Dario Rivarossa * Publio Ovidio Nasone: “L’arte di amare Gesù”

Betlemme, una notte imprecisata di circa 2.010 anni fa. Un bambino molto speciale emetteva i primi vagiti in una capanna, o grotta, o stalla. In cielo splendeva una cometa, o forse una nuova costellazione, o forse un angelo luminoso.

In quel momento, tre uomini di nome Matteo, Marco, Luca erano anch’essi in fasce o poco più; quanto a Giovanni, probabilmente non era ancora stato concepito. In compenso, il poeta Ovidio si aggirava già intorno alla quarantina. Uno splendido 40enne che conduceva una vita agiata presso la splendida (solo in apparenza) corte dell’imperatore Augusto. E quella notte il suo orecchio fine, tipico dei poeti e dei profeti, percepì in lontananza, molto in lontananza, quel vagito. “Ssshhh, silenzio, cos’è? Un nuovo dio è nato – anzi meglio, il Dio è nato – e in forma corporea. Sì, lo sento. Ah, qui si manifesta un principio da non dimenticare”. Fu così che la sua mente, abituata a strutturare le frasi in versi anche quando parlava a braccio, immediatamente gli dettò un incipit:

In nova fert animus mutatas dicere formas corpora…

“Ho tanta voglia di raccontare vicende di Forme che si sono trasformate in nuovi Corpi. Stupendo. Semplicemente stupendo”. E accarezzò fin da allora il sogno di poter un giorno incontrare quell’essere superiore che camminava in terra avvolto nella carne. Non si realizzò mai. Gesù era ancora ben lontano da cominciare a predicare il vangelo, era uno sconosciuto ragazzone che aiutava Giuseppe a piallare le assi, quando l’imperatore sbatté Ovidio al confino sul Mar Nero. Per sempre. Di lì non si sarebbe più schiodato, né mai gli sarebbero giunte notizie dalla Galilea. Eppure era stato proprio lui a dare, per primo, il lieto annuncio al mondo. In nova mutatas dicere formas corpora.

Fin dal primo verso, le Metamorfosi di Ovidio riprendono la mitologia classica e la rivoltano come un guanto, alla ricerca del Dio che si trasforma. Il grande studioso Francesco D’Ovidio, nomen omen, mugugnava che l’incipit “fa un certo intoppo, perché noi avremmo invece detto corpora mutata in novas formas”.

Nient’affatto, il poeta non si è sbagliato, voleva dire esattamente ciò che ha detto. È vero che, secondo la filosofia classica, è la materia ad assumere una forma, e non viceversa. Ma sta proprio qui la rivoluzione di Ovidio: è la forma – anzitutto la forma per eccellenza, quella divina – a diventare corporea, trovando una manifestazione visibile di sé. Gli dèi delle Metamorfosi non stanno mai senza corpo. Possono mutarlo all’occorrenza, per adattarlo alle diverse situazioni, ma non sono “nudi e immateriali” come l’Uno dei mistici neoplatonici. Al limite, se devono diventare invisibili, si avvolgono in una nube, che però è pur sempre un velo terreno.

Et Verbum caro factum est. Il Logos eterno, la Forma che costituisce il modello di tutta la realtà, è “diventato” carne. Come diceva Ovidio.

Le sorprese non finiscono qui. Il poema inizia, naturalmente, dalla nascita dell’universo. Su questo tema c’era solo l’imbarazzo della scelta, visto che non si contano i miti delle origini diffusi presso tutti i popoli. In questi racconti ancestrali il dio protagonista ha sempre un nome e cognome ben specifici, che sia YHWH, il Demiurgo o Marduk. Quindi a Ovidio, come fa dappertutto, non restava che scegliere il suo mito preferito e candidare il creatore che più gli aggradasse.

Ecco invece la sua versione: “chiunque sia stato, degli dèi” (libro 1, v. 32). Il mondo ha inizio, parte la storia umana, cominciano a venire intessuti i nostri destini… e noi non sappiamo chi sia stato a combinare il pasticcio. Perlomeno inquietante.

Eppure questo Dio Ignoto non era senza altari nell’antichità. Uno di tali luoghi di culto si trovava ad Atene e san Paolo, passandoci davanti, rimase colpito dalla religiosità degli abitanti. Dopodiché salì sull’areopago e annunciò che avrebbe rivelato loro quel Dio Ignoto, identificandolo prima genericamente con il creatore e poi, più nello specifico, con il Padre di Gesù Cristo. Fiasco totale dell’iniziativa, come è noto (Atti degli apostoli, capitolo 17). Forse perché gli ateniesi non avevano letto le Metamorfosi.

Nel cristianesimo di matrice gnostica, poi, il “Dio sconosciuto” verrà considerato il Dio buono, il Dio del vangelo, in opposizione al “dio di questo mondo”. Si ricordi che uno dei gruppi gnostici più importanti era quello fondato da Valentino, discepolo di un discepolo di san Paolo.

Ovidio, da parte sua, non demorde. Pur nell’impossibilità di conoscere il Nazareno, cerca un volto da dare al “dio incarnato” che si è sentito sussultare dentro il cuore. Un volto giovanile e bello, dall’aspetto benevolo; un essere superiore che scenda volentieri tra gli umani e li stupisca con i suoi prodigi, salvo punirli per le loro empietà; una divinità che si ribelli alla mentalità sclerotizzata. Lo scopre nei lineamenti di Bacco. Per usare una categoria di Nietzsche, Ovidio appartiene al lato dionisiaco della civiltà classica.

Il fascino di Bacco è uno dei casi più interessanti della “teologia del corpo” che permea l’opera dall’inizio alla fine. Le trasformazioni che si susseguono lungo il poema riguardano perlopiù esseri umani che decadono a livello di animali o piante o rocce o sorgenti o aria.

  • Sul piano psicologico, tali metamorfosi anticipano quella che Freud chiamerà “fissazione”, come risposta psicopatologica a un dramma irrisolto.
  • Sul piano cosmico, ciò implica che tutte le forze naturali derivano in profondità da energie intenzionali. Si potrebbe istituire un parallelo con il mondo “come volontà e rappresentazione”, secondo Schopenhauer.

In questi episodi si toccano vertici assoluti di potenza stilistica, con descrizioni che fanno già presentire gli studi di anatomia comparata del XIX secolo. L’unico a tenergli testa è Dante, che del resto afferma di scrivere la Commedia in diretta concorrenza con Ovidio.

Esistono anche casi, al contrario, di personaggi elevati al rango di astri, se non addirittura di dèi. Su questo aspetto, i capolavori si trovano nel gran finale dell’opera. Certo, si tratta del lasciapassare politico del poema, con una stucchevole esaltazione di Augusto… il che non impedirà l’esilio sul Mar Morto.

Però, la glorificazione di Giulio Cesare ha qualcosa di autentico e di sublime. L’anima del generale assassinato viene innalza al cielo, “e mentre la trasportava, Venere si accorse che essa diventava luminosa e si infiammava, e la emanò da sé” (libro 15, vv. 847-848). È nata una stella. A se stesso, infine, il poeta riserva un’apoteosi ancora più grandiosa: dopo la morte, “con la parte migliore di me, sarò portato in eterno al di sopra della volta stellata” (vv. 875-876).

La fede di Ovidio ha sete di un Dio amoroso ma ribelle, un Dio con un corpo, un Dio che si trasforma, un Dio che attira il suo devoto fino al firmamento, e oltre. Gesù è questo Dio metamorfico: si fa carne, si trasfigura (il verbo greco è appunto metemorfóte), sulla croce si identifica con il serpente, dopo la risurrezione assume diverse figure, ascende al cielo.

Venite adoremus.

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