Dali

Tanto è semplice e noto lo spunto di partenza, quanto è intricato ed esoterico l’esito finale. L’illustrazione di Salvador Dalí qui riprodotta rappresenta Don Chisciotte della Mancia mentre giura eterna dedizione alla sua signora Dulcinea del Toboso; in realtà si tratta di una contadinella trovata per caso da Sancio Panza, che sorride divertito, osservando la scena di nascosto.

Se questi elementi più o meno “tornano”, tutto il resto non torna affatto.

Dalí ci mette infatti di fronte un’immagine che, per soggetto e atmosfere, ha tutta l’aria di un Trionfo della Morte del tardo XIV secolo. Don Chisciotte sembra un cadavere in avanzato stato di putrefazione; il muro è macchiato, screpolato, cosparso di formiche; nel paesaggio allucinante si intravede un maiale decapitato. La stessa Dulcinea, vista di spalle, anoressica, completamente nascosta sotto un mantello, non ha la rozzezza di una contadina… ma neanche la soavità di una principessa. La sua mossa ha un che di civettuolo.

Riassumendo: un uomo scarnificato indica, puntando il braccio, una donna “dalle facili promesse”. Il tutto, però, in un ambiente disfatto che tutto suggerisce tranne il piacere.

Dove abbiamo già visto questa scena?

Qualche opera famosa che Dalí non poteva ignorare, anzi conosceva al 100 per 100…

Dore

Gustave Doré, illustrazione per il canto 18 dell’Inferno di Dante. Siamo nel girone dei seduttori; la protagonista è la prostituta Taide, che (nell’immagine di Doré, ma non nel testo di Dante) viene indicata da un altro dannato; il quale (nell’immagine, ma non nel testo) sembra uno scorticato.

Seduzione e corruzione. I falsi allettamenti dei sensi, la cruda verità della morte.

Sia Don Chisciotte che il dannato sembrano dire: “Ecco la Donna”, intesa nel suo senso simbolico di origine della generazione, quindi della distruzione, e origine del piacere, quindi del “velo” che nasconde la condizione tragica dell’esistenza.

Ciò detto, a mettere nel brodo un chilo di luoghi comuni si ottiene solo una minestra scipita. Occorre un ingrediente più saporito. Ed è il buon Sancio Panza, unico elemento dell’intera illustrazione di Dalí a suscitare pensieri ottimisti.

Se infatti l’immagine nel suo insieme rimanda ai Trionfi della Morte, il pensiero corre al Settimo sigillo di Ingmar Bergman, realizzato nello stesso anno, 1956. E allora Sancio diventa l’equivalente di un altro personaggio del film, il giullare. Nel Settimo sigillo è proprio la famiglia dei saltimbanchi a capovolgere il rapporto tra morte e vita: dopo aver conosciuto il cuore innocente di questi ultimi, il cavaliere accetterà la propria fine senza più tentare di rimandarla; e viceversa, il giullare, la moglie e il bambino saranno gli unici a salvarsi.

Con il suo sorriso disarmante, che sbuca da dietro il “muro della terra” di dantesca e caproniana memoria, Sancio Panza sconfigge la morte. Intendiamoci, è il cavaliere a compiere la nobile impresa, tantopiù che Dalí interpreta giustamente Don Chisciotte come un simbolo di Cristo: buono fino all’ingenuità, disinteressato, ribelle, ascetico, sovrumano, crocifisso e risorto. Tuttavia lo stesso Cristo, alla vigilia delle ore supreme, si trova improvvisamente a sanciopanceggiare: vedi il suo modo di rispondere quando gli avversari gli chiedono con quale autorità osi dettare legge nel Tempio, o quando il servo del sommo sacerdote gli dà uno schiaffo.

Sono solo dei flash, momentanei ricorsi all’ironia giullaresca: ma così Gesù, che entro breve si accosterà alla croce in un clima di angoscia, “salva” se stesso dalla tentazione di atteggiarsi a eroe. Il che avrebbe servito alla Morte il proprio scacco matto su un piatto d’argento.

d.r.