- Raimon Panikkar, L’esperienza della Vita. La mistica, Milano, Jaca Book, 2005

Può un libro che prende a tema la “mistica” non correre il rischio di finire su uno dei tanti scaffali destinati a raccogliere libri alla moda, più o meno specialistici, esoterici o chissà che altro, o fare bella mostra di sé in qualche luogo, magari liquidato con una lettura frettolosa - concludendo che, sì, gli argomenti sono più o meno noti (forse), sapendo come va a finire in casi del genere, fumo tanto ma di arrosto nemmeno l’ombra?Non risulta facile rintracciare qualche scritto che, si avverte, con fatica, onestà, lavorio filtrato da lunga attesa, si imponga su tanti altri per l’uso attento della parola scritta, al fine di dissipare i molti equivoci che si sono sedimentati nel tempo intorno al termine in questione. L’autore stesso propone questo scritto come sorto da un’impostazione “interculturale”, pluralistica, usando il più possibile in modo semplificato il linguaggio per accostarsi a un fenomeno umano universale.
A scansare ogni equivoco, Panikkar propone fin da subito la sua definizione di “mistica”, come “l’esperienza della vita”: mistica quindi non designerebbe (non dovrebbe designare) una qualche parte/ambito di esperienza particolare (normalmente nei dizionari o enciclopedie essa viene identificata come un’esperienza spirituale di contemplazione del divino, per mezzo della quale l’anima raggiunge la sua perfezione, magari da mettere in relazione a qualcosa di nascosto, segreto, misterioso appunto, come potrebbe lasciare supporre superficialmente il riferimento al termine “mistero”), come fino ad oggi spesso si è pensato, relegandola ad indicare, appunto, un fenomeno specifico, più o meno straordinario, quanto piuttosto l’esperienza “integrale” della Vita propria di ciascuno.
La mistica, quindi, non è una “specializzazione”, ma una “dimensione antropologica” per la quale ogni uomo è, in quanto tale, mistico, per il semplice fatto che ognuno non può non vivere la realtà della propria Vita (anche se poi, si potrebbe dire, il tempo vissuto può essere anche bruciato in una non vita, e di qui aprire altri argomenti…): “L’esperienza completa della Vita sarebbe l’esperienza mistica nel suo senso più generico”, nelle sue molteplici dimensioni, fisiologica, psichica, spirituale.
Seguendo questa traccia ne deriva, secondo il nostro autore, che per aderire a questa esperienza “integrale” della Vita, è necessario tenere aperti tutti e tre i cosiddetti “occhi”, sensi, ragione e fede, senza la riduzione di alcuno agli altri: l’esperienza è contemporaneamente corporale, intellettuale e spirituale, una trinità che è un Tutto, che è semplicemente la Vita.
Non è cosa da poco il salto-immersione nella Vita, se con mille accorgimenti l’uomo tenta di evitarlo, financo stendendo le continue tele di ragno del pensiero, così caro all’Occidente (spesso con l’inconsapevole intento di tenersi a una certa distanza), per non dire di certa “religiosità” che invece di offrire le chiavi per aprire le nostre anguste dimore, finisce per chiudere addirittura dal di fuori, rendendo ancor più improbabile l’uscita all’aria aperta… “A molti costa arrivare all’esperienza della Vita, perché temono l’esperienza della morte che è parimenti ineffabile – e non occorre citare Dogen quando assimila intrinsecamente tra loro le due esperienze” (p. 22).
Tutto qui? Tutto qui, anche se il libro si dipana successivamente nel raccogliere argomenti, anche sofisticati (vedi i “nove sutra” che individuano altrettanti capitoli del libro), a sostegno della tesi che anche l’autentica religione è tale soltanto se è mistica, se dispone l’uomo a non chiudersi in uno dei tanti recinti, neppure quelli delle visioni religiose particolari se con queste si intende lasciar fuori, ridurre l’esperienza umana a qualche ambito privilegiato di senso. E neppure il razionalismo moderno può avere pretesa di essere l’ultimo approdo. Panikkar è qui perentorio: la mistica non è un concetto, è la totalità dell’esperienza, e come tale non si può com-prendere in un giro di pensiero.
Alla fine come al principio, ci si ritrova con radi sostegni, l’invito a guardare con occhi vigili ciò che continuamente si dispiega nello scenario della coscienza, consapevoli che non si può sfuggire dall’”interpretare” e che, nel contempo, la nostra interpretazione non è tutta la realtà, anche se pure essa fa parte di questa. Non abbiamo altro che il linguaggio (e riguardo a ciò, il testo si chiude con un accenno ad alcuni linguaggi simbolici: hindu, buddista, secolare, cristiano): la parola della mistica non può che essere simbolica (come insegnano gli scritti lasciati dai cosiddetti “mistici”) nel suo dire senza chiudere, una volta per tutte, il senso di ciò che si va dicendo.
Che altro dire, anche questa volta c’è di che riflettere…, pardon, di che vivere…
Giuliano Burbello






