
- Angeli Milano, Paoline, 2007
Ventiquattro fotoreporter si trovano a Gerusalemme il mattino di Pasqua dell’anno 33, e scattano un’istantanea a Gesù nel momento in cui risorge. Dall’eccezionale reportage viene tratto un libro, in cui vengono pubblicate tutte e ventiquattro le immagini, per soddisfare il desiderio dei fedeli, le curiosità degli scienziati. Ma… Ma le ventiquattro fotografie sono completamente diverse una dall’altra. E in nessuna di esse è possibile “afferrare” nulla. Così, con un pastiche alla Italo Calvino, si potrebbe inventare la genesi del volume Angeli, dove una serie di acquerelli dell’artista tedesco Andreas Felger vengono commentati dal noto predicatore benedettino Anselm Grün. La cosa ovviamente è andata in quest’altro modo: padre Grün è rimasto affascinato dalle immagini di angeli realizzate da Felger, ne ha scelte ventiquattro e ne ha fornito un’interpretazione psicologica e spirituale. Operazione lecita, ma… Ma il titolo di ciascuna di queste opere, di per sé, era Senza titolo. Che si tratti di angeli lo suggerisce solo il fatto che abbiano vagamente le ali. Fosse pure così, i Padri della Chiesa insegnano che gli angeli della Bibbia altro non erano che prefigurazioni di Cristo, e quelli acquerellati da Andreas Felger sembrano tutti indicare quelle ultime parole pronunciate da Gesù al compimento della propria missione: “Non mi trattenere. Io salgo”, io vado oltre (Vangelo secondo Giovanni, 20, 17). E invece padre Grün ha voluto trattenere, inchiodando queste immagini evanescenti a clausole definitorie: il triangolo rosso significa questo, la striscia gialla significa quest’altro, il colore blu secondo Jacobi significa… Le pagine scritte dal monaco benedettino mantengono un loro valore culturale e religioso, ma – direi – a sé stante, da valutare indipendentemente dagli acquerelli di Felger. I quali dovrebbero essere gustati per ciò che appaiono alla vista, non per le etichette che vengono loro appiccicate a posteriori. Bellezza che si sottrae nell’istante stesso in cui si manifesta. Bagliori inafferrabili di luce. Colori cangianti, solo apparentemente fissati in una determinata gamma. Forme biologiche, anzi meta-biologiche, che si accennano e immediatamente si superano. In/finito amore che tutto permea e non si identifica con niente. Sindoni in miniatura, disegnate con il vuoto, che all’osservatore dicono, mute: “Non mi trattenere. Io salgo… Dovreste essere felici che io vado” (Vangelo secondo Giovanni, 14, 28).
Dario Rivarossa






