’è una forma determinata, pronta, da imitare. E pur inventando tutto, nulla è inventato: nasce nuovo perché nuova è la vita che vive ciascuno di noi, non perché gli diamo quella forma secondo la nostra volontà. Ognuno a suo modo nell’unico modo. Ma, se così stanno le cose, perché la forma giapponese pare irrinunciabile?
Ho tentato di dare una risposta storica a questa domanda. Vi propongo la prima parte di questo tentativo con il titolo La genesi delle religioni del Giappone. La seconda parte, che comparirà in seguito assieme ad un testo attualmente in lavorazione, indaga su un altro “retroscena”: la sinizzazione del buddismo, operata dai cinesi a partire dal III-IV secolo, adattandolo ad una diversa visuale religiosa e modificandone uno dei punti più importanti: l’astenersi dal definire la natura dell’essere, un’astensione sostituita (a volte solo integrata) con il legame alla spiritualità confuciano-daoista dello “spirito del Cielo”. Occorre rammentare che il buddismo non è una metafisica o un tentativo di stabilire “come stiano le cose” né, tantomeno, il loro perché: è “solo” la via che conduce alla liberazione dalla sofferenza, indipendentemente dal come e dal perché così stiano le cose.


Siamo lieti, anche quest’anno, di offrirvi gli auguri di Budda Zot e per suo tramite gli auguri della Stella.

Un giorno, forse, Doc scriverà la storia delle vere origini di Bz: quando (1976?), come, dove è nato e perché. Chissà che, da qualche sottoscala, non saltino fuori i primi album con le prime piccanti avventure …
Forse, un giorno.

Grazie a Doc per i disegni, ad Alex per la musica e a Pierinux per la messa in opera.
Con i potenti mezzi posti in opera da Px, potete vedere Bz a schermo intero e, addirittura, lo potete scaricare sul vostro PC.


Non so se mi spiego

Tra martedì 10 e giovedì 12 ottobre a Urbino, nel monastero delle Clarisse, si è tenuta la riunione annuale del DIM Italia, sezione italiana del MID-DIM (di cui qui trovate la storia e la struttura). Erano presenti circa trenta persone, appartenenti a quattro religioni diverse: Cristianesimo, Islam, Induismo e Buddismo.

Il Buddismo era rappresentato dagli appartenenti alla scuola Zen, provenienti da quattro diversi gruppi, e dalla tradizione Vajrayana con gli appartenenti all’Istituto Lama Tsong Khapa di Pomaia. Gli induisti provenivano dal Gitananda Ashram di Altare (SV). L’Islam era rappresentato dal COREIS, Comunità Religiosa Islamica Italiana, l’associazione nazionale dei musulmani italiani. Il cristianesimo era rappresentato da monaci e monache appartenenti a 12 monasteri italiani e ad uno francese, oltre alle Clarisse di Urbino, a cui va un ringraziamento particolare per la limpida e serena ospitalità.

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La giornata di mercoledì 11 è stata in buon parte occupata da due interventi della Stella, uno al mattino ed uno al pomeriggio, e dalla discussione ad essi dedicata.
🍁Il primo intervento, intitolato L’esperienza della Stella del Mattino, era articolato in quattro parti:
-La storia, -L’evoluzione che ha portato alla forma attuale, -Gli obiettivi, -La forma interna o profonda della comunità.
🍁La seconda parte, dedicata al dialogo religioso, era articolata in cinque punti:
-La testimonianza e la sua condivisione, -Il dialogo come esigenza personale, -Il dialogo come attività intellettuale o accademica, -Il dialogo come filosofia politica, -Suggerimenti e proposte rivolte agli attori del dialogo

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Ecco i testi dei due interventi


È la prima volta che la Stella del Mattino pubblica e distribuisce un testo cristiano. Fra le ragioni a sostegno della decisione di pubblicare questo libro di Simone Weil, mi pare opportuno menzionarne tre. La prima non differisce da quella che motiva la pubblicazione di tutti gli altri testi: la convinta speranza che la lettura del libro offerto sia di beneficio a chi lo riceve, come lo è a chi lo propone, per la propria esperienza spirituale ed esistenziale.

La seconda è inerente a un elemento costitutivo di questa comunità, il dialogo religioso con il cristianesimo. Ascoltare la voce dell’altro, con il suo timbro, la sua terminologia e le sue argomentazioni, senza togliere né aggiungere né modificare, è parte non alienabile del dialogo religioso, affinché non divenga il monologo di un solo attore, che interpreta entrambe le parti di un canovaccio in cui l’altro è un tu su misura per me, e non un vero altro io. La terza ragione diviene evidente con la lettura del libro. La Pesantezza e la grazia, rappresenta una buona introduzione al mondo religioso secondo Simone Weil. Si presenta in forma di brevi pensieri, che nella maggior parte catturano immediatamente l’attenzione, credo, di chiunque sia personalmente coinvolto dal discorso religioso, e richiedono poi una lettura ripetuta e una lenta assimilazione. Il pensiero nitido e il linguaggio essenziale di Simone Weil esprimono un cristianesimo fedele, privo di accenti consolatori e di ripari identitari, che nasce da un’esperienza spirituale e intellettuale tanto inimitabile quanto profondamente comunicativa: sono convinto che la coerenza disarmata fra pensiero, parola e comportamento che è la trama della sua vita e che questo piccolo libro riflette chiaramente sia una fonte d’ispirazione anche per chi abitualmente ascolta e parla altri linguaggi spirituali e religiosi.

Come d’abitudine, proponiamo il testo in due formati, .pdf ed .epub, per l’utilizzo a stampa o digitale. In questa pagina potete trovare e scaricare liberamente ambedue le versioni del testo.

È trascorso un anno dalla scomparsa di Watanabe roshi.
Nato, nel 1942, ad Aomori, nel freddo nord del Giappone, non aveva potuto conoscere suo padre, abbattuto da un aereo americano sull’Oceano Pacifico poco prima della sua nascita. Terminato il liceo, avrebbe dovuto iscriversi all’università ma, senza avvisare la famiglia che sapeva contraria, si recò a Daijoji -monastero situato a Kanazawa, nel Giappone centrale-, dove chiese di essere accolto come novizio. Daijoji era uno dei luoghi in cui periodicamente si recava Kodo Sawaki per soprintendere alla pratica dei monaci. L’incontro con Sawaki fu fondamentale: indicò infatti al giovane Watanabe di lasciare Daijoji

Antaiji: al centro la tomba di Watanabe, a destra quella di Uchiyama, a sinistra quella di Miyaura

Antaiji: al centro la tomba di Watanabe, a destra quella di Uchiyama, a sinistra quella di Miyaura

e recarsi ad Antaiji, di cui Sawaki era priore e dove lo stesso Sawaki, molto anziano, si ritirò alcuni anni più tardi. Ad Antaiji Watanabe, poco più che ventenne, incontrò Sodo Yokoyama e Kosho Uchiyama, i due principali discepoli di Sawaki. Yokoyama nel 1957 aveva lasciato Antaiji per trasferirsi nel parco di Komoro, dove divenne famoso come “il monaco che suona con le foglie“. Watanabe, divenuto discepolo di Uchiyama, nel 1975 succedette al suo maestro alla guida di Antaiji e trasferì il monastero sui monti del Giappone sud occidentale, un luogo allora impervio, difficile da raggiungere, letteralmente in cima a una montagna. Dal 1987 al 1992 risiedette in Italia, dando vita alla Stella del Mattino.
In questa pagina potete trovare un’intervista a Watanabe roshi realizzata nel luglio del 2004.

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Alcuni ricordi personali

🌱Nel maggio del 1978, con altri tre italiani, mi recai ad Antaiji per la prima volta. Degli altri tre compagni di viaggio uno abbandonò dopo una settimana per la severità della regola e gli altri due, Gianni e Daido, non ci sono più. Watanabe roshi era giovane, dotato di grande energia, incuteva timore. Ci colpì la sua capacità di “scomparire”: un momento prima era lì, accanto a te, alzavi gli occhi e non c’era più. Solo tempo dopo capii che questo era dovuto alla quantità di sogni, pensieri in cui eravamo presi, distratti, quindi con i tempi allungati: ci pareva fosse stato lì sino a “un attimo prima”, ma per lui di attimi ne erano trascorsi tanti e aveva avuto il tempo di andare altrove. Ora sento la sua mancanza soprattutto come interlocutore: ci son cose che non so a chi dire. mym
🌱Una sera ad Antaiji ci disse: “Anche se questo progetto dovesse fallire, ho in mente varie altre possibilità”. Rimasi interdetto, certo che il compito immenso che volontariamente si era assunto, non avesse alternative. Aveva da poco trasferito il monastero, una rivoluzione inaudita nel morto mare dello zen giapponese, stava impostando una vita nuova di zazen, lavoro e studio, che richiedeva dedizione completa a una ventina di persone giovani, piene di entusiasmo ed energia. Lui era all’opera incessantemente, presente in ogni momento della vita comunitaria con attenzione ferrea. E la responsabilità continua e l’impegno totale non gravavano sulla sua mente, che manteneva sgombera. Così è stato sempre, nell’alternarsi delle vicende della vita. Un uomo a volte terribile, mai opprimente, capace di accollarsi enormi pesi senza diventare pesante. gjf
🌱Watanabe roshi trascorse il primo anno della sua permanenza in Italia presso la comunità dei Missionari Saveriani di Reggio Calabria, di cui allora io facevo parte. Ogni giorno condividevamo lo zazen, la preghiera e l’ascolto delle scritture cristiane e buddiste. All’ascolto seguiva spesso un breve scambio di considerazioni. Era il giorno di Pasqua e Watanabe roshi mi disse. “La Bibbia per pagine e pagine narra l’insegnamento di Mosè e dei profeti. Ma poi ad annunciare la risurrezione fu scelta una donna della strada, la Maddalena, la quale aveva una sola via per annunciare la risurrezione: risorgere lei stessa.” Di Watanabe roshi ricordo la sobrietà del discorso, e la domanda di comportamenti reali: annunciare la risurrezione risorgendo. Luciano Mazzocchi, s.x.

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