G li Ateniesi la cui città simboleggia, nella vibrante rievocazione dello storico Tucidide, il modello della democrazia e della libertà nella sfera sia pubblica che privata, il rispetto delle leggi, la capacità di godere delle feste e dei riti come della prosperità economica, la liberalità di vita conseguente alla vivacità della cultura, quegli stessi Ateniesi operano nella storia, come tutti gli uomini, indipendentemente da qualsiasi forza trascendente, sia essa rappresentata dagli dei o dal fato. Origine e motivazione della storia è unicamente la natura dell’uomo, e in questa è innata, secondo la visione del mondo tucididea, la legge del più forte: “E’ sempre stata una norma che il più debole sia assoggettato al più forte.” (Hist. I, 76)

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La guerra del Peloponneso di cui lo storico analizza moventi, cause e sviluppi, narra le vicende fornendo tutti i particolari documentabili, studia i meccanismi socio/politici che conducono alle azioni militari, è una grande manifestazione di tale norma universale. Lo è nel suo quadro generale, in cui è inevitabile lo scontro tra la democrazia imperialistica di Atene e l’oligarchia tradizionalista di Sparta: quale sistema è il più adatto a sostenere e rafforzare il potere dello stato? Lo è anche nel resoconto dello spietato atteggiamento degli Ateniesi nei confronti sia di quegli alleati/sudditi che vengono meno ai trattati, sia dei piccoli nuclei che, avendo mantenuto fino a quel momento la propria autonomia, pretendono di conservarla anche nel deflagrare della guerra, quando è colpa il non prendere parte.
Dopo la vittoria riportata nel 480 a.C. dai Greci sui Persiani invasori, vittoria che ebbe del miracoloso, considerata la sproporzione delle forze militari in campo, gli Ateniesi alla cui flotta, guidata da Temistocle, era dovuta la maggior parte del merito, offrirono la stessa flotta a difesa delle isole dell’Egeo e delle città della Ionia sempre minacciate dal pericolo persiano. La protezione sancita da trattati di alleanza si trasformò, sotto il governo di Pericle, in impero, e suscitò il sospetto e i timori di Sparta che si sentiva minacciata nel suo stesso territorio dalla vicina potente rivale e si servì del malcontento delle città prima alleate e ora suddite contro la città egemone. Da qui la guerra, in cui vennero inevitabilmente coinvolti anche quei pochi che erano fino a quel momento riusciti a tenersi fuori dalla sfera di influenza dell’una e dell’altra città.

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Tale fu la sorte dei Meli, il cui ultimo inutile tentativo di indurre gli Ateniesi a lasciar perdere le pretese imperialistiche sulla loro isola è così raccontato da Tucidide (Hist. V, 89 – 111, passim).
ATENIESI Non faremo con belle parole un lungo discorso su come sia giusto che noi siamo dominatori dal momento che abbiamo sopraffatto i Medi… ma vi chiediamo di fare quello che è possibile sapendo, come lo sappiamo noi, che la giustizia è adottata come metro di giudizio da chi si trovi in situazione di parità, il possibile invece lo fanno quelli che sovrastano e i più deboli si adattano. ..Siamo qui per l’utilità del nostro impero e per la salvezza della vostra città, volendo dominarvi senza fatica e che voi siate salvi per l’utilità nostra e vostra.
MELI Come voi, impedendoci di parlare di giustizia, volete persuaderci ad assoggettarci al vostro interesse, bisogna che anche noi proviamo a convincervi spiegando cosa è utile per noi.
AT. No, la vostra lotta non è alla pari né è sul merito del valore né per non subire disonore: la decisione è piuttosto sulla salvezza, per non opporvi a quelli che sono molto più forti.
ME. Ma sappiamo che i fatti della guerra possono avere per le due parti sorti più simili di quanto dovrebbe essere relativamente alla differenza tra le loro truppe; e il cedere subito è per noi senza speranza, con l’azione c’è speranza di stare ancora in piedi.
AT. La speranza, da quelli che vanno a mettere a rischio tutto ciò che hanno, è conosciuta quando ormai sono crollati… Voi che siete deboli non vogliate subire ciò e non comportatevi come i più, che, quando sarebbe ancora possibile salvarsi, quando, oppressi dalle sventure, li abbandonano le speranze concrete, si rivolgono a quelle oscure, all’arte profetica e agli oracoli e a quante altre cose simili che, insieme alle speranze, li rovinano.
ME. Siamo pur sempre fiduciosi che non otterremo minor fortuna di voi da parte della divinità, poiché siamo nella posizione di uomini rispettosi di ciò che è sancito dalla legge divina, contro uomini non giusti…
AT. Noi ci siamo fatti l’opinione che il divino, e sappiamo chiaramente che l’umano, per necessità di natura, comanda quando è più forte. E non avendo stabilito noi questa norma, né essendo i primi a servircene quando già c’era, la usiamo avendola ricevuta quando già esisteva e lasciandola al futuro dove esisterà sempre, sapendo che anche voi e altri, qualora vi trovaste nella stessa posizione di potenza in cui siamo noi, fareste lo stesso…. E non rivolgetevi al senso dell’onore: colla forza di un nome trascinante ha travolto molti che, vinti da quella parola, sono di fatto precipitati volontariamente in un disastro senza rimedio e hanno ottenuto disonore più turpe, perché causato da insensatezza, che se fosse stato dovuto alla sorte.

I Meli non accettarono di assoggettarsi; nel 416 l’isola fu conquistata militarmente e la città distrutta, gli uomini uccisi, donne e bambini condotti prigionieri.

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