«Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché parli loro in parabole?”. Egli rispose: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono». Mt 13,10-13.

Il linguaggio intenzionale è un modo di parlare che ci consente di dire anche ciò che non è possibile dire. Dove le parole alludono, rimandano a qualche cosa che non è l’oggetto letterale del discorso, oppure lo è ma non va inteso come detto. Nella cultura buddista l’obiettivo di quel modo di esprimersi è non nascondere, non coprire, non distorcere, non rivelare.

Nel secondo capitolo del Sutra del Loto per tre volta Śāriputra chiede al Buddha di spiegare perché questi abbia ripetuto in varie occasioni che: “Profonda è la dottrina da me compresa, difficile da capire è il linguaggio intenzionale” (cfr. Il Sutra del Loto, a c. di Luciana Meazza, BUR 2001, 77) senza poi spiegare che cosa intendeva con quelle parole. Per due volte il Buddha rifiuta di parlare di quell’argomento. La prima volta, dicendo che se accettasse di parlarne “il mondo con i suoi dei se ne spaventerebbe” (Ivi., 79) la seconda volta, dopo aver ripetuto “il mondo con i suoi dei se ne spaventerebbe” aggiunge: “Spiegando questo argomento qualche monaco orgoglioso cadrebbe in grande disgrazia”, Ibid.

Alla terza insistenza da parte di Śāriputra, finalmente il Buddha accetta di parlare ma ecco che subito «cinquemila tra monaci e monache, laici e laiche orgogliosi si alzarono dai loro posti nell’assemblea e, dopo aver prostrato il capo ai piedi del Beato, abbandonarono l’assemblea dato che, a causa delle loro radici di arroganza, s’immaginavano di aver ottenuto ciò che non avevano ottenuto, di aver realizzato ciò che non avevano realizzato. Pertanto, considerandosi offesi, abbandonarono l’assemblea. Ma il Beato, rimanendo in silenzio, approvò», Ivi, 80 s.

Questua monache birmane, 2005

Questo è un caso in cui vi è chi, non avendo, per esempio: un poco di fede, perde anche ciò che ha; per esempio la possibilità di ascoltare. È interessante notare che i cinquemila si alzano e se ne vanno senza che il Buddha abbia detto nulla, ovvero al solo annuncio che avrebbe parlato. In questo caso l’intenzionalità del linguaggio arriva all’apofatismo: siccome ciò che il Buddha accetta di dire è proprio ciò che “non deve essere detto per proteggerlo” ovvero la stessa ragion d’essere del linguaggio intenzionale, è sufficiente che lui dica di essere disposto a dirlo per far sì che si indignino in 5000. Che però nell’indignarsi ed andarsene dimostrano una posizione aprioristica, l’arroganza di chi pensa di sapere non solo che cosa si possa dire e che cosa no ma, addirittura, di sapere di che cosa avrebbe parlato.

Il Buddha nell’accettare di parlare proprio di “quello” stava sbagliando, lui stesso lo sapeva, infatti si era rifiutato per due volte di parlarne. Ma il suo errore era giustificato in grazia di compassione: accettava di sbagliare pur di venire incontro alle richieste dei discepoli.

Questo, e altro ancora, è la parte “intenzionale” di quel discorso, che però non è concluso se non notiamo come anche il tacere sia parte di quel linguaggio, una modalità espressiva: in questo caso il Buddha svolge due ruoli, quello di chi accetta di parlare e quello di colui che parla sì, ma parla tacendo.