• “Soave medicina”.

Il dialogo interreligioso nella Divina Commedia Dario Rivarossa

C’è sempre una frase del sommo poeta per ogni occasione. E per il dialogo interreligioso?

Dante affronta di petto la questione nel canto 19 del Paradiso, sul pianeta Giove, durante un colloquio con una grande aquila luminosa formata da migliaia di spiriti beati. E confessa che questo problema è per lui “un grande digiuno che lo ha tenuto a lungo affamato, perché in terra non ha trovato nessun cibo adatto”, nessuna risposta soddisfacente (vv. 25-27).

Già qui, il discorso promette di essere assai interessante. Per il poeta e teologo fiorentino – in fondo, l’unico teologo “laico” di spicco nella storia del cattolicesimo – non si tratta di una faccenda secondaria, di un’appendice alla storia della salvezza, ma di un tema nodale e scottante. Inoltre, Dante afferma di non accontentarsi di quella che nel Medioevo, e non solo, era la risposta standard, vale a dire che tutti i non cristiani sono automaticamente destinati all’inferno.

Per la verità, esistevano fin d’allora soluzioni più complesse, accennate da sant’Agostino e da san Tommaso d’Aquino, che prevedevano interventi divini straordinari a favore dei pagani. Per non parlare di Clemente di Alessandria, il quale già nel III secolo d.C. aveva sostenuto che, per un buddista, seguire rettamente la sua religione costituiva la via di salvezza. Eppure, Dante si sente deluso: la teologia potrebbe fare di più e meglio. Lui, quindi, che propone?

Parte con un esempio di taglio molto moderno. “Un uomo nasce sulle rive dell’Indo…” (vv. 70 e segg.). Il che significa anzitutto che Dante non identifica il “paganesimo” con il passato greco-romano, ma con il mare magnum dell’induismo vivente, allora come oggi. L’India per giunta è la culla anche del buddismo, che il poeta lo sapesse o meno. Invece l’islam, secondo lui, è fuori gioco, perché Maometto conosceva il Vangelo ma ha colpevolmente deciso di separarsene (Inferno, canto 28). Dunque, “un uomo nasce sulle rive dell’Indo, e lì non c’è nessuno che predichi Cristo, né chi legga o scriva su di Lui. La volontà e le azioni di quest’uomo sono tutte buone, per quanto può valutare la ragione umana. Muore senza il battesimo e senza la fede cristiana. Dov’è questa Giustizia che lo condanna? Lui che colpa ne ha, se non crede?”.

L’aquila luminosa risponde: “E tu chi sei, che vuoi metterti a giudicare a una distanza di mille miglia, con una vista che arriva sì e no a una spanna?”.

Il lettore attuale storcerà il naso, perché alla fine sembra che tutto si risolva nel modo più scontato: se c’è salvezza, a Roma o sull’Indo, essa deriva esclusivamente da Cristo, e la predestinazione dei dannati è un mistero, punto e basta.

Il poeta però, dopo anni in cui ha dovuto penare a “salire e scendere le scale altrui” (Paradiso 17, v. 60), ha imparato ad aspettare. La sua pazienza viene premiata nel canto 20. L’aquila, dopo aver ribadito l’imperscrutabilità delle decisioni di Dio, e dopo aver scagliato fulmini contro i sovrani corrotti d’Europa, riprende il discorso e gli mostra l’altro lato della medaglia. Tra i beati che compongono l’aquila c’è infatti Rifeo, un nobile troiano di cui si dà notizia nell’Eneide. Un personaggio classico, perché Dante ha bisogno di noti esempi per illustrare la propria tesi.

Rifeo rappresenta un caso limite. Dante ammette anche altri pagani in Cielo, ma si tratta di persone che sono state redente grazie a una mediazione umana. Così, l’imperatore Traiano venne fatto risuscitare dalle preghiere di san Gregorio Magno, ebbe appena il tempo di convertirsi, quindi ri-morì in pace con Dio (episodio narrato in questo stesso canto 20 del Paradiso). Qui Dante si limita a riprendere una leggenda diffusa nel Medioevo. Ci mette invece del suo nell’episodio di Stazio (Purgatorio, canto 22). Il poeta latino, secondo l’autore della Commedia, aderì al cristianesimo non per intercessione di qualche santo ma grazie alla lettura delle opere del pagano Virgilio, il quale non è andato in paradiso! Da notare, di sfuggita, che tutto questo processo di salvezza non si gioca sul piano della teologia accademica, ma della teogonia epica: Virgilio, Stazio, Dante.

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