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Jan Assmann

  • Non avrai altro Dio Bologna, Il Mulino, 2007

Si ricorda bene, pur se fraintesa, la definizione marxiana della religione intesa come ‘oppio dei popoli’. L’agile saggio di Jan Assmann si apre con un ribaltamento di questa famosa citazione: “Oggi la religione si presenta piuttosto come dinamite dei popoli” (p. 7). Questa battuta iniziale ci permette di comprendere, senza lunghi giri di frasi, le intenzioni esplicite di questo volume, che sa mescolare la competenza e l’erudizione dello studioso con l’indagine appassionata intorno alle questioni pressanti che preoccupano e toccano da vicino l’uomo contemporaneo. E’ il problema della violenza religiosa a venire affrontato, e non si può certo dire che si tratti di questione puramente accademica. Da questa prospettiva si deve riconoscere che l’autore - fra le sue opere ricordiamo il saggio Mosè l’egizio (tradotto da Adelphi nel 2000), in cui indaga l’origine del monoteismo - gioca bene le sue carte. Non esiste fenomeno più mostruoso e contraddittorio della violenza praticata in nome della religione, del terrore scatenato evocando qualche sentenza sacra. Eppure, l’evidenza ci conduce ad ammettere che ciò è una norma, piuttosto che un’eccezione storica. Di fronte a questo, per prima cosa Assmann cerca di ricostruire una tipologia delle pratiche violente nei contesti sociali, individuando cinque importanti gruppi. Abbiamo, nell’ordine di esposizione: la violenza bruta, animata da pulsioni affettive quali l’ira, l’avidità e la paura. La violenza giuridica, che fonda gli stati e stabilisce le leggi, (“la violenza senza diritto viene criminalizzata ma, affinché ciò accada, il diritto deve allearsi alla violenza”, p. 16). La violenza statuale, che si basa non più sulla differenza tra torto e ragione, bensì sulla distinzione tra amico e nemico (su cui si fonda proprio l’essenza del politico, secondo Carl Schmitt), fino a includere l’eventualità che gli interessi dello stato prevalgano sugli altri, invadendo quindi gli ambiti che dovrebbero essere protetti dalla violenza giuridica, (è lo ‘stato d’eccezione’ che - rammentava Walter Benjamin - per gli oppressi altro non è che la regola). Segue poi la violenza sacrificale e con essa si entra nel campo del religioso (il senso del sacrificio sta nel mantenere l’ordine cosmico), anche se questo genere di violenza è pressoché scomparsa dalle religioni universali moderne, ragion per cui queste ultime tendono a vantarsi “della propria non violenza e reagiscono con sdegno se rimproverate di essere intolleranti e disposte alla violenza” (p. 19). Ultima è la violenza religiosa, in senso stretto, vale a dire una forma di violenza che si fonda sulla volontà divina e che consiste in una trasposizione della distinzione amico/nemico sul piano propriamente religioso, rivolgendosi ai nemici e agli avversari di Dio. La tesi di Assmann è che questo tipo di violenza si presenti per la prima volta con l’apparire del monoteismo e sia strettamente legata alle avventure e alle disavventure delle religioni monoteiste. Per la ricostruzione di una genealogia della violenza religiosa non si può non partire da quei testi dell’Antico Testamento, in cui emerge l’eredità di alcuni tratti significativi di certe ideologie e di certe semantiche politiche, a cominciare dall’attribuire al Dio d’Israele le caratteristiche di un re, anzi di uno fra i peggiori despoti: “Il Dio geloso, violento e punitivo, è il Dio che legifera, giudica e castiga, quindi un Dio con potere legislatore, giudiziario ed esecutivo” (p.74). Di particolare interesse è poi l’excursus compiuto dall’autore sul rapporto tra linguaggio e violenza. Il linguaggio adoperato per formare e trasformare ogni aspetto della vita delle persone non è di tipo informativo ma performativo, in quanto distingue tra comportamenti leciti e proibiti, indicando relativi premi e sanzioni. (Ricordiamo che alcune teorie linguistiche definiscono il linguaggio come performativo quando un enunciato non ha la funzione di descrivere uno stato di cose, ma tende a produrre immediatamente un fatto, un comportamento). Non solo: a un certo punto il rapporto tra il linguaggio e la vita reale appare invertito, cosicché la legge assume valore perché è scritta: “La scrittura non informa in merito a come si deve fare giurisdizione: essa fa giurisdizione” (p.111), insinuandosi in ogni piega del vissuto, vincolando i vari aspetti del vivere a continui obblighi di tipo normativo. “Per ogni situazione e ogni decisione c’è la sentenza biblica opportuna, basta trovarla: la vita è adempimento della scrittura” (ibidem). Se fra gli esiti problematici del monoteismo c’è la tendenza a interpretare sé stesso come religione universale valida, sempre e comunque, per tutto e per tutti, l’autore, il quale considera il legame fra religione e violenza come qualcosa di “funesto e insensato” (p.23), invita a volgersi in un’altra direzione verso “una saggezza presente in tutte le religioni e che mira a un punto di convergenza che va al di là di tutte le distinzioni” (p.131), lungo la via tracciata da figure profetiche come G. E. Lessing, Gandhi, Schweitzer e Tagore. Ci piace chiudere questa recensione con una lunga citazione che riporta proprio le parole conclusive dell’intero volume: “Bisognerebbe fare in modo che le religioni monoteiste, nate dallo spirito della politica e della legislazione, fossero radicalmente depoliticizzate, così che all’ordine del politico, inconcepibile senza la violenza, si possa contrapporre un altro ordine, il cui potere si fondi sulla non violenza. Solo allora si realizzerà l’impulso iniziale del monoteismo: quello di liberare l’uomo dall’onnipotenza del cosmo, dello stato, della società o di qualsiasi altro sistema avanzasse su di noi pretese totalizzanti” (p. 134).

Federico Battistutta