È arrivata l’ultima puntata de All’ombra del Partenone, la rubrica di cultura greca. Anche questa volta C.C. offre una traduzione originale del testo antico, in forma filante e chiara.

Caverne e cavernicoli

“Gli uomini sono come in sotterranea dimora che ha la forma di una caverna. E questa caverna presenta l’ingresso spalancato e rivolto alla luce, esteso quanto la caverna è larga. Qui fin da fanciulli, in ceppi le gambe e il collo, gente cui si concede soltanto restare in quel luogo; guardar soltanto davanti a sé;

incapaci per causa di quei ceppi di volgere il capo in giro.

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E vi è una luce di fuoco, dall’alto e da lontano, che arde dietro le spalle. Intermedia poi tra il fuoco e i prigionieri passa più in alto una via, lungo la quale devi immaginar costruito un muricciolo. Cerca di vedere alcuni uomini lungo questo muricciolo. Essi portano ogni sorta di oggetti, e spuntano fuori dal muricciolo statue, immagini in pietra o in legno, in ogni guisa lavorate. Alcuni poi di questi passanti, portando gli oggetti parlano, altri stanno zitti. Questa gente in ceppi non avrà mai potuto vedere il proprio corpo, né quello dei compagni: soltanto ombre proiettate dal fuoco nella parete della caverna davanti al volto. E cosa vedranno degli oggetti trasportati? Non sarà la stessa cosa? Supponi ora che i prigionieri abbiano facoltà di parlar tra loro. Saranno convinti di una cosa: chiamando con un nome le ombre che vedono, crederebbero di chiamare a nome la cosa vera e propria. Supponi ancora che la prigione abbia un’eco proveniente dal fondo, e che uno dei passanti emetta qualche voce. I prigionieri non potranno far congettura diversa: questa cosa parlante è l’ombra che passa dinanzi a loro. In somma, i nostri prigionieri penseranno che le ombre di quegli oggetti manufatti sono la verità.

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E ora osserva il caso che qualcuno sia liberato da quei ceppi, e che quella condizione di profonda ignoranza venga alfine medicata. Uno è liberato; è fatto alzare per forza, improvvisamente; gira il collo, cammina, volge lo sguardo in alto, verso la luce. Il prigioniero non mancherebbe di provare dolorose impressioni, così pure il bagliore di quella luce lo metterebbe nell’impossibilità di vedere gli originali di cui poco fa poteva scorgere le ombre. Egli stimerebbe le figure che vedeva prima più vere degli originali che gli vengono additati ora. E allora lo si costringe a volgere lo sguardo proprio verso la luce: un’impressione dolorosissima alle pupille. Certo, volgendo le spalle fuggirebbe per tornare a quelle figure e quelle ombre che si possono vedere così bene. Qualcuno lo strappa a violenza via di lì, in alto, per la via erta e ripida. Giunto alla grande luce, i suoi occhi sono oppressi da fulgore. Non può scorgere nemmeno uno degli oggetti che gli si dicono veri. Dovrebbe abituarsi a quell’immensa luce, per veder le cose che stanno in alto. Intanto, con minor disagio potrà scorgere le ombre; in un secondo momento, le immagini riflesse nell’acqua, degli uomini e di altre creature. Quindi le creature e le cose vere e proprie…In seguito durante la notte, i corpi celesti: volgerà lo sguardo alla luce della luna e delle stelle. E ultimo, certo, potrà guardare il sole, non nell’acqua, non in estranee sedi, in riflesse immagini; ma lui per se stesso, nella sua stessa sede potrà contemplare, e in lui quale veramente è fissare la pupilla. Si giudicherà ben fortunato per aver mutato condizione, sentirà un senso di compassione immensa per gli altri prigionieri. Può avvenire che quest’uomo debba una seconda volta discendere giù e sedersi nel luogo di prima. I prigionieri direbbero che quell’uomo è andato in alto, ma che ora ritorna con le pupille annientate. E lui farebbe continuo sforzo per sciogliere da catene, per condurre in alto; e loro, se potranno riuscire a prenderlo tra le mani e ammazzarlo, non c’è dubbio, l’ammazzeranno.” (da Platone, Politeia [1], 514/517)
E’ questa la grandiosa metafora con cui Platone raffigura la

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condizione umana. L’anima imprigionata nel corpo è capace di vedere soltanto le vane, inconsistenti ombre che sono la pallida imitazione delle idee, e le crede realtà. Eppure prima di essere così imprigionata l’anima immortale ha soggiornato in quel luogo iperuranio che si stende oltre il cielo ( cfr. Platone, Fedro, 247 e seg.) dove ha contemplato nella loro assoluta purezza le idee (dalla radice verbale *id : vedere): il Bene e non cose buone, il Giusto e non cose giuste, e così tutti gli enti nella loro oggettività e pienezza d’essere: la Cavallinità e non i cavalli… Ma la ruota dei cieli nel suo perpetuo giro può travolgere l’anima e spezzarne le ali: ed essa precipita allora sulla terra, dove ogni oggetto percettibile ha in sé solo una parvenza dell’idea che lo ha originato, in un corpo che le impedisce di risalire in alto. E tuttavia si adagia in questa condizione, dimentica la Sapienza che pure ha conosciuto, e immagina che sia realtà ciò che è invece soltanto imitazione: così consuma la sua vita nel rincorrere ombre, si affanna per dolori che non sono dolori e gode per piaceri che, non essendo piaceri, non gli danno alcunché. Solo a pochi l’aver visto di più e più a lungo la Verità permette di essa un ricordo permanente da cui si genera la forza di non credere a questa illusione e il desiderio di strapparne gli altri: ma questi, i filosofi, incontrano l’incredulità e l’ostilità di chi nell’illusione ha preso dimora e ne insegue le inani promesse facendone lo scopo fasullo del proprio agire nella vita terrena. E tuttavia essi non possono rinunciare al loro alto compito, cercar di liberare gli altri prigionieri: perciò in uno stato ideale amministrato nel modo migliore, quello ipotizzato nella Politeia, proprio ai filosofi è affidato l’impegno di governare. Nella realtà invece la ricerca della verità è irrisa, il sapiente è perseguitato e ucciso: un evidente ricordo, nel passo sopra ricordato, della condanna di Socrate, il maestro alla cui scuola si formò Platone.

[1] Politeia: da polis, città-stato. Significa: condizione di cittadino, partecipazione alla vita politica, vita politica, regime politico…