• Richard Rorty - Gianni Vattimo, Il futuro della religione, Milano, Garzanti, 2005

A partire da due “tradizioni” diverse della filosofia contemporanea, Rorty (rappresentante il postempirismo di stampo pragmatico degli Stati Uniti) e Vattimo (esponente dell’indirizzo postmoderno dell’Europa latina) convengono, anche in questo scritto, sul fatto che (udite, udite…) il peso esercitato dalla figura di Dio non può essere eliminato dall’azione decostruttiva della filosofia.

Conclusione: tanto vale accettarne l’influenza storica e riconsiderarne la presenza con la dovuta ironia, dato per presupposto - dagli autori - che l’umanità, entrata nell’”età dell’interpretazione” dopo il dissolversi della “fede illuminista”, sia attualmente chiamata a misurarsi con questioni che non sono più di pertinenza soltanto della scienza, né solo della fisica, né solo della religione.

Sono tesi, queste, che concordano sul fatto che sia terminata l’età della metafisica, e che qualsiasi questione intorno a “qualcosa che esista indipendentemente da noi” non abbia alcun senso d’essere posta: ciò che conta è la continua ricerca di senso-interpretazione circa la mai conclusa “formazione di sé”. E sopra tutto ciò, la convinzione che non c’è modo di oltrepassare il “linguaggio”, la storia concreta di ognuno, le relazioni che ci legano gli uni agli altri, il senso di queste, per accedere al “tutto” come realtà.

Secondo questa prospettiva, secondo gli autori, la religione, senza più aspirare all’assoluto, può tornare ad occupare uno spazio nel mondo contemporaneo accanto alle scienze e alla politica, vedendo la Tradizione razionalistica occidentale come una “versione laica” della Tradizione monoteistica ebraica prima e poi cristiana, e che è “sviluppando la propria ‘vocazione laica’ che il cristianesimo può diventare una religione universale e favorire il rinnovamento della vita civile”.

Occorre notare che qui il richiamo è ad una riflessione a tutto campo: non si tratta di ridurre la sfera della religione ad un misura compatibile con la cultura contemporanea, ché neppure alcuna forma di pensiero si può salvare dal processo continuo di analisi e di interpretazione del linguaggio umano. Citando Dewey, Rorty ricorda che “saremo sempre ostaggio di qualche immagine”, che non si potrà mai sfuggire alla metafora, vedere Dio faccia a faccia, la Natura Intrinseca della realtà, e che sottrarsi al pregiudizio e all’apparenza non servirà a raggiungere la “Verità”, quanto piuttosto a liberarsi dagli “idoli”, fossero anche quelli più sacri della fede o della ragione: e con termini altisonanti questa nuova prospettiva viene definita “ontologia dell’attualità”.

A parere degli autori, dunque, più che interrogarsi su che cosa sia reale e che cosa non lo sia (questione che ha impegnato e impegna tutt’oggi molto pensiero e molta teologia) occorre avere il coraggio di staccarsi dalla Tradizione scientifica o ecclesiastica intese come qualcosa che può imporre una verità oggettiva (pensiero forte, dogmi di fede non rivisitabili), e aprire un cammino di dialogo interpersonale nel presente: quindi, verità non come “oggettività”, ma come “dialogo interpersonale”. Quanto di tutto ciò rasenti un relativismo totale - dato che Rorty e Vattimo presentano il loro pensiero come una “forma di scetticismo nei confronti di tutti i concetti possibili” compresi quelli stessi da loro usati - è difficile a dirsi, e neppure il testo risponde, mi pare, nel concreto, a questa domanda.

Ma sembra essere proprio questo, in qualche modo, l’approdo auspicato, da Vattimo, come necessaria premessa, nell’ambito della “fede religiosa”, alla possibilità di “credere” di nuovo in Dio, non quello della metafisica, certo, ma nel Dio della Bibbia…(già in una precedente recensione su questa rivista, si era accennato a questo tema a mio avviso importante nell’ambito della ricerca religiosa attuale, v. “La stella del mattino”, 4/2004 ). “La verità che ci rende liberi (Vangelo di Giovanni) non è la verità oggettiva della teologia e delle scienze naturali: la rivelazione scritturale non contiene la spiegazione di come sia fatto Dio o di come ci si possa salvare attraverso la conoscenza della verità. La sola verità che il Vangelo ci rivela è l’appello pratico all’amore, alla carità. La sfida principale della chiesa cattolica nella modernità è la stessa della scienza”, spogliarsi dall’idea di valere come unica fonte di verità, invito ad uscire dai reciproci recinti, in campo aperto.

E il mondo relativo delle mezze verità può essere, in questa prospettiva, il terreno più adatto per giungere ad una autentica visione della realtà, improntata alla solidarietà, alla carità e all’ironia (quest’ultima nel senso, anche, di autoironia), terreno su cui, sempre secondo Vattimo, si dovrebbe collocare l’azione e il messaggio di fede della Chiesa: “un concetto debole di ragione non sarebbe più consono alla predicazione evangelica dell’amore?” si chiede Zabala nell’introduzione al testo, citando Vattimo.

Secondo queste sollecitazioni, la Chiesa dovrebbe farsi testimone della “morte di Dio” (espressione che fu già di Lutero, ma sicuramente ancor prima di molti mistici cristiani, Eckhart ad esempio, poi anche di Nietzsche), fatto che si può identificare con l’incarnazione, quella kénosis (dal greco kenoo, rendo vuoto) che Paolo attribuisce all’azione di Gesù, testimone di un Dio che si svuota nell’uomo… e da questa prospettiva, mi pare, aprirsi anche alle altre tradizioni religiose, convinti che la sintesi tra fede e cultura europea non sia l’ultima patria possibile per l’annuncio cristiano…

Tematiche complesse da sintetizzare in poche battute, si rinvia necessariamente alla lettura del testo per meglio comprendere, un testo che contiene materiale di discussione e approfondimento anche per chi fa del dialogo religioso non questione di approfondimento disciplinare, ma, prima ancora, terreno di esperienza personale nell’andare della propria vita.

Giuliano Burbelllo