- Mauricio Y. Marassi, La via maestra, Genova-Milano, Marietti, 2005
Con questo quarto lavoro dedicato al buddismo zen Marassi entra nel merito di un argomento la cui importanza è probabilmente inferiore solo alla sua delicatezza: si parla qui delle dinamiche e delle problematiche vecchie e nuove relative alla trasmissione, di generazione in generazione e di cultura in cultura, dell’insegnamento nella tradizione zen. In breve, ci si chiede cosa sia un maestro o, in maniera più drastica, se ci sia da qualche parte un maestro. Chi scrive intende qui presentare alcune note, in cui domande schiettamente soggettive hanno provato a misurarsi con la frequentazione del testo. Altri, maggiormente addentro al complesso percorso di penetrazione del buddismo zen in Europa riusciranno ad individuare altri elementi di riflessione, qui appena accennati.
De magistro: chiamiamo maestro colui che detiene e impartisce una tecnica (anche dell’anima), che quindi offre strumenti ai discenti, corredati da un vocabolario appropriato, seguito da un assetto di assunzioni e procedure. E’ così una guida per agire e per pensare, un depositario di verità e sapienza. La figura del maestro - così tratteggiata seguendo l’opinione comune - finisce col confondere i suoi tratti con quella di un sovrano, di un monarca. Ciò appare chiaro nella lingua francese, dove maitre sta sia per maestro che per padrone. Per questo è accaduto e accade che, indipendentemente dalle loro intenzioni, vi siano maestri che generino delle sette (anche se non vengono dipinte come tali) su cui dominano incontrastati. Il libro invita il lettore a interrogarsi proprio su questo supposto ruolo indiscusso attribuito alla figura maestro.
La trasmissione, si diceva. E’ vero, ma non si tratta di trasmettere qualcosa (sia essa materiale o immateriale) a qualcuno, non vi sono idee, concetti, credenze che degli scolaretti devono imparare. Non è operazione, come una rozza metafora crede di insegnare, di travaso da un contenitore all’altro. Il vero o il bene non si può trasmettere. Non si può portare qualcuno al vero o al bene, semplicemente perché non è possibile, perché non sono cose. Possiamo portare qualcuno a spasso, al cinema o al mare ma non al vero o al bene. Non basta: non vi è neppure una modalità specifica da seguire, un modus operandi confezionato all’uopo. Semmai la trasmissione obbedisce disobbedendo, negando qualsivoglia modello preordinato, camminando e pencolando lungo la corda tesa tra (inveramento della) tradizione e trasgressione. “Appena qualcuno pensa che la sua forma di vita sia quella giusta, il vero modo di vivere lo zen, ecco che, di qualsiasi modalità si tratti, per il fatto stesso di così pensarla essa non è che una sceneggiata senza valore” (p.88). Interessanti a questo proposito, oltre che di gustosa lettura, sono le parti del libro in cui vengono tratteggiate le tappe e le figure significative riguardanti le avventure (e le disavventure) circa la diffusione dell’insegnamento dello zen in Occidente.
Dove sta il maestro, dove l’insegnamento, allora? Esistono o anche ciò che pensiamo e chiamiamo risveglio è solo una parte del sogno variopinto da cui dobbiamo risvegliarci? Sembra non esserci via d’uscita dal continuo rimando di questo gioco di specchi. Per questo, di fronte a tutto ciò la via maestra, “l’insegnamento più grande consiste nell’atteggiamento da discepolo nei confronti di tutta la realtà (…) Essere ‘maestri’ è concretamente vivere da discepoli. Perciò non vi è modo di diventare maestri” (p.140).
Termino con una storiella, provando così ad alleggerire queste note, dove si parla ancora di maestri e di discepoli. Ci troviamo in quella terra da cui ha avuto origine il buddismo e in cui convivono le contraddizioni più laceranti. Da qualche parte c’è un uomo che, per tante cose, ha fama di maestro. Ci sono anche dei giovani, i quali non sopportano l’aura che aleggia intorno a quell’uomo e decidono perciò di tirargli uno scherzo per screditarlo di fronte a tutti. Poiché la gente reputa che l’uomo possegga pure qualità extrasensoriali (siamo in India, se non lo si è capito), i ragazzi così pensano: prendiamo un pulcino e tenendolo fra le mani andiamo dall’uomo per chiedergli se il pulcino sia vivo oppure morto. Se dirà che è vivo, basta una leggera stretta della mano per far morire la bestiola, viceversa se afferma che è morto, apriremo la mano per mostrare a tutti che è vivo e vegeto. Qualunque risposta sarà errata. Detto fatto si recano dall’uomo pregustando gli sbeffeggiamenti a venire. Ascoltata la domanda, l’uomo in silenzio per un po’ guarda alternativamente la mano serrata e gli occhi dei giovani. Dopodiché si limita a dire: “Amico, la risposta sta nelle tue mani”.
Federico Battistutta






