Volendo provare a individuare nel presente numero un aspetto che in qualche maniera lo contraddistingue rispetto agli altri già apparsi viene in mente l’espressione melting pot. E’una sorta di crogiuolo color arcobaleno dentro cui si mescolano riflessioni, esperienze, vissuti provenienti da contesti molto differenti. Non vi è un vero e proprio centro, ogni intervento semmai diviene di volta in volta il centro intorno a cui le altre testimonianze si adunano in ascolto. Scorriamo allora insieme queste pagine multicolori.
Il numero si apre con un intervento di Raimon Panikkar, un autore che sa offrire al lettore elementi di riflessione tutt’altro che scontati e che quindi pubblichiamo sempre ben volentieri. Si tratta in questo caso della riproposizione di un commento uscito anni fa a proposito di una presa di posizione dell’allora cardinale Ratzinger (oggi papa Benedetto VXI) riguardante la diffusione nel mondo occidentale di pratiche meditative e contemplative provenienti dalle tradizioni orientali. Leggendo il testo possiamo cogliere oltre alla conoscenza e alla consueta padronanza dei temi di natura interculturale e interreligiosa, un sottile sense of humour dell’autore, soprattutto in chiusura, quando sottolinea la presenza negli argomenti addotti da Ratzinger un aspetto purtroppo comune oggi a molte figure religiose orientali e occidentali, vale a dire un’assenza di dimestichezza con la conoscenza più elementare delle tradizioni diverse dalla propria: così come ci sono orientali che pensano che il cristianesimo sia poco più di un’ideologia di potere impregnata di un complesso di superiorità, le argomentazioni dell’allora cardinale Ratzinger tratteggiano con superficialità e in maniera caricaturale millenarie tradizioni orientali. A volte il comportamento non del tutto esemplare è un aiuto maggiore di tante parole colte ed erudite. Per queste ragioni una pubblicazione come la nostra, che cerca con fatica di comprendere cosa sia dialogo religioso, offre ai propri pazienti lettori queste pagine.
Lo scritto successivo è, per così dire, strettamente connesso a quanto abbiamo or ora detto. In esso domina il duplice impegno volto a conoscere direttamente, senza adagiarsi su conoscenze approssimative, la fonte di una tradizione e al contempo ad attualizzare e personalizzare il discorso. In questo caso è la parola-chiave del buddhismo ‘pratityasamutpada-interdipendenza’ a venire indagata, scelta fra le tante perché sa racchiudere e custodire un significato denso e profondo, possedendo implicazioni quantomai articolate per quanto concerne la nostra condizione di esseri umani nel mondo. Che il dialogo fra le religioni non sia una scoperta di questi anni - o meglio, che i fenomeni sociali e culturali attuali variamente denominati come globalizzazione o mondializzazione offrano una particolare declinazione del tema, ponendo di conseguenza anche questioni nuove se non addirittura inedite -, lo illustra con dosata sapienza l’articolo di Guido Rivarossa, in cui viene effettuata una ricognizione all’interno del capolavoro dantesco, provando a scovare una parola, una frase, fra le tante lasciate dal ‘sommo poeta’, anche per chi oggi si misura con le religioni in dialogo. E da Dante il testo si distende lasciando cogliere sotterranei collegamenti con autori successivi, da Swedenborg a Teilhard de Chardin, quasi a riconoscere con leggerezza la presenza invisibile di una profezia perenne.
A seguire, quasi a comporre un contrappunto con l’articolo precedente, c’è la testimonianza missionaria di chi da diversi anni ha compiuto la scelta di vivere all’interno di un campo Rom, senza assumere i panni presuntuosi di chi elargisce il bene o la verità, magari indossando gli abiti del volontario o del benefattore, sentendosi invece più semplicemente come ospite e amico del popolo rom, nell’impegno di saper ricominciare la giornata rinnovando religiosamente lo spazio abitato.
Infine incontriamo un intervento magistrale ad opera dello studioso iraniano Seyyed Hossein Nasr in cui si analizza attentamente il rapporto uomo-ambiente. Abbiamo usato ripetutamente violenza nei confronti della natura, ritenendo che fosse nulla più che un’entità passiva. Ma questo non è altro che un sogno prometeico che si sta rivelando un incubo. Dobbiamo risvegliarci, dice l’autore, alle nostre responsabilità, imparando a vivere in armonia con la natura, perché la Terra è il riflesso del Cielo e nel dramma epico della nostra vita nel mondo, sarà comunque la natura a dire l’ultima parola. Una poesia e alcune recensioni librarie chiudono e completano anche questo numero estivo. A voi, buona lettura.
Federico Battistutta






