• Federico Battistutta, Trittico eretico, Novara, Millenia, 2005

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Le voci che compongono l’armonia interna di quest’opera breve non sono tre, come il titolo sembra suggerire, ma quattro sul proscenio, con l’eco di altre, in gran numero, sommesse, sottofondo di testimonianza che si richiama e risponde attraverso le epoche: frammenti isolati nell’attimo del loro emergere ma legati da un filo immateriale che li accosta a formare una preziosa ghirlanda. La quarta voce, l’autore del testo, non è solo cornice e voce narrante che collega i tre grandi cantori: è, a sua volta, un canto compiuto, con la sua interna coerenza. Il discorso sull’eresia che Battistutta ci offre è un piccolo testo religioso, occasionato ma anche indipendente dal pretesto di far uscire per un momento dall’ombra i profili che il libro tratteggia. Ed è su questo aspetto che vorremmo portare l’attenzione, dovendo scegliere per una breve presentazione uno fra i temi che il libro indica, sottolinea, sfiora. Chi leggerà, avrà modo di accostare la testimonianza inflessibile di Buonaiuti, la sotterranea opera radicale di Vannutelli, l’elegia oltre le righe (quasi ultrasuono) di Tartaglia: e potrà documentarsi e approfondire in proprio. Evidentemente, il nomignolo di “eretico”, nella sua odierna comune accezione in religione, è del tutto estraneo alla sensibilità di coloro ai quali viene applicato. Implica infatti la separazione volontaria da un’ortodossia che il cosiddetto eretico non può riconoscere come tale: nessun “eretico” veritiero infatti, è tale per partito preso, per vocazione irrefrenabile a bastian contrario, o per insofferente reazione a un’imposizione esterna, ma si ritrova a esserlo perché segue un proprio orientamento di coscienza che lo porta a visioni, comprensioni, affermazioni (e negazioni) che costituiscono per lui o per lei il punto di riferimento valido, valido al punto da mettersi in gioco, non di rado fino all’estremo. Si tratta dunque di testimonianze che si considerano interne a una specifica appartenenza religiosa proprio mentre cercano la fedeltà radicale all’istanza da cui sorgono: se non confessassero come irrinunciabile la propria appartenenza a una famiglia religiosa, non si porrebbe neppure il caso di una eventuale devianza da “quella retta via”. E’ dunque, eresia, definizione insensata rispetto a ciò che vorrebbe indicare: prima di tutto, perché ciò che è così indicato non vi si può riconoscere; poi, perché presuppone, a monte, la definizione di un’ortodossia, la quale invece non precede ma discende: è proprio chi “sconfina”, infatti, a indicare i limiti del recinto da cui si sente non più contenuto ma solo limitato, ed è quindi a partire dall’eresia che l’ortodossia si definisce, e non viceversa. Con metodo rigoroso, senza forzature di tono, accostando una dovizia di riferimenti testuali e bibliografici alla testimonianza della propria personale visione, l’autore restituisce l’eresia a una dimensione che ci appare più vera e attuale. Guardando all’origine per intravedere la meta, Battistutta ci ricorda il significato antico della parola, che rimanda alla possibilità di una scelta. L’occasione di scegliere nasce dall’attitudine all’ascolto che è la base dell’esperienza religiosa: genericamente parlando, direi che l’eresia è la scelta fra l’ascolto del brusio delle voci che compongono il coro già noto e l’ascolto della chiamata solitaria che ha il suono del nuovo. Battistutta ci porta a dire che la vera eresia non è atto d’orgoglio, come vorrebbero i pavidi detrattori, ma una necessità interiore. Udita quella voce, non seguirla vorrebbe dire perdere l’unico riferimento di cui ci si possa davvero fidare, perché viene dal profondo dentro: cioè perdere in definitiva se stessi. Così si spiega, credo, la dedizione fino alla morte a “quella voce” che tanti eretici hanno testimoniato oltre ogni ragionevolezza. A chi sostiene che l’eresia è un atto d’arbitrio, potremmo rispondere che è invece atto di estrema obbedienza: ciò che turba gli spiriti deboli non è l’atto di ribellione dell’eretico ma la sua accettazione della propria vocazione, costi quello che costi. In quella “prigione” trova la sola possibile libertà: è questo che non gli vien perdonato. E’ una questione di fede. Possiamo qui tentare una definizione ardita: la fede “eretica” è quella che si nutre di se stessa, che non ha bisogno di controprove, che nulla può smentire. Torna alla mente una frase “scandalosa” di Shinran Shonin, monaco buddista giapponese del 1200, devoto alla pratica del nembutsu (la recitazione continua del nome di Buddha) come via di salvezza: “Se anche fossi stato ingannato e, pronunciando il Nome io dovessi cadere all’inferno, non avrei rimpianti”. Il libro non prende neppure in considerazione la trappola dell’antinomia fra ortodossia ed eresia e non si esibisce dunque (e anche di questo aspetto gliene siamo grati) nella solita intemerata contro le Chiese, quella cattolica in particolare. Il livello del discorso è ben altro. L’eresia non è compresa come una negazione, come la non ortodossia, ma come una vocazione a sé. E qui sta il discorso, per me centrale, su cui attiriamo l’attenzione dei lettori. Vale la pena di accostarsi all’atteggiamento esistenziale e spirituale “eretico” non solo per rendere giustizia a tante vite offese e a tanto amore per la ricerca del vero calpestato non di rado a morte, ma anche (soprattutto) per esaminare delle metodologie di pensiero che possono soccorrerci in tempi (ma ci sono “altri tempi”?) in cui le categorie e gli schemi di pensiero su cui abitudinariamente contiamo vengono meno, perché rivelano una desolante impotenza ad affrontare la novità del reale. Il modello globale che viene proposto e imposto come soluzione a ogni problema particolare ha bisogno, per realizzarsi, di una realtà uniformata che esiste soltanto nella mente di chi ci vuol credere per partito preso. La realtà, invece, è l’emergere della novità, che si rivela a ciascuno nella sua irripetibile unicità. A questa emergenza l’eretico è avvezzo, perché non le nega la sua adesione. La scuola dell’eresia è dunque quella che insegna a vivere l’emergenza come norma, anziché tendere alla normalizzazione dell’emergenza, grande tentazione insita in tutte le religioni quando si fanno Chiesa.
Di fronte all’emergere della novità come irresistibile urgenza del reale, il pensiero conformista si ritrae e cerca di insaccare quell’emergenza dentro la normativa vigente, nella norma codificata che ha i connotati del noto. Il pensiero eretico, invece, riconosce tale emergere come la norma della realtà, l’avvenire che si fa accadimento reale, il contenuto che contiene se stesso. A questo punto la distinzione fra eretico e ortodosso rivela i suoi limiti ambigui: si può essere eretici restando ortodossi ed divenire ortodossi grazie all’eresia (oltre che, ovviamente, eretici eretici e ortodossi ortodossi). Fra i primi come non ricordare Francesco d’Assisi, l’eretico che preferì tentare di riparare la casa invece di demolirla o di costruirne un’altra, per restare in casa cristiana; e come non pensare, per i secondi, ai tanti eretici che, vinta una loro battaglia e creata una nuova Chiesa, hanno subito iniziato a perseguitare gli eretici all’interno della nuova loro casa? C’è a questo proposito, un altro aspetto su cui riflettere, e questo libro ce ne dà lo spunto. L’eresia che, come abbiamo visto è risposta a una vocazione, ha a sua volta una vocazione che esprime: chiama, inevitabilmente, la sconfitta. Mentre il significato etimologico della parola, oltre a quello di “scelta” di cui abbiamo parlato all’inizio, è anche quello di “vittoria, conquista”, il senso attuale del termine non è scindibile dalla sconfitta, se si resta sul piano del guadagnabile. L’eresia deve perdere. Non per autocompiacimento o per debolezza nei confronti di un nemico più forte, ma per intrinseca necessità. Se eresia non è un episodio giovanile da cui con l’età matura ci si ravvede (su questo spesso contano le istituzioni religiose che dall’eresia si sentono scioccamente minacciate) ma una condizione di scelta permanente che si rinnova per mantenersi fedele alla propria sempre rinnovata ispirazione, non potrà mai prevalere su nessun potere costituito che fa della propria autoconservazione il proprio scopo. Non potrà prevalere perché neppure si porrà il problema di farlo. L’eresia sbriciola i presupposti di ogni presa del potere, e dunque non vincerà mai al gioco del mondo. E’ perciò sì conquista, ma non di un bene fruibile, di un potere spendibile, ma di un altro piano di valutazione, in cui i termini guadagno e perdita non sono che due facce della stessa moneta fuori corso. Non dobbiamo dunque rammaricarci che questo o quel pensiero eretico non abbia prevalso nella storia della religione; né limitarci alla nostalgica commemorazione di figure del passato che non sono cadute nella trappola del gioco di potere o che da esso sono state incenerite. Per rendere omaggio al sacrificio degli eretici di ogni tempo, latitudine e collocazione (religiosa e non solo) conviene piuttosto affinare l’orecchio per intendere la voce che chiama alla scelta, ciascuno nel suo unico ambiente, quell’ambiente di cui ognuno di noi è il solo abitante. Il libro di Federico ci stimola senz’altro in questa direzione.

Giuseppe Jiso Forzani