In cammino
- Religione buddista? Mauricio Yushin Marassi
Pubblichiamo un paragrafo del nuovo libro di Mauricio Y. Marassi, Il buddismo mahayana attraverso i luoghi, i tempi e le culture (Genova, Marietti, 2006). L’indice completo del volume è consultabile sul sito www.lastelladelmattino.org/rivista/
Secondo la terminologia comunemente in uso, il buddismo non è una religione. Nell’accezione comune questo termine non è sufficientemente ampio da contenere una religione con le caratteristiche di quella buddista.
La cultura occidentale ha strutturato una forma mentis per la quale quando diciamo “religione” pressoché automaticamente pensiamo un sistema al cui vertice è un dio, con una struttura che funziona in rapporto alla volontà di questo dio, una volontà interpretata e diffusa da una struttura clericale autoreferente. La quale è, di solito in esclusiva, autorizzata a elaborare una dottrina a partire dalle volontà e dagli insegnamenti che dal dio in vario modo passano, o sono passati, alla struttura clericale.
Siccome il buddismo non assomiglia neppure lontanamente ad un sistema del genere, l’uso del termine religione in relazione al buddismo rischia di ingenerare confusione. Allora, invece di affidarci a definizioni preconfezionate, per di più appartenenti ad un contesto culturale diverso dall’oggetto che vogliamo rappresentare, cominciamo con il definire dal suo interno quello che oggi viene inteso quando si usa il termine buddismo. Ricordando però che anche la parola “buddismo” è di conio occidentale, come tutti gli “ismi”; solo recentemente questa parola è stata introdotta in Oriente come traduzione dell’originale occidentale.
Quando oggi diciamo “buddismo” intendiamo la messa in opera, il percorrere la via di salvezza dal dolore, dalla sofferenza, dalla miseria umana secondo l’insegnamento universale riportato alla luce da Siddharta Gotama Sakyamuni, detto il Risvegliato, il Buddha in sanscrito. Il Buddha storico o Buddha della nostra era.
La parte più importante di tale insegnamento risiede nella testimonianza che il Buddha ha offerto durante i 45 anni della sua predicazione: la via di liberazione è un fatto reale, esiste qualcuno che la percorre e vi dà garanzia della sua esistenza.

Nello stesso tempo il Fondatore si è adoperato nel trasmettere le istruzioni su come concretamente mettere in opera o percorrere questa via di salvezza e siccome il percorrere è un fatto vissuto, o da viversi, non è oggetto di teoresi ma di esperienza. In altre parole, come le sensazioni di freddo o di caldo non sono comprese e trasmesse dalle parole che le rappresentano ma pur tuttavia tali sensazioni sono reali come può sperimentare chiunque, così pure la via buddista pur non trovandosi all’interno del dicibile è un fatto reale.
Per usare una terminologia familiare, possiamo dire che l’ambito al quale ci riferiamo è nella stessa direzione indicata dall’apostolo Paolo quando dice (1Corinzi, 8,2): «Se alcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere». Il sapere di cui san Paolo afferma l’esistenza non consiste in pensiero o parole, ma pur appartenendo ad un altro ambito rispetto a pensieri e parole non può certamente essere tacciato di inesistenza. Anzi, in un certo senso, proprio questa estraneità al mondo, che è l’estraneità al livello dei pensieri e delle parole, rende più pregnante e sussistente quel sapere che non consiste in “qualche cosa” ma, come dice anche san Paolo, consiste in un “come”.







