- Avere a che fare con chi si ha a che fare
“Il movimento dialogico fondamentale è il rivolgersi. Apparentemente si tratta di qualcosa di quotidiano e di insignificante: quando si guarda qualcuno, gli si rivolge la parola, ci si volge proprio a lui, naturalmente ci si volge a lui fisicamente, ma anche, nella misura necessaria, spiritualmente, dal momento che a lui si rivolge l’attenzione”. Questa lunga frase proviene da uno scritto minore del pensatore ebraico Martin Buber risalente agli anni Trenta. E’ estremamente istruttivo che colui che è passato alla storia per la sua filosofia dialogica, quando parla di dialogo non si riferisce a quello dei massimi sistemi, a complesse questioni di natura teologica o metafisica, ma a quello comune posto dalla vita di tutti i giorni. In un altro luogo del medesimo testo leggiamo: “vita dialogica non è quella in cui si ha a che fare con molti uomini, ma quello in cui si ha davvero a che fare con gli uomini con cui si ha a che fare”.
Avere davvero a che fare con le persone con cui si ha a che fare: nell’aurea simplicitas di questa affermazione possiamo compendiare uno degli aspetti che connotano la natura di ciò che andiamo descrivendo come dialogo religioso, il quale opera, concretamente, per tentativi ed errori prendendo a fondamento la vita corrente.
Questo principio ispira l’intervento con cui si apre il presente numero, l’ultimo di questo 2005. Si tratta di una sorta di professio fidei in forma narrativa, in cui l’elaborazione va dal particolare, muovendo i passi osando dire ‘io’, per aprirsi al generale; qui la testimonianza non accampa pretese di convincere gli ascoltatori, ma solamente di essere chiara e onesta nella sua formulazione.
Sempre a proposito di testimonianze, subito dopo compare il ricordo del percorso umano e religioso di don Michele Do, figura appartata di una persona che ha speso la sua vita in un confronto serrato con le domande cruciali che la vita pone, animato da autentica fede, sapendo raccogliere intorno a sé la tensione e la compagnia di tanti cercatori. Seguono poi alcuni interventi che, pur trattando temi anche molto differenti tra di loro, affrontano questioni vive e sempre attuali. C’è un intervento di sapore natalizio dedicato alla figura di Ovidio e al suo capolavoro – le Metamorfosi – in cui la mitologia classica viene ripresa e sapientemente rivoltata con delicatezza impietosa, alla ricerca del Dio, amoroso e ribelle, che costantemente si trasforma.
A seguire, alcune riflessioni sul buddhismo zen giapponese contemporaneo che demitizzeranno le impressioni e le aspettative di tanti lettori nostrani nei confronti dello zen e dell’Oriente, mostrando assai bene il pericolo universale che incombe sulle istituzioni religiose di tutte le latitudini.
Successivamente incontriamo un articolato intervento sul tema della costruzione sociale dell’identità, a partire dai concetti di confine e di soglia: tracciare confini significa istituire identità, ma la frontiera anziché separare e allontanare può diventare soglia, passaggio, luogo d’incontro con l’altro.
La sezione ‘Natura’ ripropone una riflessione intorno al concetto di swadeshi, il programma economico propugnato in India da Gandhi per la promozione e lo sviluppo delle piccole comunità locali. Questa riproposizione, apparentemente inattuale, è un modo come l’altro per invitare ad un severo ripensamento dei modelli di vita dominanti nei Paesi del nord del pianeta, all’idea di uno sviluppo e di un consumo senza limiti.
Una prosa poetica, un paio di recensioni librarie, le notizie di alcune iniziative vicine alla vita della rivista completano il numero. In chiusura desideriamo salutare tutti i lettori, ringraziandoli per averci accompagnato quest’anno, nella speranza di ritrovarci di nuovo insieme l’anno prossimo a parlare, a riflettere e a cercare.






