Et cetera
- La pura Rappresentazione Alias la liberazione dalla sofferenza Dario Rivarossa
“Dopo un sonno durato tre anni sulle sponde dell’Oceano, rieccomi a esporre al pubblico le forme gigantesche da me create…”.
Inizia così il poema Gerusalemme, l’ultimo capolavoro di William Blake, redatto e illustrato dall’autore stesso tra il 1810 e l’ultimo periodo di vita (morirà nel 1827).
In quegli stessi anni, in Germania, Hegel dichiarava defunta l’arte, superata dalla conoscenza filosofica. Intanto però, nel 1818, Arthur Schopenhauer pubblicava la prima edizione del Mondo come volontà e rappresentazione, in cui l’arte assumeva un ruolo diverso: non rivelazione imperfetta del Divino ma, al contrario, via di fuga dal Demiurgo che ha creato questo mondo di dolore.
A spasso lungo le rive del Tamigi, Blake nulla sapeva dello scontro titanico in atto tra i due cervelloni teutonici. Ma, in questa prima metà dell’Ottocento in cui la civiltà occidentale spremeva i suoi succhi migliori – allo scopo di assimilare a sé il pianeta, con il risultato di uscirne sfibrata –, misteriosi effluvi passavano da una parte all’altra d’Europa e da una costa all’altra dell’Atlantico stabilendo, tra i diversi autori, dei legami invisibili ai loro occhi. Visibili ai nostri.
Così, quei disegni di Gerusalemme che da due secoli fanno accapigliare gli studiosi, forse vogliono raccontare proprio questo: il mondo come volontà e rappresentazione. (Le seguenti note vanno considerate un netto passo avanti rispetto ai cenni fatti sulla “Stella del Mattino” di settembre 2005).
L’unica, pregevole, edizione italiana del poema è quella pubblicata da Giunti nel 1994. Due volumi, di cui uno riporta il testo inglese con traduzione a fronte e commento, e l’altro è il fac-simile dell’originale, vergato a mano da Blake, o probabilmente dalla moglie Catherine, e decorato dalle miniature che l’artista realizzava con una tecnica di sua invenzione. Si può anche trovare tutto sul sito www.blakearchive.org. Qui ci occuperemo delle immagini.
I giochi sono fatti fin dall’inizio, con le illustrazioni delle pagine 1 e 2. A pagina 1 compare un personaggio di nome Los, che rappresenta l’alter-ego dello stesso Blake. Sui significati psicologici e cosmologici di Los si potrebbe discutere per decine di pagine, ma arriviamo subito al dunque identificandolo con un elemento chiave della filosofia di Schopenhauer: l’Intuizione, la contemplazione pura, il puro soggetto della conoscenza, il predominio del cerebrale.
Si tratta del livello più alto a cui può arrivare la ragione, e nello stesso tempo costituisce il suo superamento. La ragione, infatti, di solito è asservita alla volontà: dentro di noi esiste un impulso cieco che ci spinge ad agire per conservarci e per riprodurci, e il nostro cervello è stato inventato dalla natura esattamente per trovare risorse a tale scopo. Nella mitologia di Blake, questa ragione strumentale viene chiamata Urizen. Essa ci inserisce dentro la rete di cause-effetti; per dirla buddisticamente, è l’origine del dolore.
Tuttavia la ragione è un’arma a doppio taglio. Proprio perché è in grado di astrarre, di concettualizzare, può anche – in qualche rara occasione – svincolarsi dall’utilità di un oggetto che ha di fronte e limitarsi a contemplarlo per ciò che è. Allora, un frutto non appare più come qualcosa di commestibile, ma come una superficie colorata e profumata. Una donna non è più un corpo a cui unirsi a fini riproduttivi, ma diventa una bellezza da ammirare. Questa è l’intuizione, la contemplazione. Retta visione. Perciò Los, nella figura di pagina 1, con una sfera luminosa in mano, si accinge a varcare la soglia tenebrosa che normalmente ci tiene nascosta la verità.
Los guarda verso destra, cioè verso pagina 2 (quel pazzo di Blake, contro ogni regola, ha collocato le pagine dispari a sinistra e quelle pari a destra). In basso vediamo il personaggio femminile Gerusalemme, in cui è sintetizzato in modo geniale il complesso di natura, arte, religione. Gerusalemme è distesa morta a terra. Dal suo corpo si espandono escrescenze che riassumono tutto il mondo naturale: una foglia, ali di farfalla, il sole, la luna e le stelle. Intorno a lei una serie di figure femminili alate fanno il lamento, come nella tragedia greca o sulla scena del Golgota.
Se Los è la conoscenza pura, cioè astratta dalla volontà, Gerusalemme è la pura Rappresentazione. Tanto le bellezze naturali quanto la condizione umana vi si trovano espresse in forma drammatica, producendo quindi un processo di catarsi. La raffinatezza della raffigurazione e la serenità del volto di Gerusalemme invitano il lettore a reagire alla morte della protagonista non in modo sentimentalistico, cosa che ci reimmergerebbe dentro gli impulsi della volontà, bensì contemplando l’immagine con una compostezza apollinea.
Ma funziona, questo metodo di liberazione dalla sofferenza? Secondo Schopenhauer, solo qualche volta. Colui che contempla deve continuamente combattere contro la tentazione di ricadere nella dinamica utilitaristica. L’uva che ammiri dipinta, tenderà a ricordarti che è buona da mangiare. La Venere che ammiri dipinta, cercherà di eccitarti sessualmente. La lotta interiore è dura. Nelle pagine del poema Gerusalemme sono numerose le immagini che rimandano al conflitto sempre in agguato. A pagina 6, per esempio, Los è impegnato in una polemica con il suo Spettro, cioè il suo lato oscuro. A pagina 99 Gerusalemme, che a pagina 96 era salita al cielo e si credeva al sicuro, viene violentata da Urizen.
Un buddista zen ultraortodosso direbbe che, per salvarsi, davanti agli occhi non bisogna tenere miniature visionarie ma solo un muro bianco… In effetti, per lo stesso Schopenhauer l’estetica è solo una forma parziale di liberazione. Saltando alcuni passaggi, si arriva alla necessità di nutrire una compassione universale rivolta a tutti gli esseri, perché tutti derivano dalla stessa fonte e tutti sono compartecipi dello stesso dolore. Il male compiuto da un altro, lo devo sentire come compiuto da me stesso.
Su questo punto Blake, nei testi scritti, ha fatto del perdono reciproco la summa di tutto il Vangelo. È un po’ più difficile trovare questo aspetto nelle sue opere d’arte. Un esempio può essere a pagina 47 del poema: il gigante Albione (l’Uomo originario) osserva Vala (la bellezza “strumentale”) mentre calpesta Gerusalemme. La cosa interessante è che Albione tiene la testa e le braccia nella stessa posizione di quelle di Vala, come a suggerire che si immedesima con la violenza prodotta da lei. Oppure, a pagina 93 compare un gruppo di accusatori, che rappresentano i giudici sia di Socrate sia di Gesù. A pagina 94, questo stesso gruppo è disteso a terra come morto, avvolto nei “filamenti della volontà”: il male che hanno comminato ha colpito anche loro, perché non sono “altri” rispetto alle loro vittime.

La maggiore divergenza tra Schopenhauer e Blake riguarda la fede in Cristo. Per il filosofo di Danzica, che si dichiarava ateo, Gesù costituisce un esempio altissimo di negazione di sé. Per il poeta inglese, è molto di più. Prendiamo solo pagina 62 di Gerusalemme: il Dio-Uomo, delle dimensioni di una montagna, risorge faticosamente dalla terra, con il Verme (simbolo della generazione e corruttibilità umana) ancora avvolto intorno alla testa, ma circondato da una raggiera di penne di pavone, simbolo di immortalità. Di questo grandioso processo, però, l’uomo non vede che i piedi, l’estremità inferiore.Su un punto però il filosofo e il poeta sono d’accordo: la salvezza avviene per sola grazia. Schopenhauer usava questo termine teologico per indicare la misteriosissima illuminazione che ci sottrae al dominio della volontà; un qualcosa che “accade”, semplicemente, senza che sia possibile ottenerlo a comando. La grazia che, in barba ai luoghi comuni, non sopprime la libertà umana ma è l’unica forma di libertà.






