Da LA STAMPA  del 19 giugno 2009

Il pescatore che salva i clandestini

FRANCESCO GRIGNETTI

Il comandante del peschereccio Twenty Two premiato dall’Alto commissario Onu per i rifugiati: «Tutta la notte in mare rischiando la vita. Onde forza 7. E’ stato un incubo».

onde

Era una notte buia e tempestosa. Ventotto novembre scorso, Lampedusa. Il peschereccio Twenty Twoera appena entrato in porto. «Ci eravamo riparati perché il mare si era fatto davvero grosso», racconta il comandante Salvatore Cancemi. Arrivò trafelato il responsabile della Capitaneria di Porto. «C’è da salvare della gente in mare - mi dice -, voi ve la sentite? Certo. Chiamo in coperta l’equipaggio. Ci guardiamo in faccia. Siamo tutti d’accordo. E si esce. Noi pescatori eravamo in undici, quattro quelli della Capitaneria. Ma il mare era cattivo. Uh, se era cattivo ».
Comincia così un’operazione di salvataggio che nessuno ha mai raccontato.Gli unici che finora ne sapevano qualcosa erano i funzionari dell’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, che l’hanno sentita raccontare dalla voce dei sopravvissuti. E oggi, nell’ambito della Giornata mondiale del rifugiato, consegneranno a Cancemi il premio «Per mare. Al coraggio di chi salva vite umane».

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Vangelo e Zen

Vangelo secondo Marco 10, 1-12

21 giugno 2009

Carissimi, il Vangelo di oggi riporta le parole di Gesù sul matrimonio: “All’inizio Dio li creò maschio e femmina, per cui l’uomo lascerà i suoi genitori e si unirà alla sua donna. Non sono più due, ma un solo corpo… L’uomo non separi quanto Dio unisce”. Quanti sono i divorzi e le separazioni oggi! L’uomo può sempre sbagliare e quando un legame non è quello autentico, va sciolto. Tuttavia oggi non è tanto il caso di matrimoni sbagliati, ma piuttosto di matrimoni che non sono matrimoni, ma unioni condizionate al “finché ci va!”. Sono unioni che uniscono le superfici, ma non il fondo delle anime. Il matrimonio è tale soltanto quando è religioso, anche se celebrato in comune e fra chi si dice ateo. Sì, perché occorre accogliere non solo ciò che si avvista in superficie, ma ciò che non si vede: che quindi solo lo si crede.

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Carissimi amici di Vangelo e Zen, vi informiamo che:

1) l’incontro di sabato 20 giugno non avrà luogo causa improrogabili impegni lavorativi di Giuliano

2) abbiamo programmato un ritiro a Desio con partenza venerdì 26 pomeriggio (verso le 16.30) e rientro a Padova la sera di sabato 27.
Chiediamo a chi fosse interessato di darcene gentilmente conferma spedendo una mail a pmarsiaj(chiocciola)lastelladelmattino.org email entro venerdì prossimo 19/6.

Un caro saluti a tutti, e un augurio di buona estate.
Giuliano e Maria

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Pubblico questa lettera aperta di don Paolo Farinella, prete di Genova e biblista. La lettera è indirizzata al cardinal Bagnasco, vescovo di Genova (quindi vescovo di don Paolo Farinella) e presidente della Conferenza dei Vescovi d’Italia. Condivido in pieno la critica di don Paolo insieme con molti e molti altri sacerdoti. Condivido l’amarezza di don Paolo e di tanti per il comportamento del presidente del consiglio, soltanto non mi unisco a certe imputazioni molto gravi rivolte a Berlusconi, perché chiunque va ritenuto innocente prima che sia ufficialmente provato che è colpevole.

p. Luciano

Egregio sig. Cardinale,

donfarinella

viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.

Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato - o meglio non ha trattato - la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.

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Vangelo e Zen

Vangelo secondo Giovanni 15, 24-27

7 giugno 2009

Davanti alla Villa Vangelo e Zen di Desio avevo piantato un ibiscus che ogni giorno rallegrava i passanti con un fiore rosso come il fuoco, incoronandolo con le sue foglie verdi. Stamattina la triste sorpresa: qualcuno l’ha divelto e portato via. Al suo posto ho messo una scritta: “… Tu che hai fatto questo brutto gesto, fermati e guarda quanto è bello un fiore!”. Questa domenica è la festa della Santissima Trinità. La Trinità è la multiforme bellezza divina, è l’armonia divina. Oggi, epoca del “casual”, del graffito, del colpo di scena, delle veline, attirano più le sette che le grandi religioni. Le sette danno subito la risposta che uno va a comperare, come in gelateria. Meditare il mistero trinitario di Dio è cosa ardua! Eppure profonda e vera. La fede trinitaria si radica lungo l’arco della vita: l’uomo adolescente sente Dio come energia divina, l’uomo adulto come pensiero divino, l’uomo maturo come interiorità divina. “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”: venerando Dio l’uomo conosce se stesso e la sua storia.

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Vangelo e Zen

Vangelo secondo Giovanni 14, 15 – 20

31 maggio 2009

A 50 giorni dalla Pasqua arriva la Pentecoste (in greco: cinquantesimo giorno), festa quasi non percepita da chi si dice cristiano; eppure è la vera festa cristiana. Ciò che la precede, Natale, Pasqua ecc. è cammino alla Pentecoste. Nel 50mo giorno dalla Pasqua lo Spirito si effuse su e dentro gli apostoli; e questi furono pieni di vigore, come quando su un campo arido cade abbondante la pioggia. Tutto lo sforzo e tutti i sacrifici conducono lì: ad affidarsi alla pioggia che cade gratuita e abbondante. Così l’uomo è giunto a sperimentare che Dio stesso che è fonte nel Padre, che è fiume nel Figlio, corona la sua divinità divenendo pioggia nello Spirito. I mistici cristiani lo sperimentarono (Dio come fonte, fiume, pioggia è espressione di Giovanni della croce); i teologi non lo compresero, rimanendo arroccati nel concetto monoteistico del dio che non diviene. Com’è evidente che tutto in Gesù tendeva verso l’effondersi dello Spirito! I giudei lo condannarono a morte perché aveva bestemmiato contro il dio, declassandolo da dio assoluto a Dio che diviene. L’esperienza umana anzitutto introduce a sperimentare Dio come l’essere assoluto che sta nel cielo, da cui proviene la propria esistenza; allora l’uomo si prostra e adora. Poi, nell’età dell’efficienza, l’uomo matura all’esperienza di Dio che si incarna nel cammino storico, il Figlio di Dio che parla e opera; l’uomo gli stringe la mano e si sente sicuro. Nell’età adulta l’uomo, forse spossato dal viaggio, ama sostare e ascoltare l’interiorità di sé e delle cose e vi avverte il soffio dello Spirito. Gioacchino da Fiore denomina lo Spirito “il silenzio che verrà”, appunto dopo la fatica della crescita e dell’efficienza (Sull’Apocalisse X).

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Vangelo e Zen

Vangelo secondo Giovanni 17, 11 – 19

24 maggio 2009

La preghiera dell’uomo morente, espressa con la voce o soltanto percepita nel cuore, è il suo testamento eterno. Domanda di perdono per il male compiuto e per il bene incompiuto, rendimento di grazie per i benefici ricevuti ecc. Senz’altro, davanti alla morte, il cuore si fa puro, come l’oro che cola dal crogiuolo. Già da alcune domeniche nel Vangelo ascoltiamo alcuni brani della preghiera di Gesù all’ultima cena, appunto poche ore prima della sua morte. Sono parole pregne di verità e di affetto. Dal Vangelo di questa domenica colgo questa espressione che Gesù eleva come preghiera al Padre: “Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità”. Le parole di Gesù, anzitutto, mi rammentano una simile espressione usata dal mestro dello Zen Eihei Dogen in Bendowwa: “Hanno testimoniato quel modo di vivere perfettamente armonioso…. Questo modo è come versare tutta l’acqua di un recipiente così com’è in un altro” (Il cammino religioso – Bendowa, Marietti art. 1). E’ gioia intima per il maestro che, prima di morire, constata di aver trasmesso ad altri tutto quanto aveva ricevuto con l’aggiunta del proprio tocco personale. Sì, all’ultima cena i discepoli non erano coscienti di quanto avevano ricevuto; anzi continuavano a sbandare nei loro attaccamenti, litigando per il primo posto. Ma la seminagione era avvenuta e quel seme, venuto il giorno giusto, germoglierà e porterà a sua volta frutto. Il maestro vero non si preoccupa di vedere coi suoi occhi il risultato del suo insegnamento nei suoi discepoli; anzi, evita ogni provocazione perché gli facciano vedere come sono diventati buoni. E’ consapevole che sarebbe solo posa e compiacimento. Il maestro vero si preoccupa di gettare il seme e parte lasciando il campo seminato, ma brullo. Il maestro vero confida nello Spirito che ha guidato lui stesso, trae dalla sua esperienza la fiducia che il seme gettato nel terreno crescerà quando sarà giunta la stagione. Che varrebbe una crescita prematura, che non corrisponde alla stagione, con il pericolo di essere bruciata via dalla prima brina?

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Vangelo e Zen

Vangelo secondo Giovanni 15,26 – 16,4

17 maggio 2009

Due motivi causano la brevità di questa lettera: 1) le tante cose che in questa settimana hanno preteso la mia attenzione e dedizione, 2) e la mia reazione troppo poco reattiva a questa situazione. Quindi una breve “degustazione” del breve ma gustoso Vangelo di questa domenica. Sempre all’ultima cena a poche ore dal suo arresto Gesù promette ai discepoli, paurosi e disorientati per ciò che stava per accadere, di inviare “il Consolatore”. E’ questo il bel nome che dà allo Spirito che si sprigiona da Dio e si riversa sugli uomini e sulla realtà, dopo che questi sono stati purificati dalle prove. Nel testo greco originale “il Consolatore” è detto “il Paraclito”: ossia quella presenza che ti accompagna aiutandoti a sciogliere le difficoltà e ti conforta nella fatica di vivere, al punto che religiosamente giungi ad amare di vivere la vita così com’è. Non ti conduce a vedere Dio che, come dice il Vangelo, nessuno ha mai visto perché non è un qualcosa da vedere (se lo vedessimo scadrebbe subito in un idolo), ma te lo fa sentire nell’intimo. E, quel sentire, ti consola ad abitare nel bel mezzo della realtà in cui abiti. Lo Spirito libera dalla tentazione di rimandare Dio altrove, qualcuno pensa nel dopo morte, qualcun altro in una illusoria perfezione. Lo Spirito “consola” ad abitare la realtà. Lo Spirito è l’energia che fonda l’espressione bella della vita: l’arte.

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