Giulio Giorello, Di nessuna chiesa. La libertà del laico, Milano, Raffaello Cortina, 2005

“Errore molto popolare: avere il coraggio delle proprie opinioni. Si tratta piuttosto di avere il coraggio di attaccare le proprie opinioni”. Questo ben noto aforisma di Nietzsche torna alla memoria leggendo un agile libretto di Giulio Giorello (editorialista del “Corriere della sera” e docente universitario di Filosofia della scienza) uscito quest’estate in difesa del modello relativista. Anzi il volume in questione, seguendo uno stile libellististico, intende esprimere una volontà di reazione nei confronti della tendenza neo-conservatrice in campo politico, filosofico, religioso e, in senso ancor più lato, culturale. Già solo questo costituisce un appetitoso invito alla lettura del testo che presenta più di un aspetto accattivante. In diversi punti sono denunciate le inclinazioni idolatriche soggiacenti alle posizioni conservatrici e rinvenibili nei più diversi schieramenti e filoni di pensiero. Come alternativa e cura vengono indicati i vantaggi di tolleranza, fallibilismo, scetticismo, indifferenza (nel senso di libera disamina nei confronti delle differenze), veri e propri puntelli per una società aperta e libera, quindi pienamente democratica, pur riconoscendo il carattere necessariamente contingente e storico delle esperienze di oggi come di ieri. Detto ciò, nel corso della lettura emergono qua e là, in maniera rapsodica, alcuni interrogativi, poco più degli accenni fra le righe e che probabilmente avrebbero meritato una disamina più ampia. Proviamo a vederli: ruotano più o meno intorno a quelle che potremmo definire come le aporie della tolleranza. Sarebbe stato auspicabile (e questo è il senso della citazione di Nietzsche all’inizio) che il sostenitore di una determinata idea (a maggior ragione se di natura tollerante, fallibile, scettica e via dicendo), oltre a decantare i pregi della stessa, menzionasse anche, seppure in forma sommessa, gli elementi problematici, le questioni aperte o insolute. Queste, a cercarle, non le troveremo nel testo. E, per chi sostiene a gran voce di non appartenere a nessuna chiesa, neppure alla parrocchia laica, è una mancanza non veniale. Vediamoli da vicino allora alcuni di questi interrogativi. Cominciamo col formulare un’ipotesi: in una nazione governa un partito democratico e tollerante, ma nell’elettorato comincia a raccogliere consensi un altro schieramento, che se ottenesse la maggioranza realizzerebbe un programma decisamente antidemocratico e intollerante. Si arriva poi al giorno in cui questo secondo partito è così forte che se ci fossero le elezioni vincerebbe sicuramente. Il partito al governo allora, per difendere i principi della democrazia e della tolleranza, sospende le elezioni e mette fuori legge lo schieramento avversario. Detto apertamente: la tolleranza è tollerante con i tolleranti. Più o meno. Nel migliore dei casi è ammessa la forma dell’intolleranza come libertà di espressione, come rozza idea da sopportare, mai come pratica. (Sul tema del diritto di espressione si possono leggere le considerazioni compiute con maggiore risolutezza da Raoul Vaneigem nel suo Niente sacro, tutto si può dire, Milano, Ponte alle Grazie, 2004, in cui si sostiene che “non c’è un uso buono o cattivo della libertà di espressione. C’è solo un uso insufficiente”).
Qui - sia ben chiaro - non si vuole prendere la difesa di nessuna forma di intolleranza o di fondamentalismo, l’obiettivo è proprio un altro: mostrare come l’idea relativista, se non analizzata fino in fondo, corra più di un rischio di divenire un sogno da ‘anima bella’ (e magari un incubo per altri). Diceva esplicitamente, all’epoca della rivoluzione francese, Honoré Mirabeau: “l’autorità che tollera potrebbe anche non tollerare”. E aggiungeva poi Tom Paine, autore dei Rights of man: “La tolleranza non è il contrario dell’intolleranza, bensì la sua contraffazione; entrambe infatti significano dispotismo. Con una ci si arroga il diritto di limitare la libertà di coscienza, con l’altra di concederla”. Dietro l’enunciazione dei principi della tolleranza si adombra e si insinua minaccioso quello stato di emergenza che – come diceva Walter Benjamin – la tradizione degli oppressi insegna essere la regola. La tolleranza non esclude lo stato di emergenza e l’esercizio della violenza, al contrario ne ha intimamente bisogno, sebbene gli dia molto fastidio dichiararlo. Ancora. Nel libro si riprende l’immagine formulata da un altro autore contemporaneo, nella quale la società aperta e libera viene paragonata a un bazar levantino, dove si può trovare di tutto, dagli spiriti alcolici a quelli divini; nessuno è costretto ad acquistare alcunché, ma nessuno può proibire l’esposizione di qualsivoglia merce. Questa, immagine per immagine, ne ricorda un’altra che fu di Voltaire, nelle Lettres philosophiques, in cui l’autore invita ad entrare nella Borsa di Londra e osservare come ebrei, musulmani e cristiani si trattino l’un l’altro come appartenenti alla medesima religione, attribuendo il titolo di infedele solo ai responsabili di bancarotta. Entrambi gli autori finiscono così per offrire un’immagine mercantile della comunità umana e questo è quantomeno limitante se non propriamente svilente. Ci domandiamo: è del tutto casuale che questi autori, da Voltaire fino a Giorello, ricorrano a metafore di tal genere? Non è invece possibile definire l’essere umano e i rapporti sociali che lo costituiscono in base a criteri diversi da relazioni mercantili? E’ pure curioso il fatto che l’idea di tolleranza venga sic et simpliciter assunta come elemento fondante la cultura laica, dimenticando che un simile pensiero vanta invece religiosissime radici, professate da quelle dimenticate minoranze perseguitate come eretiche nelle infestanti guerre di religione fra cattolici e protestanti. (A tale proposito non si può non rinviare alla mirabile ricostruzione effettuata da quel grande maestro di studi storici che fu Delio Cantimori nell’ormai classico Eretici italiani del Cinquecento, riproposto alcuni anni fa presso Einaudi. Colgo l’occasione per segnalare anche la recente traduzione di un breve saggio di Vincent Schmid dal titolo Elogio del dubbio in Sébastien Castellion, Manduria, Lacaita, 2005, dedicata appunto a una delle figure di maggiore spicco di quella trascorsa stagione). Nel testo di Giorello si sottolinea con enfasi l’importanza di un atteggiamento vigile e critico, pirroniano, ricordando l’etimo del termine ‘scettico’ (da skepsis, indagine, ricerca). Viene pure citato un passo di Sesto Empirico (180-220 d.C.) secondo cui le affermazioni scettiche si annullano da se stesse, come fanno le medicine purganti che non solo espellono dal corpo gli umori, ma anche se medesime. Le argomentazioni del libro a favore del paradigma relativista non paiono però lasciare tale impronta di leggerezza nel lettore, alla fine resta un grumo, un’obesità di pensiero, un non-detto che pesa. Ciò che dà da pensare in tale presentazione del relativismo è che esso non sia andato abbastanza lontano secondo i suoi stessi termini, non riuscendo ad essere relativista fino in fondo, in grado di analizzare, digerire se stesso e da lì procedere. Giova in chiusura ricordare quanto diceva Sébastien Castellion, sopra ricordato, nel suo De arte dubitandi: “uno dei peccati più persistenti in cui capita agli uomini di cadere è di credere dove bisogna dubitare e di dubitare laddove bisogna credere”. E non è poco, anche oggigiorno.

Federico Battistutta