É pronta la nuova pagina della Grecia antica. Trovate qui le altre

La testa nelle Nuvole

Lo spettatore che oggi vedesse rappresentata in teatro una commedia di Aristofane, di cui il regista rispettasse per filo e per segno testo e apparato scenico, forse non la troverebbe così divertente come sembrò agli Ateniesi che, sul declinare del V secolo, varie volte attribuirono al poeta il premio nella gara poetica.

aristofane_busto_scultoreo

Quello spettatore dovrebbe, sedendosi nella prima fila delle poltrone, cancellare del tutto dalle sue aspettative ciò che gli è familiare in questo genere di spettacolo per immergersi in un mondo che non gli somiglia, dove anche la commedia, come qualsiasi pubblica manifestazione, ha innanzitutto un significato rituale.

Le sue origini risalgono infatti alle feste con cui, nell’arcaica società rurale, si credeva di recuperare magicamente e stimolare la forza fecondatrice della natura: a questo son finalizzati lazzi verbali, gesti, gli stessi costumi, vicini all’oscenità così da sottolineare il nesso tra il ridere, la sessualità e la fecondità della natura. Ma già all’inizio del V secolo la crescente potenza di Atene attira verso la città il centro della vita socio – politica – culturale, e anche la commedia vi entra, passando dal comos, il corteo festivo nel corso del quale era recitata, al teatro di Dioniso;

assume così dignità di genere letterario, si dà una struttura e accoglie, accanto ai tipici personaggi rurali, i nuovi “tipi” che caratterizzano la vita della polis: da qui la denominazione di commedia “politica”. Ora l’arcaico mondo rurale, tradizionalista e conservatore, si incontra / scontra con la nuova società intellettualmente vivace, sprezzante del vecchiume, aperta a diversi sviluppi del pensiero. E ancora negli ultimi decenni del secolo, proprio questo incontro / scontro mette in scena Aristofane nella più geniale forse tra le sue commedie: le “Nuvole”.

Le nuvole

“Vergini portatrici di pioggia, andiamo alla grassa terra di Pallade per vedere l’amata terra di Cecrope dai nobili uomini: lì la santità di cerimonie arcane, dove la casa che accoglie i misteri si mostra in celebrazioni sacre; e doni agli dei celesti, e templi eccelsi e statue e processioni santissime degli dei beati e vittime degli dei cinte di belle corone, e feste in tutte le stagioni, e la grazia di Bromio alla primavera che torna, e l’eccitazione di danze sonore, e il canto dei flauti che cupo risuona”. (Nuvole, vv. 298 – 313).

Le nuvole, che costituiscono il coro in una struttura mutuata dalla tragedia, enumerano qui gli elementi dell’antica rappresentazione: processioni e danze al suono del flauto, i “misteri” – i rituali in onore degli dei della terra che si celebravano lontano dall’area del culto pubblico, ai quali erano ammessi solo gli iniziati -, il tempo della primavera che feconda la terra e rigenera le stirpi viventi. Su questo sfondo, e da esso lontana, l’azione è condotta da cittadini ateniesi: il vecchio Strepsiade di rozza furbizia, ancorato ai tempi di una volta; suo figlio Fidippide, il giovane contagiato dalla smania di quella vita lussuosa – e molto al di sopra dei suoi mezzi – che la prosperità di Atene giunta all’acme ha fatto conoscere e permette ai privilegiati tra i suoi cittadini; il filosofo Socrate,

La scuola di Socrate

il maestro della nuova sapienza la quale sposta l’indagine filosofica dalla natura del cosmo a quella dell’uomo in una visione complessa dove non valgono più i criteri obiettivi di verità e falsità. Ma nella fantasia del poeta comico tutto questo diventa gioco scenico.

Strepsiade si reca al “Pensatoio” per imparare, grazie all’arte della parola di cui sono maestri i sofisti ai quali Socrate è assimilato, come eludere i creditori. Invitato dal maestro a sdraiarsi sulla branda per raccogliere qualche pensiero sui suoi casi, è assalito dalle cimici:

“Fuori dalla branda strisciando mi mordono le cimici corinzie, e mi divorano i fianchi, e mi succhiano l’anima, e mi strappano le palle, e mi scavano il culo, e mi conducono a morte.” (vv. 709 – 715)

Fidippide è invasato dalla smania di possedere cavalli tanto che ne parla anche in sogno e, una volta sveglio, giura il suo affetto per il padre su Poseidone Ippico; ma, una volta assimilato il nuovo insegnamento, lasciata da parte l’ippica e divenuto padrone “di pensieri sottili e di ragionamenti e di riflessioni” (v. 1404), arriva a “punire” il padre e a dimostrare come ciò sia giusto:

“Fid.: Ti chiederò per prima cosa questo: mi picchiavi quando ero bambino?

Str.: Sicuro, perché ti volevo bene e mi prendevo cura di te.

Fid.: Dimmi dunque: non è giusto che anch’io allo stesso modo ti voglia bene e ti picchi, dal momento che voler bene è questo, picchiare? …Mi potresti dire: è uso che questo sia il modo di trattare i bambini. Ma io posso ribattere che i vecchi sono due volte bambini. E conviene che piangano i vecchi più dei giovani, quanto è meno giusto che essi sbaglino.

Str.: Ma da nessuna parte c’è una legge che il padre debba subire questo.

Fid.: Non è stato un uomo, come lo sei tu e lo sono io, colui che per la prima volta ha stabilito questa legge, e con la parola ha convinto gli antichi? Perché allora sarebbe meno lecito anche a me stabilire per il futuro una nuova legge per i figli, picchiare a loro volta i padri? Tutte le botte che abbiamo preso prima che la legge fosse istituita, lasciamole perdere e concediamo che ce le abbiano suonate gratis.” (vv. 1408 – 1426).

Socrate nella cesta

Socrate filosofo, che incanta i discepoli dissertando su come sia possibile misurare la lunghezza del salto di una pulce o stabilire se la zanzara “canti” colla bocca o coll’ano, dall’alto del Pensatoio spiega così allo stupito Strepsiade il motivo della propria insolita posizione:

“Non avrei mai scoperto rettamente i fenomeni celesti se non appendendo l’intelletto e il pensiero, mescolando l’aria sottile con il suo simile. Se restando a terra avessi osservato dal basso le cose di lassù, mai avrei trovato, proprio no: a forza la terra trascina a sé l’umore del pensiero. Proprio la stessa cosa accade al crescione.” (vv. 228 – 234).

E tuttavia né il vecchio impara, né il figlio che invece ha imparato soddisfa le aspettative del padre: non resta a quest’ultimo che eliminare dalla città la causa di ogni male, attaccando il Pensatoio con scale e picconi e consegnandolo all’azione purificatrice del fuoco distruttore.

cc