- Rachel Bespaloff, Dell’Iliade, Troina (En), Città Aperta, 2004
Prologo ad inferos. E’ stato Elie Wiesel a raccontare la storia di una donna ebrea a cui i nazisti decapitano i due figli sotto i suoi occhi. In preda alla follia, la donna afferra i due piccoli corpi mutilati e inizia a danzare, mentre gli assassini dapprima guardano la scena e ridono, finché uccidono pure lei. E aggiungeva, come glossa, lo scrittore ebreo: “Questa donna che danzava con i suoi bambini morti non mi lascia dormire. Io dico a me stesso che essa cerca di comunicarci qualcosa con la sua danza, dal di là della sua follia, e mi chiedo che cosa potrebbe essere”. Che cosa potrebbe essere, ci chiediamo Questa domanda è sì scaturita da un’esperienza estrema, ma il cui eccesso è la condensazione di tutto l’insopportabile che lo stato di guerra incarna; assorbe e include ogni cosa, compresi quegli eventi che, nella guerra, pur rientrano nella sfera dell’ordinario e del quotidiano. E’ nota la formula secondo cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, così come divenne famoso negli anni Settanta il rovesciamento della stessa proposizione: è la politica ad essere la continuazione della guerra con altri mezzi, poiché il modello militare è quello che meglio rende conto dell’esercizio del potere. Vero è che la possibilità sempre minacciosa della proclamazione di una condizione di emergenza rende comunque attuali e pressanti simili interrogativi.
E proprio sul finire degli anni Trenta due donne, ciascuna per conto proprio, mentre l’Europa stava entrando nel più opprimente conflitto mai percepito dall’occhio umano, sentirono la necessità di compiere un confronto serrato con uno dei maggiori poemi epici, l’Iliade, fissando lo sguardo sul tema della guerra, della forza e della sopravvivenza della dignità umana in condizioni estreme. Come si sa, anche nell’Iliade si parla di guerra, una guerra combattuta oltre tremila anni fa. La semplice osservazione della presenza di tale invarianza lungo l’asse temporale è motivo che dà da pensare, alimentando un pensiero non scaturito dalla meraviglia o dallo stupore, secondo l’opinione dei filosofi greci, ma dal terrore, come da qualche parte suggerisce Nietzsche.
Una di queste donne è Simone Weil, la quale dopo aver studiato a fondo il contenuto poetico e umano dell’Iliade ne trae un saggio, L’Iliade o il poema della forza (la traduzione italiana si trova in La Grecia e le intuizioni precristiane, Torino, Borla, 1967), in cui è impegnata a far risaltare il dramma umano che coinvolge tutti i personaggi della storia, vincitori e vinti, posti sotto il dominio della forza che trasforma implacabilmente gli uomini in cose.
L’altra donna, meno conosciuta, è Rachel Bespaloff. Era nata in Ucraina nel 1895, da una famiglia ebrea, in seguito visse a Ginevra, dove studiò musica, e a Parigi, entrando in contatto con alcune figure del mondo intellettuale francese, come Gabriel Marcel, Jean Wahl e Lev Šestov. Successivamente dovette abbandonare la Francia per gli Stati Uniti, accompagnata dal marito, dalla figlia e dalla madre. Laggiù terminò il suo lavoro sull’Iliade (che venne dato alle stampe nel 1943) e, sempre laggiù, nel 1949 morì suicida, sorprendendo chi l’aveva conosciuta. Si potrebbe anche suggerire una lettura sinottica dei testi della Weil e della Bespaloff e infatti un recente volume pubblicato in America dalla New York Review of Books, dal titolo War and the Iliad, raccoglie le riflessioni sul poema omerico delle due donne.
L’origine dello studio sull’Iliade da parte di Rachel Bespaloff prende le mosse dall’andamento della vita quotidiana: vedendo che la figlia studiava il poema a scuola, prese a rileggerlo insieme a lei. A partire da lì comincia l’immersione nell’opera, con tutto il suo cosmo di distruzione creatrice e di creazione distruttrice. Il libro si snoda in maniera asistematica, puntando via via l’attenzione su alcuni personaggi o momenti culminanti del poema omerico, anche se al centro di tutto c’è prima di tutto la guerra con i suoi corollari e le sue voragini. Nella guerra ogni prospettiva è ribaltata, nulla può essere dato per scontato, a cominciare dalla nuda vita che “non appare come un’evoluzione continua che va dalla nascita alla morte, ma come una durata spalancata con la morte al centro”. Nella prospettiva dello stato di guerra “niente è terribile nella vita, perché tutto è terribile; non vi è bilancia, né peso, né misura per pesare le sofferenze umane”.
Vi sono poi i personaggi su cui l’autrice si sofferma. C’è innanzitutto lo scavo del contrasto che oppone Achille ad Ettore, ben al di là della loro collocazione in schieramenti ostili. Con le parole della Bespaloff: “che si chiami Achille o Ettore, il vincitore somiglia a tutti i vincitori, il vinto a tutti i vinti”. Da una parte c’è Achille - uomo del continuo astio e del risentimento nonostante i ripetuti trionfi - che sta lì a rappresentare “il gioco della guerra, la gioia nel saccheggiare le città (…), il lustro dei trionfi inutili, delle imprese folli”, al punto da divenire “il solo personaggio dell’Iliade che finisce per essere odioso e atroce”. Dall’altra parte ecco Ettore, l’uomo che ha perduto tutto tranne se stesso, e per questo non s’inorgoglisce nel rispetto verso di sé, né si umilia nel rispetto verso gli déi. Egli va così incontro a una morte certa nella consapevolezza di “abbandonare a una dolorosa distruzione tutto ciò che ama”, la moglie, il figlio, il padre e tutto il suo popolo, abbracciando “con un ultimo sguardo i veri beni della vita, all’improvviso esposti nella loro nudità di bersagli”.
C’è la figura di Elena, a causa della quale si combatte la lunga guerra, che incede nella storia trascinando la sua immortale apparenza trasformata (per un assurdo gioco del destino) in disgrazia, con un’oscura e severa umiltà. La sua sorte svela un inganno, innanzitutto verso di lei, quindi nei confronti di tutti i combattenti in lotta. Scrive la Bespaloff: “la più bella delle donne che tutto invitava, tutto portava verso un destino luminoso, è stata scelta dagli dèi soltanto per maturare la propria sventura e quella di due popoli. Lungi dall’essere una promessa di felicità, la bellezza grava qui come una maledizione”. In Omero, secondo la pensatrice ebrea, vi è un’unica condanna esplicita, e questa è verso la beata spensieratezza degli dèi; la vera colpevolezza nei confronti di tutto ciò che accade è loro, e lo è per un doppio motivo: “essi sono causa di tutto e non sono responsabili di nulla”.
Particolarmente toccanti sono poi le pagine dedicate a Priamo, il vecchio re, il quale rappresenta, immerso nella vertigine della fragilità umana, l’incarnazione della saggezza omerica: “ammirando il nemico che lo schiaccia, giustificando quella straniera la cui presenza è rovinosa per la città, il vecchio re assolve la vita nella sua totalità”. Allora anche Achille, il vincitore, incontrando lo sguardo di Priamo che non chiede altro che la restituzione del corpo morto del figlio sembra ridestarsi da quella frenesia “che fa di lui il meno libero tra gli esseri”, per ritornare per un attimo ad essere “un uomo carico d’infanzia e di morte”.
Rischierebbe di scivolare nel banale un’affermazione che volesse sottolineare l’attualità dell’Iliade e delle note della Bespaloff, facendo magari riferimento a fatti recenti, alle odierne guerre e violenze, a cavallo tra cronaca e storia, ma tale rischio vale compierlo. Certo è che questo piccolo libro costituisce un prezioso viatico anche per l’oggi, insegnandoci la lezione dell’umiltà dinanzi al reale, “davanti all’esistenza non addomesticabile”, pur sapendo che bisogna passare attraverso tante esperienze ed errori per comprendere attraverso pelle, carne, ossa e midollo simili lezioni. Per ritrovare e costruire, alla fine, i fugaci lineamenti di ciò che l’autrice ama chiamare una “scienza dei momenti di smarrimento totale”, quella disciplina che si mostra a noi proprio quando la decisione ci è imposta dall’assenza di altre scelte. E di una simile scienza con i suoi assiomi e postulati c’è necessità, sempre.
Federico Battistutta






