Dennis Gira, La scelta che non esclude. Buddhismo o cristianesimo, Milano Paoline, 2004

Dennis Gira è nato e vissuto ventisei anni negli Stati Uniti; successivamente è stato otto anni in Giappone, dove si è dedicato allo studio della lingua, della cultura e delle radici religiose di questo Paese, e, infine, venticinque anni in Francia, dove è diventato uno dei maggiori specialisti della spiritualità buddhista ed è direttore aggiunto del­ l’Istituto di Scienza e Teologia delle Religioni presso l’Institut Catholique di Parigi. Egli afferma di aver scritto questo libro per rispondere a coloro che, sentendolo parlare, pensano che sia buddhista, a chi stenta a capire come si possa apprezzare questa tradizione e parlarne con entusiasmo senza essere buddhisti, a quanti gli chiedono di spiegare perché è ancora cristiano e, infine, alle persone talmente convinte che il buddhismo e il cristianesimo dicano la stessa cosa da non capire perché non si dichiari al tempo stesso buddhista e cristiano. Per fare ciò ha dovuto intraprendere un percorso di purificazione della propria fede destinato a durare, come lui stesso rileva, fino al suo ultimo respiro. Ne è scaturito un libro sull’essenza, sulle radici profonde della fede cristiana riscoperte grazie al parallelo percorso della “via del Buddha” che, come sottolinea l’Autore, può aiutare i cristiani che integrano nella propria vita spirituale una pratica buddhista ad avvicinarsi al mistero di Dio, anche se per i buddhisti tutto si spiega senza di Lui. Non si tratta però di un libro di teologia o di filosofia, piuttosto in esso si dà conto del risultato di una riflessione spirituale prolungata e profonda, condotta sempre sulla base di esperienze personali.

Secondo Gira il punto di partenza dei buddhisti e dei cristiani, che si lanciano sul “cammino comune che tutta l’umanità è chiamata a percorrere”, è molto spesso la stessa acuta consapevolezza della dolorosa precarietà della condizione umana, nonché del carattere nocivo dell’illusorio attaccamento al sé che si manifesta come egocentrismo. Sono due “vie”, ognuna con una propria coerenza, che permettono all’uomo, insoddisfatto della sua condizione, “di raggiungere una vera felicità che è al tempo stesso un vero superamento di sé”. L’Autore pone in evidenza che è sorprendente vedere come i primi quattro precetti fondamentali del buddhismo somiglino ai comandamenti del Decalogo, fatta eccezione per quelli che riguardano Dio, e che, sia il buddhismo sia il cristianesimo, richiedono un rispetto assoluto della vita di tutti gli uomini. Ricorda inoltre che i cristiani che hanno vissuto insieme a buddhisti impegnati sanno che uno dei luoghi privilegiati dell’incontro si trova nella riflessione che possono condurre insieme sulla maniera più umana di vivere in questo mondo. D’altra parte, come diceva Eckhart, “un bene non contrasta con un altro bene”.

Viene allo stesso tempo messo in luce che per i buddhisti l’idea di Dio è totalmente inconcepibile, in quanto un essere “personale” è per forza un “individuo” che esiste necessariamente in mezzo ad altri individui. Perciò un Dio che fosse al tempo stesso assoluto, sorgente di ogni vita e personale sarebbe impensabile. D’altronde sono anche le immagini di Dio (talora trasmesse dagli stessi ambienti cristiani) che conducono al suo rifiuto: sono immagini a volte così “sgradevoli” (un Dio pronto a giudicare e a punire ogni trasgressione e a ricompensare solo chi si comporta bene, che scruta tutti i pensieri e le azioni degli uomini, che esige la morte del proprio figlio ecc.), che non ci si può non rallegrare del fatto che gli uomini, liberandosene, raggiungano la pace interiore. Ma, dice Gira, quel Dio non corrisponde assolutamente a quello manifestato con la propria vita da Gesù, che non solo amava gli uomini, ma desiderava appassionatamente stare con loro, testimoniando la “follia di Dio”, che addirittura “soffre” ogni volta che l’uomo sceglie liberamente di separarsi da Lui. Racconta l’autore che gli aspetti negativi della sua stessa immagine di Dio sono spariti la prima volta in cui ha meditato sul Padre tenendo suo figlio in braccio, e ha capito davvero di essere amato da Dio come lui amava suo figlio, che non avrebbe mai potuto abbandonare (”una cosa del tutto diversa dalla semplice convinzione che mi amasse come mio padre aveva amato me”). Un Dio che, perdonando, permette all’uomo di rimettersi in piedi e di riannodare costantemente le sue relazioni con le persone, che sono al centro della vita. Il cristiano sa che c’è un legame tra il comportamento di ognuno e il suo divenire, ma sperimenta la potenza dell’amore di Dio capace di trasformare la vita di tutti gli uomini “perché l’amore, alla fine, supera sempre la saggezza” e la conoscenza di qualunque pratica. Dio ci ama gratuitamente, anche se a noi appare impossibile meritarlo, perché la giustizia di Dio (che nasce dall’avere a cuore le vicende di ogni uomo) e la sua misericordia sono un’unica cosa. Realtà inconcepibile per chi pensa che la responsabilità di ciascuno per i propri comportamenti imponga di dover sempre “pareggiare i conti”.

Alla domanda sul perché, se sia buddhisti sia cristiani impegnati prendono così seriamente a cuore i rapporti con gli altri uomini, bisognerebbe scegliere “tra il loto e la croce”, l’autore risponde che la fratellanza e la comunione sono per i cristiani non solo importanti a causa della interdipendenza tra gli esseri umani ma al centro della via di fede, perché Gesù non ha vissuto la vita relazionale con distacco, ma ha amato gli uomini con passione. Inoltre il mistero della croce e della resurrezione, nella quale tutti gli uomini entreranno insieme nella gioia, sono assolutamente inseparabili per i cristiani, i quali sanno che la possibilità di continuare ad amare gli altri uomini, anche nelle situazioni più dolorose e difficili, è un dono, e che la “santità” non si raggiunge soltanto grazie a ciò che si fa, alla padronanza di sé, alla vita morale esemplare, ma perché chi ha fiducia in Dio trova accanto a sé l’amore fedele di una Persona, che non si scoraggia nemmeno di fronte ai nostri comportamenti più abbietti.

Ma la scelta non esclude, bensì rende necessario il dialogo dei cristiani con tutti i compagni che percorrono il sentiero comune, perché ciascuno di essi “ha qualcosa di importante, di nuovo, di diverso da dire sul mistero di Dio che credono presente in ogni uomo”. L’unico vero dialogo possibile, come ha detto Camus in una frase citata da Gira nell’introduzione e al termine del libro, è quello “tra persone che restano quello che sono e che parlano in modo autentico”. Ecco perché incontrare il buddhismo significa “essere costretti a rivedere – che non vuol dire abbandonare – la propria maniera di pensare Dio e di parlare con Lui”. È stato così anche per me che, da cristiano soprattutto “nella mente”, sto provando a diventarlo “nel cuore” anche grazie alla conoscenza della via del Buddha e al cammino spirituale intrapreso insieme ai miei compagni di meditazione.

Gianfranco Ferranti