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André Comte-Sponville

  • Lo spirito dell’ateismo Milano, Ponte alle Grazie, 2007

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Christian Bobin

  • La parte mancante Troina, Servitium/Città Aperta, 2007

Si discute molto dell’integralismo e del fondamentalismo religioso, e della bizzarra fisionomia che sta assumendo, in una mescolanza cromatica, a tinte forti, di istanze postmoderne e premoderne. Roghi informatici, anatemi digitali, capri espiatori televisivi, incubi e terrori mediatici, punteggiano di quando in quando il nostro tempo. Per lo più come reazione a ciò, da parte laica, sono usciti in questi ultimi anni alcuni saggi, in certi casi con un’impostazione scientifica e quindi supposta oggettiva, in altri di taglio libellistico e quindi esplicitamente polemico; più spesso in un patchwork di entrambi i generi. Rinnovando il mito dei lumi e della ragione, l’obiettivo è sempre lo stesso: la religione, i principi che la ispirano, così come i deleteri effetti che, volente o nolente, produce.

Invece, il filosofo francese André Comte-Sponville, ateo dichiarato, già allievo e amico di Louis Althusser, ha composto un saggio di gradevole lettura che lo conduce fuori dagli abituali steccati tra credenti e non credenti. Non a caso il sottotitolo del libro è: Introduzione a una spiritualità senza Dio. Nel presentare sé stesso, egli ama definirsi un ateo fedele: ‘ateo’ perché non crede né in Dio, né negli ipse dixit forniti dal cristianesimo, anche se in una forma non dogmatica: “non pretendo di sapere che Dio non esiste: io credo che non esista”, afferma in un passaggio significativo. Al contempo si dichiara ‘fedele’, aderente cioè alla cultura e a gran parte dei valori greco-giudaico-cristiani. In questo senso, non si riconosce nelle conclusioni radicali che Nietzsche traeva dall’affermazione “Dio è morto”, in quanto delineano, a suo avviso, un orizzonte nichilista poco appetibile.

Ciò che emerge dalle pagine è una saggezza tragica, una gaia disperazione, in cui convivono felicità, disperazione, impermanenza e finitezza. Questo è l’indirizzo della riflessione compiuta da Comte-Sponville, che si sviluppa nella parte centrale del volume in una serie di argomentazioni - documentate e ben articolate, talvolta espresse con garbato humour - sulle prove dell’esistenza di Dio.

L’ultima parte del libro ruota intorno alla domanda: è possibile definire i lineamenti di una spiritualità, prescindendo da una confessione e da un credo religioso? La risposta è affermativa e ben argomentata, e in queste righe si può solo tratteggiare un discorso assai più articolato.

Primo: non bisogna confondere spiritualità e religione, sarebbe un abuso linguistico. Anche se le religioni discendono, almeno in parte, dalla spiritualità, non tutta la spiritualità è per forza religiosa. Pur ammettendo che tutto è contingente, condizionato e relativo, l’autore accetta e fa sua la prospettiva secondo cui l’insieme di tutte le condizioni sia incondizionato, l’insieme di tutte le relazioni sia assoluto: insomma, l’insieme di tutti i punti di vista non è un punto di vista. E’ l’inizio, questo, della spiritualità.

Secondo: non bisogna confondere neppure spiritualità e teismo. Del resto, la religione stessa, non è sempre teista, basta gettare uno sguardo al mondo orientale; Buddha, Lao zi, Confucio non sono dèi, non si richiamano a divinità o a rivelazioni di sorta. Qui, l’autore - convinto che la spiritualità sia imparentata più con l’esperienza che con il pensiero - si appella proprio al mondo delle esperienze, magari inconsuete, ma comunque rinvenibili nella quotidianità di ciascuno. Il senso di mistero, di semplicità, di serenità, finanche di unità con ciò che ci circonda, testimoniano la presenza di uno stato che l’autore chiama d’immanensità, vale a dire una presenza simultanea di immanenza e immensità: un’immanenza dai contorni indefiniti, che non cessa di manifestarsi e, proprio per questo, in ultima istanza inaccessibile.

Questo invito alla messa tra parentesi della banalità, del déjà vu, delle false evidenze ereditate dal senso comune, lo troviamo testimoniato nel nuovo libricino di Christian Bobin, intitolato La parte mancante. Scrive l’autore: “il mondo non lo si può conoscere che nel modo di soggiornarvi fuggendolo”, intuendo che “ciò che illumina la nostra vita non è niente di ciò che si può dire o possedere”. Ogni momento è allora buono per apprendere la leggerezza di questa nuova conoscenza. Ecco allora i quadri narrativi a cui Bobin ci ha introdotto nei precedenti lavori (cfr.“La Stella del Mattino”, 1/2007). Può essere una donna con il suo bambino sulle ginocchia, scorta alla fermata di una stazione, raccolta in un globo di luce, “come la vergine nei dipinti di fra’ Angelico”. Oppure, la scoperta nel corso di una passeggiata della prima neve dell’anno, la quale si rivela per essere, “come ogni volta, la prima neve della vostra vita”.

Federico Battistutta