Monsieur Rendon

— Monsieur Redon, siamo qui per acquistare un quadro.
— Ottimo. Li dipingo proprio per venderli.
— Un quadro molto particolare, su un tema di cui lei è specialista.
— Oh-la-la, sentiamo.

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— Vorremmo (mio marito ed io: le presento mio marito, Auguste) che lei ci facesse un quadro da appendere in camera da letto, esattamente sopra il letto, per benedire il nostro riposo.

— Beh, se per voi il letto è un luogo di riposo…

— La facevo una persona più seria. Vorremmo che lei ci dipingesse Dio.

— Dio?

— Massì massì non mi faccia quell’espressione, che ha capito benissimo.
— Perché sarebbe una “mia specialità”? Non era meglio il padre gesuita Pozzo?
— Fa il modesto il signor Redon. Via, lei è l’unico in grado!
— E come?

— Oh oh chi l’avrebbe mai detto che era così burlone, la dipingono sempre… gli altri “dipingono” lei, capito? oh oh… la dipingono sempre come un introverso, pardon, non intendevo, ma con tutti quei, quei colori, diglielo tu Auguste, con quelle cose che ci mette, e la natura, e i santi, e poi con quella, come dire?, dammi una mano Auguste, quelle atmosfere tutte particolari che sa creare lei. Su un catalogo ho visto, non ricordo se era un cristo o un buddha, però era efficace.
— Cristo non l’ho quasi mai raffigurato, se non…

— Allora sarà stato buddha, comunque non ci formalizziamo, può essere anche visnù o maometto, faccia lei come le viene meglio, l’importante che alla fine si capisca che è Dio.
— Ah.

Redon ringraziò la sua buona musa di non essere incline a prendere a sberle le signore, soprattutto se accompagnate da un marito alto un paio di metri. Il problema però si prospettava di ardua soluzione. Non tanto il problema di rappresentare Dio, quanto di liquidare in fretta quella cliente.
— … S-s-sì, sì, si può fare, mi lasci riflettere un attimo, dovrei avere qualcosa appunto…
— Avere? Intende dire che non lo farà apposta per noi?

— In fondo, un dipinto è un dipinto. Dia un’occhiata a cosa c’è già in bottega, magari troverà qualcosa che soddisfa alle sue esigenze.
— Sa cosa le dico, che ha ragione. Vieni, Auguste. Ah però! Quello lì con…
— Ehm-hm, è già venduto, madame: l’acquirente dovrebbe passare domattina.

— Che peccato, ma poi non si intonava con la tappezzeria, vero Auguste? Ih ih, mi perdoni monsieur Redon, è la classica vecchia battuta.
— Già.
— Vediamo vediaaam… Non… uff… non so, mi consigli lei… Auguste, tu proposte mai nessuna?

— Facciamo così, signora. Ho qualcosa di speciale, che quasi mi dispiace vendere, ma per lei posso fare un’eccezione: non arrivano molti clienti con richieste così accattivanti, sa? Di solito chiedono paesaggi.
— Immagino, i soliti parvenu immigrati.
— Mia moglie è creola.
— Ah ma c’è anche tanta brava gente… Insomma mi faccia vedere, muoio dalla curiosità.

— Qui dietro, se favorite. Si tratta di una Veduta di Venezia. Certo, “Dio” non è nel titolo, e tuttavia…

— Certo, capisco eccome. Venezia, San Marco, lo splendore dei Papi, o i Dogi insomma, anche qualche crociata, ricordo male?
— Ricorda perfettamente, madame.
Il quadro era per terra, poggiato con la tela contro la parete. Redon lo prese e lo mostrò.
— M… ma… monsieur Redon, prende in giro? Quelle catapecchie saran mica Venezia!
— L’ho visitata di persona. Dodici anni fa.
— M-ma… E poi Dio che c’entra?
— Non lo vede?
— Ma dove? Dove, mon Dieu??!!

Perfetto, la manovra stava funzionando. Occupata a disprezzare la “Veduta di Venezia” (di lì a un minuto se ne sarebbe andata con una smorfia sulla boccuccia e a passo marziale, seguita da Auguste), la signora non si accorse del quadro a cui l’artista teneva di più. Una grande conchiglia. Una semplice conchiglia delineata in modo realistico; che però da sola, come insegnava il filosofo preferito di Redon, mostrava tutta la gloria dell’Altissimo.