Una discussione di insegnanti Zen americani
Ecco la traduzione di una serie di scambi fra alcuni insegnanti Zen americani che esplorano il rapporto con il dolore durante la meditazione. La discussione è ripresa dalla lista di diffusione dell’American Zen Teachers Association. E’ stata pubblicata in inglese, nel numero dell’estate 2002 della rivista “Prairie Wind”.
- Barry Magid, insegnante, Ordinary Mind Zendo:
Ho recentemente trovato un libretto, Zen Buddhist English Sutras, pubblicato nel 1948 dall’Hawaii Soto Mission Association: Nella parte dedicata alle spiegazioni concernenti lo zazen, che fu dapprima scritta in giapponese dal reverendo Kurebayashi, professore di buddismo Zen all’università buddista di Komazawa e distribuito dall’amministrazione della scuola Soto (non era dunque un’opera destinata unicamente a degli occidentali ) sono incappato in queste righe:” In tutti i libri sullo Zen si trova un passaggio: “Zazen è una pratica agevole e confortevole del Buddha-dharma“.(dal Fukanzazengi di Dogen). Non si deve dedicarcisi in modo tale che induca un dolore fisico. Se lo si fa di forza, sopportando il dolore, non può essere una pratica agevole, ma una sorta di auto-mortificazione.” Mi chiedo se qualcuno mi può dare un’altra referenza che dica così chiaramente che zazen debba essere libero da ogni dolore? Inutile dire che questa non è stata esattamente la mia esperienza di praticante (nello Zen americano) e che io non ho mai letto dei resoconti di un soggiorno in un monastero giapponese (Rinzai o Soto), dove le parole “agevole e confortevole “ apparissero in modo significativo.
- Serin Barbara Kohn, superiore dell’Austin Zen Center :
Una pratica “agevole e confortevole” ? E’ interessante. Nel 1948, io so che i giapponesi non pensavano che gli occidentali potessero fare zazen e i rapporti con l’occidente avevano un orientamento “missionario “. So che alcuni insegnanti giapponesi pensano che noi occidentali prendiamo troppo seriamente il “non muoversi mai”. Credo che, malgrado la tendenza giapponese per un insegnamento non individualista, ci siano degli insegnanti rigidi e altri che lo sono meno. Io evidentemente insegno alle persone a muoversi se necessario, ma nel quadro di un “rimanete tranquilli”.
- Taigen Dan Leighton, insegnante Zen, ricercatore:
Nel Fukanzazengi, uno dei suoi primi scritti, Dogen dice dello zazen che si tratta de ”la porta del dharma della pace e della felicità”, che si potrebbe ugualmente tradurre con “tranquillità gioiosa”. Credo che sia quello che ha voluto dire. Ci sono delle altre allusioni allo zazen come cosa che è piacevole, o almeno gioiosa, nel suo Eihei koroku. Per esempio, nel suo ultimo jodo, o insegnamento nella stanza del dharma, forse le sue ultime istruzioni messe per iscritto, Dogen dice:” Sorridendo sul nostro cuscino, non ci manca nulla”.
- Barry Magid :
Ho ben capito che questo doveva essere ripreso da Dogen, ma le istruzioni di Dogen non affrontano specificatamente la questione del dolore fisico e una delle parole delle sue istruzioni che sembra essere stata messa in risalto negli Stati Uniti è sicuramente “immobile “. Mi sono stupito che questo testo della scuola Soto dica così precisamente che” non si deve applicarsi in modo tale che induca un dolore fisico.” Nessuno ha mai detto questo a ME! Tanto la mia educazione – nella linea di Yasutani – è stata riempita dell’immaginario marziale e di questa cultura della resistenza e dell’affermazione della volontà. E’ un’eredità inconscia della quale provo sempre a sbarazzarmi nella maniera in cui pratico, particolarmente durante i sesshin. Perché sono stato così stupito di leggere qualche cosa, particolarmente qualche cosa di giapponese, che metta l’accento su un’attitudine così differente. Va da sé che “ la porta del dharma della gioia e della pace “ esige di lasciare ciò che la vita apporta a questa porta, la mentalità dello Zen samurai, anche se sicuramente alcuni vecchi insegnanti diranno che uno Zen senza dolore non è che uno Zen light.
- Kyoki Roberts, superiore del Zen Center di Pittsburgh :
Ah si, ogni volta che vado nello zendo mi ricordo il “NON MUOVERSI!” E non lo facevo. Ero tutto sudato, poi mi sono alzato ed ho subito il mio primo intervento chirurgico per operare un menisco rovinato.
- Shosan Vicki, presidente del San Francisco Zen Center :
Sono d’accordo con Taigen. Penso che si tratti (la frase del libro del 1948 ) di un adattamento dell’espressione del Fukanzazengi, “la porta del dharma della pace gioiosa.” Questa espressione ha veramente una lunga storia che risale alle lezioni di yoga. Si definisce l’asana come una “postura facile e confortevole. “ Durante numerosi anni la mia pratica è consistita nel vivere questo come un mistero sacro. Dopo i miei primi dieci anni di pratica , ho avuto una serie di ferite per aver forzato la postura. Nei dieci anni successivi, le ho curate, e in questi dieci ultimi anni sono stata abbastanza fortunata da poter cominciare a studiare alcune delle cause e delle condizioni di questi traumi. Sono diventata professore di yoga per comprendere queste questioni e ho fatto dei laboratori di yoga per aiutare quelli che li vogliono comprendere. E’ una parte fondamentale della pratica dello zazen. Non penso che il Buddha avesse il pregiudizio che le questioni fisiche non abbiano importanza e che solo le questioni di percezioni e di emozioni lo siano. Yogi lui stesso, aveva oltrepassato lo yoga ma non lo aveva rigettato. Non avrebbe altrimenti insegnato la via di mezzo.
- Kyogen Carison, abate del Dharma Rain Zen Center :
Il mio maestro, Jiyu Kennett, ci diceva sempre che si assumeva la posizione del loto perché era molto confortevole. Mi ricordo che mi dicevo, ”chi è il sadico che ha inventato questa spiegazione?” Raccontava che lo specialista dello zazen di Sojiji, un vecchio monaco che gli dava delle direttive personali, gli diceva che questo non doveva provocare dolore. La sua esperienza con i giovani istruttori nello zendo era molto differente. Basandosi sull’insegnamento del vecchio monaco, ci diceva di sederci fintanto che fosse confortevole, di andare un po’ nel dolore poi di cambiare tranquillamente posizione. Dopo mesi di pratica, la postura diventa più facile. Mi ci sono voluti molti mesi perché mi diventasse pressappoco agevole la posizione birmana, poi ancora un altro anno e qualcosa perché il mezzo-loto divenisse facile. Quello che mi stupiva veramente era l’assenza di sforzo necessario per restare diritto e tranquillo. Ero stupito di scoprire il grande conforto e la calma di questa postura. Era meraviglioso scoprire la verità di questa spiegazione.
- Nonin Chowaney, abate del Nebraska Zen Center :
Quando ho praticato in Giappone, abbiamo fatto l’esperienza della meditazione camminata libera. Le nostre sedute del mattino e della sera erano all’incirca di due ore, e noi potevamo camminare come lo volevamo fuori dallo zendo. Degli studi indicano che è così che Dogen faceva. Non sono mai stato molto flessibile e ho avuto un mucchio di problemi con le mie ginocchia e le mie caviglie a causa di vecchie ferite sportive. All’inizio le lunghe sedute erano un supplizio. E sono arrivata ad amare la mia meditazione camminata libera e ho continuato questa pratica qui nel Nebraska. Le lunghe sedute, particolarmente durante i sesshin, sono molto meno sfiancanti (e dolorose) di quelle che avevo vissuto prima. Continuerò così finche morirò!
- Taitaku Pat Phelan, abate del Chapel Hill Center :
Ho constatato che essere tranquillo aprendosi al dolore fisico, provando ad essergli vicino, lavorando con lui, finendo per conoscere la sua natura è un buon modello per aprirsi al dolore emotivo, divenire intimo con lui, lavorare con lui e finire per conoscere la sua natura. In questo modo, sedersi con il dolore mi è stato utile, sebbene abbi naturalmente dei limiti. Piuttosto che brutalizzarmi, di violentarmi, o di comprimere il mio corpo, io guardo l’immobilità come un modo di toccare il mio corpo nella calma e di ascoltarlo. Alle volte ciò significa rispondergli con un movimento. Il procedimento è più efficace se io mi dico di calmarmi e di vivere questo momento piuttosto di farmi violenza.
L’anno scorso, il Centro Zen di Berkeley ha pubblicato questo dialogo sull’immobilità: Un monaco ha domandato a Sojun (Mel Weitsman): “ Che cosa è la pratica difficile? “ Sojun ha risposto :“Non muoversi”. Il monaco ha domandato : “Che cosa è non muoversi?” Sojun ha risposto: “In zazen, questo significa non muoversi. Quando la vostra gamba ha male, lasciate la gamba praticare con il suo dolore. Se sopraggiunge la voglia di liberarvi, notatela ma non reagite. Nondimeno, se un dolore acuto vi da un segnale d’allarme, potete decidere di aggiustare la vostra postura. In questo caso, mettete in moto soltanto l’attenzione. Aggiustate dolcemente la vostra postura. Non lasciatevi andare a giustificarvi o a farvi dei rimproveri. Questo è non muoversi. Nella vita quotidiana, vivete ogni situazione secondo le sue condizioni, francamente, con il cuore. Astenetevi dal giudicare, rifiutare, esigere, o reagire. Per esempio, quando una forte emozione come la paura appare, non allontanatela, non analizzatela, non scusatela, non esageratela, non reprimetela, non rigettatela né identificatevi con essa. Non maltrattatevi da voi stessi. Al bisogno, traete un profondo respiro, rilassate il vostro ventre e il vostro viso. Ma non preoccupatevi di felicitarvi o di riconfortarvi. E’ questo non muoversi. In questo modo, l’immobilità dello zazen prosegue nell’immobilità della vita quotidiana. Un fiume scorre, una montagna è fissa. La fissità della montagna è il suo fluire. Il fluire del fiume è la sua fissità. Qual è la vostra fissità ? Non muoversi! E’ detto in un poema :’A rivedere la primavera durante tanti anni, il cuore non cambia.’ Il maestro Bokusan ha commentato. ‘La germinazione della primavera è il cuore che non cambia. La fioritura della primavera è stare a proprio agio, immobile.’ Il cuore è fondamentalmente aperto. Zazen è la cerimonia della vita quotidiana, di quello che è. Compiendo questa cerimonia, come potreste muovervi? Come potreste incatenarvi da voi stessi?”
- Zuiko Redding, superiore del Cedar Rapids Zen Center :
Nello Zazen Yojinki (“Dei punti importanti nella pratica dello zazen“) di Keizan Jokin, si trova un passaggio che descrive lo zazen come una pratica confortevole. Keizan dice :”Il Budda ha detto:’ Ascoltare e pensare sono come restare fuori dalla porta. Zazen, è come ritornare a casa e sedersi in pace.’ Come è vero! Quando si ascolta o si pensa, i molteplici pensieri non sono stati fermati e lo spirito è ancora ostruito. Le altre preoccupazioni sono come restare fuori dalla porta. Zazen, solo, permette questo arresto e nel suo libero movimento coglie ogni cosa.” Keisan non dice mai in questa opera che la pace nasce a forza di sopportare un dolore intollerabile e si dubita che “ritornare a casa “ alluda ad un alloggio di addestramento militare…
Quando ho praticato a Shogoji in Giappone…ci dicevano di stare tranquilli in zazen, il mezzo-loto o il loto completo erano la norma della postura. Nessuno pertanto gridava se ci si muoveva, e non mi ricordo che mi abbiano detto di sedermi senza preoccuparmi del dolore. Dicevano piuttosto di non disturbare gli altri facendo rumore o creando delle difficoltà.
- Barry Magid :
Io penso che la questione sia la seguente: Sia rimanere con una certa dose di dolore inevitabile, notando le proprie reazioni e le proprie aspettative, sia, coltivare nello zendo, impercettibilmente o no , un’atmosfera di padronanza e di resistenza. Pertanto ho capito, l’errore in questi casi consiste nel trasformare lo zazen in un mezzo, invece che in un fine in sé. Invece che essere concentrata, incarnata, la seduta diventa qualcosa che si fa bene o male, il dolore diventa qualche cosa che noi impariamo a dominare, piuttosto che provare.
Mi ricordo dell’epoca in cui G. Gordon Liddy faceva in suo “giro” di candela. Durante un ricevimento importante di tutta la Whashington “bene”, egli tenne la sua mano sopra la fiamma di una candela fino a che l’odore della carne bruciata allarmò gli invitati. Essi domandarono: “Qual è il trucco?” Egli rispose.”Non c’è trucco. Basta lasciare che la candela vi bruci.” Questa storia, mi ricordo, è stata ben apprezzata in certi gruppi zen, come se “lasciatela proprio bruciarvi” non fosse che una variante del koan: “in estate, il calore brucia il monaco.” Non vorrei per nulla al mondo formare qualcuno con questo genere di idee.
- Roko Sherry Chayat, abate del Zen Center di Syracuse :
Che scambio interessante. Mi sembra che l’espressione “facile e confortevole” sia il nostro mantra americano, e il nostro più grande ostacolo per conoscere la vera facilità e la vera comodità. Se pratichiamo ricercando la comodità, chiamiamo a venire a raggiungerci ogni tipo di illusioni mentali o fisiche. Ma dobbiamo scoprirlo da noi stessi, attraverso l’impegno nelle sei paramita, particolarmente quella della pazienza e dello sforzo. Un giorno la separazione fra il “facile” e il “difficile” sparirà, e la comprensione della vera “facilità” , come ”tranquillità e fortuna” – l’allusione di Dogen allo spirito risvegliato come pratica, la pratica come spirito risvegliato – sarà piacevolmente confermata.
Penso che la grande sfida, per noi insegnanti, consista nel comprendere con acume le condizioni (che cambiano sempre) fisiche ed emozionali di ciascuno studente, di saper incoraggiare, incitare ciascuno secondo le circostanze, di vedere le resistenze, non come un’occasione per “superarle” ma come un’opportunità per poter comprenderne le ragioni. Di vedere come il corpo manifesti il mantra interiore dello spirito ( io non posso, io non lo farò, io ho bisogno, io dovrei, etc..) e per calmarsi nella condizione del non - sé. Il non –sé, una profonda tranquillità.
E praticamente? Per certi miei studenti, che soffrono di malattie croniche o di traumi dolorosi, lascio che si siedano con una gamba allungata sul pavimento, o su una sedia con un cuscino, o addirittura che si stendano nella parte posteriore dello zendo. Altri, li incito a posizionarsi nel loto o nel mezzo-loto e a osservare come il dolore possa essere un indicatore delle divagazioni dello spirito : ritornate alla respirazione! Per tutti, me compreso, evitare i traumi fisici e fare attenzione al modo in cui lo spirito che vuole vincere possa prendere il sopravvento. Sapere dove è il limite e non forzare nulla. Ricordo agli studenti, che uno zazen ostinato è dannoso. Lo zazen ben accordato penetra con grande facilità. Rinzai – sì, Rinzai – diceva, “Siate a vostro agio e non fate nulla.”






