Se illustrando il precedente numero avevamo evocato l’immagine del crogiuolo che mescola ingredienti di diversa natura per sottolineare proprio la pluralità degli angoli di osservazione presenti, questa volta il fascicolo che stiamo per consegnare al tipografo più che mai può riconoscersi nelle parole che accompagnano il titolo della testata: laboratorio per il dialogo religioso. Il tema del dialogo campeggia nei vari interventi che qui pubblichiamo divenendo un appello, sommesso ma determinato, ad abbandonare l’angustia rassicurante del proprio hortus conclusus, volgendo lo sguardo oltre il conosciuto, per scoprire il coraggio e la fede dell’aratura e della semina in terreni ancora da scoprire, forse impervi, sicuramente spaziosi. E’ una maniera per restituire attualità alla natura profetica di ciò che diciamo religione.
Cominciamo allora con il segnalare l’articolo di apertura che costituisce un ulteriore momento di approfondimento e di verifica di ciò che possiamo intendere come ‘dialogo religioso’, la domanda fondamentale intorno a cui ruota l’esistenza stessa di questa piccola pubblicazione. Viene in qualche modo operata da parte di Jiso Forzani una definizione in negativo di ciò che costituisce il nocciolo dell’intera questione. Tematica attuale, proprio oggi che il dialogo fra le religioni sembra godere di buona salute. Ma ad osservare da vicino, tale stato di salute risulta più che altro apparente: il dialogo religioso sta sulla bocca di molti ma nel cuore di pochi, divenendo in tanti casi alibi, chiacchiera, moda culturale, interesse e commercio politico e altro ancora: è sentire senza ascoltare, parlare non dicendo nulla, guardare ma non vedere chi sta di fronte. Triti copioni e tristi modi di atteggiarsi di tanti professionisti del confronto fra le religioni.
A seguire abbiamo invece un appassionato intervento di Luciano Mazzocchi in cui si sonda con viva partecipazione il rapporto fra persona e natura alla luce del dialogo tra l’insegnamento del vangelo e la pratica dello zen; l’intero cammino religioso viene colto come l’avventura del fecondo connubio di questi due opposti intrinseci all’esistenza: la natura e la persona, appunto.
Intorno al tema del dibattito fra le religioni prende le mosse anche l’articolo di Dario Rivarossa: la vera amicizia (quella adulta) sta nel contrasto, si dice. Lo scontro, anche frontale, risulta essere più istruttivo e costruttivo (oltrechè divertente) di tanti esercizi acrobatico-diplomatici, che per non urtare una supposta sensibilità dell’interlocutore restano ancorati ad alcune dichiarazioni di principi la cui vaghezza non suscita certo dissidi di sorta, ma non fa neppure compiere un passo nella comprensione reciproca e nella crescita. Proseguiamo. Un’eccellente esemplificazione di ciò che può essere un confronto interculturale e interreligioso è costituita dall’intervento di Giancarlo Vianello. L’autore è un profondo conoscitore di quella corrente di pensiero nota sotto il nome di “scuola di Kyoto”, la quale rappresenta un contributo, giapponese e buddhista, intorno a tematiche riguardanti alcuni aspetti della prospettiva culturale occidentale. Nello specifico vengono esposte le riflessioni di Nishitani Keiji, uno fra rappresentanti più autorevoli di questa scuola, intorno al tema della demitizzazione della religione, proposto in ambito teologico e filosofico protestante da Rudolf Bultmann, ma che aveva suscitato alla sua uscita negli anni ‘40 un accesissimo dibattito anche al di fuori dei confini del mondo culturale protestante.
La sezione “natura” ci offre invece un denso intervento di Vandana Shiva intitolato Il dono del cibo. Il primo elemento da riconoscere riguardo al cibo è che costituisce la base stessa della vita. Questa evidenza ci conduce ad un’altra ammissione: il cibo è vivo, non consiste solo in un agglomerato di carboidrati, proteine e sostanze nutritive, ma è un essere che dà la vita e per questo possiede una sua intrinseca sacralità. E non solo il cibo è sacro, non solo è vivente, ma – dice l’autrice - è il creatore stesso, riecheggiando alcune affermazioni provenienti dall’antica sapienza indù. (Afferma ad esempio la Taittiriya Upanisad: Io sono il cibo, io sono il mangiatore di cibo, io sono colui che congiunge insieme le due cose. E ancora: Io sono il cibo e mangio il mangiatore di cibo).
Invitiamo infine alla lettura della consueta pagina poetica e di un paio di schede librarie che amalgamano e integrano il tutto.
Federico Battistutta






