Federico Battistutta
- Acqua nell’acqua. Prove tecniche di narrazione
- Quanto segue non vuol essere altro che il racconto di un’esperienza, il tentativo di riportare la narrazione a quel ‘dire io’ che, per quanto sfuggente o imprendibile, costituisce il punto di partenza (o meglio il riferimento) di qualsiasi sincero parlare. Anche quando si entra nel campo delle cose religiose. Dirò di un cammino che si dice laico e religioso. Per fare questo è bene però condividere il significato dei termini in questione, al fine di evitare, non comprendendo bene di cosa si stia parlando, fraintendimenti o patologie comunicative. Provare a dire cos’è questa ‘e’, questa congiunzione coordinativa che connette sintatticamente le due parole: laico ‘e’ religioso, appunto. Per forza di cose si seguirà un approccio non esplicitamente teorico, non si astrarrà cioè dal generale per definire il particulare. Al contrario si renderà testimonianza, sarà una specie di audizione pubblica, per quello che possono valere le testimonianze. Come dice Montaigne nell’esordio dei suoi Essais: “Ainsi, lecteur, je suis moy-mêsme la matière de mon livre”, rammentando poco oltre che egli non ambiva a dipingere l’essere ma il passaggio. Si adopererà quindi il genere autobiografico, nella consapevolezza guardinga del pericolo sempre presente di inciampare nella volgarità che caratterizza tanto autobiografismo, con descrizioni e incisi privi di interesse se non per lo scrivente, e con una sequenzialità all’interno della quale si casca sempre in piedi, nella certezza che i conti tornano comunque e nella più o meno velata celebrazione di se stessi. Detto questo, si può solo partire da sé e da lì camminare, osservare, riflettere e - se proprio è il caso - provare a dire; le argomentazioni e il linguaggio che qui si adoperano desidererebbero tanto rimanere sommessi e pudichi o poco più. (Prendendo in prestito altrui parole: “noi non si afferma in modo assoluto ch’esse siano vere, inquantoché diciamo che si possono annullare da sé stesse, circoscrivendo sé stesse insieme con le cose di cui si dicono; così le medicine purganti, non solo cacciano dal corpo gli umori, ma anche sé medesime espellono insieme con gli umori”, Sesto Empirico).
- Laico e religioso, si diceva. A bene vedere simile distinzione presenta un vizio d’accesso, poiché trae valore solamente all’interno di una visione ecclesiastica della realtà; così come un’altra possibile distinzione, quella tra civili e militari, è comprensibile dal punto di vista di un ufficiale di stato maggiore, ma non agli occhi della maggioranza dei lettori di queste pagine. Ora, prima di creare due categorie volte a separare, c’è un aspetto che accomuna tanto i religiosi (ordinati, id est il clero) come i laici: siamo tutti esseri umani che, nell’arco di tempo che ci è concesso, viviamo e possiamo provare a interrogarci sulla vita che ci fa vivere, prima ancora di distinguerci come laici o religiosi. Qualcuno potrebbe aggiungere: se un religioso si interroga sul senso del proprio essere religioso è per certi versi una fatto scontato. In fondo di che dovrebbe occuparsi, se non di ciò, un religioso? Un religioso si interroga di questioni religiose, appunto, come un medico di salute e malattia, un commerciante di merci o un banchiere di soldi. E’ un dato talmente semplice coincidente con la tautologia. Non è invece tautologico il discorso se un religioso si interroga sul cammino religioso senza dare per scontata l’appartenenza a questa o quella confessione, a questo o quell’ordine, ma solamente mettendo in gioco la propria nuda umanità, il semplice fatto di esistere. Come credo di fare anch’io, che vivo i piaceri e gli affanni di chi tiene famiglia e lavoro. L’essere religioso, allora, diventa un aspetto della natura umana, prima ancora di avanzare una questione di ordinazione o di appartenenza. Meglio: l’essere ordinato è una delle possibili declinazioni dell’essere religioso, come per altri lo è indossare la veste laica. (In una forma più concisa o seriosa è dire che l’uomo è anche homo religiosus). Che è un po’ come chiedere: dove passa la distinzione tra credenti e non credenti? Sarebbe una scorciatoia ritenere che passi attraverso l’appartenenza ad una confessione religiosa: uno crede di credere, l’altro crede di non credere: ma in cosa crediamo veramente? Provo per un attimo ad osservare da vicino il significato della parola ‘credente’. Prima di essere sostantivo è un verbo, cioè la parte più variabile e dinamica del discorso, sottoposta a continui cambiamenti, di modi, di tempi e di persona. (Allo stesso maniera parlare di ‘essere’ come sostantivo significa ingessarlo, ridurlo a cosa, a stato, per quanto si cerchi poi teoreticamente di galvanizzarne il significato; invece ‘essere’ è sempre essere transeunte, transitivo). ‘Credente’ come verbo è participio presente, quindi vivo, attuale. Credente è colui che intende rinnovare giorno per giorno il rapporto con la vita, o almeno ci prova. Se invece do per scontato ciò che dovrebbe costituire la fonte dell’esistere non sono più un credente, letteralmente, ma declino al passato il mio rapporto con la vita, l’ho già archiviato, è uno stato di cose, sono un ‘creduto’. In fondo, fede è anche domandarmi quale participio sono.
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