padova

Lunedì 15 marzo ore 17.30 – 20.30

incontro con p.Luciano Mazzocchi presso la casa dei Missionari Comboniani via S. Giovanni di Verdara 139, Padova

  • Pratica dello zazen
  • Riflessione sul Vangelo
  • Eucaristia

Portare il vangelo e il necessario per lo zazen

(cuscino o plaid da ripiegare + stuoia o plaid da mettere per terra + calzini)

Un saluto a tutti, Giuliano e Maria

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Vangelo e Zen

7 marzo 2010

Vangelo secondo Giovanni 8,21-32

Di nuovo Gesù disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». 22. Dicevano allora i Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?». 23 E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. 24 Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati». 25 Gli dissero allora: «Tu chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che vi dico. 26 Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui». 27 Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28 Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. 29 Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite». 30 A queste sue parole, molti credettero in lui. 31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

  • fedeltà, conoscenza, verità, libertà

“Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Con queste poche parole Gesù ci lascia un insegnamento sempre attuale; ai nostri giorni, attualissimo! E’ la fedeltà che apre alla conoscenza, è la conoscenza che introduce nella verità, è la verità che ci rende liberi. Generalmente nel mondo si vede al contrario: anzitutto ci si proclama liberi, prima di conoscere; quindi si conosce e si ritiene verità ciò che si confà con questo proprio dirsi liberi. Facciamo quindi un breve pellegrinaggio fra queste quattro sante parole: fedeltà, conoscenza, verità, libertà.

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di Vito Mancuso
riprendiamo un articolo apparso in “la Repubblica” del 26 febbraio 2010

A distanza di due anni dal duro attacco contro L’anima e il suo destino a firma di padre Corrado Marucci, “La Civiltà Cattolica” (quaderno n° 3831) torna a criticare frontalmente il mio pensiero. Lo fa con un articolo più profondo, meno aggressivo e apparentemente meno insidioso del precedente, scritto da padre Giovanni Cucci sul mio ultimo saggio, La vita autentica. Dopo aver presentato finalità e struttura del mio lavoro a cui viene persino riconosciuto che “non mancano osservazioni interessanti e gradevoli”, “La Civiltà Cattolica” scrive che “la conduzione del discorso risulta molto ambigua ed equivoca, per non dire contraddittoria” e giunge a esplicitare la sua critica con questa domanda: “In fin dei conti, per Mancuso, Dio è necessario o no ai fini del discorso sull’autenticità? Le risposte che giungono dal libro non consentono di stabilirlo, poiché si afferma in una pagina quanto viene negato alla pagina successiva”.

Sono accuse senza fondamento. Ma prima di argomentare la mia replica desidero chiarire quello che ritengo il vero obiettivo della rivista dei gesuiti, le cui bozze, com’è noto, passano al vaglio della Segreteria di Stato vaticana: l’obiettivo, a mio avviso, consiste nel mostrare ai cattolici che a me non è concesso “presentarsi come un teologo cristiano”. È questo il vero disegno della “Civiltà Cattolica”, e forse di qualcun altro dietro di essa.

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Vangelo e Zen

28 febbraio 2010

Vangelo secondo Giovanni 4, 5-42

Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».

  • L’acqua

Il brano del Vangelo odierno, di cui sopra riporto solo alcuni versetti, suscita molte riflessioni che fanno del bene a noi, oggi. Anzitutto risalta la frivolezza umana, in voga al tempo di Gesù come nel nostro, la quale fa questione di appartenenza etnica e religiosa davanti ai bisogni primordiali come la sete. La donna di Samaria si fa delle domande se deve o no dare da bere a Gesù assetato, perché i Samaritani, benché ebrei, avevano una posizione religiosa diversa dagli altri ebrei. L’appartenenza religiosa diviene ragione discriminante se dare o non dare un po d’acqua a un assetato. Anche noi, gli uomini dell’era mondiale e assertori feroci dell’eguaglianza, possiamo nascondere, sotto i nostri proclami di uguaglianza, l’inveterata discriminazione da motivi religiosi, culturali o etnici. Infatti, davanti a un uomo o donna che ci sta davanti coll’evidente intenzione di chiederci qualcosa, possiamo sentirci più interessati a investigare la sua appartenenza etnica che la sua situazione esistenziale. O, per lo meno, prima la sua appartenenza e poi la sua reale condizione umana, che inevitabilmente vediamo tinta dalla sua appartenenza. Ci diciamo antirazzisti e proclamiamo il nostro rispetto verso l’immigrato con permesso di soggiorno e posto di lavoro. Senza ricorrere a chi approfitta del mancato permesso di soggiorno per far lavorare i clandestini in nero e sottopagarli, tuttavia nell’africano giunto in Italia dopo aver attraversato il deserto e il mare con il pericolo della vita, in quell’uomo forse stremato dalla stanchezza e dalla fame possiamo vedere innanzitutto o solamente il criminale che ha varcato i nostri confini senza il regolare visto. Il suo dramma come uomo, forse come padre, non ci tocca. Nemmeno ci lasciamo visitare dalla domanda – che non può non sorgere – se io fossi nato e cresciuto nelle sue condizioni, che avrei fatto? E i confini nazionali che delimitano quelli di dentro e quelli di fuori, i nostri e gli estranei, confini che a volte diventano muri sorvegliati da uomini con mitra, obbediscono a che cosa dell’uomo? All’eguaglianza? Alla fraternità? All’umanità?

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Vangelo e Zen

21 febbraio 2010

Vangelo secondo Luca, 4,1-11

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».

  • La tentazione

Non pochi teologi hanno sostenuto che la tentazione di Gesù sia stata solo virtuale perché, uomo perfetto e divino, non poteva prestare il fianco al tentatore. Quindi, Gesù avrebbe solo recitato o, meglio, avrebbe finto di essere tentato senza esserlo, per darci l’esempio di come dobbiamo reagire alla tentazione. Pare un discorso sciocco, consequente le interpretazioni sciocche di teologi sciocchi. Ma così non è, sia perché quelli che nella storia hanno interpretato in questo modo sono tanti, sia perché questa è una tentazione con cui tutti abbiamo a che fare. Sì, perché quando parliamo di verità divina, di illuminazione perfetta, di giustizia equanime, ossia dell’Assoluto, ci aggredisce la tentazione di mistificare l’Assoluto come altro dalla realtà e declassare la realtà come altro dall’Assoluto. Quindi, l’Assoluto e la realtà come nemici inconciliabili fra loro. Dal cedimento a questa tentazione consegue la religiosità della fuga, del vittimismo, dell’illusione. Un esempio concreto: ciascuno di noi può amare di più l’immagine di se stesso confezionata dalla sua brama di appariscente bellezza, che il se stesso reale, quello regalatogli da sua madre e dalla natura. Il se stesso immaginato, essendo irreale, non è disturbato dalle prove né dalle sofferenze; quello reale sì. La tentazione sempre in agguato nelle religioni è proprio questa: disaffezionare dalla realtà e affezionare all’immaginario. Così è nata la teologia di quel Gesù della tentazione, ritenuto più santo se la tentazione fu virtuale e meno santo se invece fu reale. Così pullulano le religioni che promettono benessere e miracoli, ed è impopolare la religiosità che distilla il vigore dell’esistenza dalla fatica della vita ordinaria condotta nella fede che non necessita di vedere.

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Vangelo e Zen

14 febbraio 2010

Vangelo secondo Luca, 19, 1-10

1 Entrato in Gerico, attraversava la città. 2 Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3 cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. 4 Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. 5 Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6 In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. 7 Vedendo ciò, tutti mormoravano: «É andato ad alloggiare da un peccatore!». 8 Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 9 Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; 10 il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto»

  • Quel lato ridicolo che ci appartiene

Questa domenica ci arriva, quanto mai opportuno, il Vangelo di Zaccheo a rompere il clima serioso delle discussioni teologiche. Zaccheo era piccolo di statura e, anche per la sua professione di esattore delle tasse, era inviso alla gente. Non ostante la fama impopolare, conservava una sua spontaneità. In altre parole, rimaneva se stesso, senza fare la vittima degli altri; e ciò è una qualità nobilissima. Aveva degli scatti da bambino. Voleva vedere Gesù che passava dalle sue parti e forse anche stringergli la mano, ma la gente lo cacciava indietro. Ecco allora la sua spontaneità scattare e mettersi all’opera. Corre avanti e sale su un albero al lato della strada. Nascosto fra le foglie avrebbe soddisfatto il suo desiderio di vedere Gesù. Immaginiamolo questo ometto che si arrampica sull’albero e, appollaiato, attende l’arrivo di Gesù con tutta la gente. Nessuno della folla lo scorge, ma Gesù sì. “Zaccheo, scendi. Questa notte voglio pernottare a casa tua”. La gente ode e vede: all’improvviso da fanatici seguaci di Gesù si trasformano in acerrimi critici: “Va a casa di un peccatore!”. Quella notte Zaccheo decise di cambiare di 180 gradi la rotta della sua vita: da sfruttatore divenne servo del prossimo, soprattutto dei poveri. Gesù batté le mani dalla contentezza.

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Lunedì 15 febbraio ore 17.30 – 20.30

incontro con p.Luciano Mazzocchi presso la casa dei Missionari Comboniani via S. Giovanni di Verdara 139, Padova

  • Pratica dello zazen
  • Riflessione sul Vangelo
  • Eucaristia

Portare il vangelo e il necessario per lo zazen

(cuscino o plaid da ripiegare + stuoia o plaid da mettere per terra + calzini)

Un saluto a tutti, Giuliano e Maria

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